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Gonzalo Rubalcaba

Gonzalo Rubalcaba

Dal 10 al 19 luglio. Confermando la tendenza ad inserire gruppi di grande richiamo, che però nulla hanno a che vedere con il jazz, questa volta saranno della partita i Simply Red

Trentasettesima edizione di Umbria Jazz, che avra’ inizio il 10 di luglio e terminera’ il 19. Il festival si presenta quest’ anno “tripartito” : concerti squisitamente jazzistici, che si svolgeranno al Teatro Morlacchi e all’ Oratorio di Santa Cecilia a mezzogiorno, il pomeriggio e la notte; concerti di musicisti a grande richiamo di pubblico, per i quali necessitino grandi spazi, e concerti gratuiti. Nelle rispettive “location” dunque arriveranno artisti molto diversi tra loro e tutti di eccezionale valore: i grandi pianisti Mcoy Tyner (in quintetto con la chitarra di Bill Frisell) ed Ahmad Jamal, il fisarmonicista con Gonzalo Rubalcaba al piano,il bassista John Patitucci con Roy Haynes, ottantaquattrenne batterista della compagine di Charlie Parker, e ancora la tromba di Dave Douglas e la chitarra di John Scofield.

Tanti i jazzisti italiani: Pieranunzi, Mirabassi, Gatto, Rea, Sferra, Petrella, Moroni, Giuliani, Guidi, i Quintorigo, e poi Bollani in un inedito con il pianista Chick Corea, il giovanissimo sassofonista Cafiso con Wynton Marsalis. Non solo jazz, ma anche blues, con il grande B.B. King, e poi il funky di Maceo Parker e la musica soul di Salomon Burke. Il legame con il jazz si assottiglia,però, progressivamente e pericolosamente quando si passa ai concerti di indubbio richiamo per il grande pubblico: Donald Fagen , Paolo Conte, James Taylor, il compositore Burt Bacarach (presenze certamente di spicco ed ancora plausibilissime in un festival del jazz), fino ad arrivare pero’ alla presenza quasi inspiegabile dei (pur bravissimi) Simply Red.

Se proprio ci si concentra, nella musica del gruppo di Mick Hucknall qualcosa di jazzistico si trova, anche perche’ la musica e’ per sua stessa natura un continuo fluire di commistioni. La scelta pero’ appare francamente forzata, e volta, more solito, all’ attirare in ogni modo un pubblico piu’ vasto. Il fine, si dira’, e’ culturale: far conoscere meglio il jazz facendo confluire piu’ gente possibile nell’ ambito di un festival musicalmente connotato… questa spiegazione è meno cristallina di quella che invece sembra una (seppur lecita) abile operazione commerciale. Questo senza nulla togliere al pop elegante e di altissimo livello dei Simply Red. Auguriamoci dunque, se vogliamo diffondere il jazz, di vedere anche l’ operazione contraria: jazzisti di fama internazionale che facciano jazz (quello vero e non gigioneggiante) nell’ ambito di concerti o festival pop; ma credo che il risultato non sarebbe economicamente altrettanto fruttuoso.

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