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MIRABASSI – GUINGA – GALVAO
Teatro Morlacchi, 12 Luglio
Il fascino del crocevia musicale

Assistendo al di Mirabassi al clarinetto, Guinga e Galvao alla chitarra abbiamo avuto ancora una volta la prova di come sia labile il confine tra generi musicali. Guinga si è definito lui stesso, parlando amabilmente con il pubblico presente in teatro, come un cantore – musicista popolare. Ed in effetti ogni suo brano (il è stato interamente svolto su sue composizioni) è denso della musica brasiliana tradizionale da cui egli stesso reclama fortemente la provenienza. Allo stesso tempo però, non si puo’ non percepire quanti siano i riferimenti ad altri mondi sonori, che è anche difficile a dir la verità poter catalogare, e forse chi lo sa sarebbe anche inutile e fuorviante cercare di trovare “archivisticamente” i cardini scritti di questa musica.
E’ musica complessa, piena di riferimenti non solo al mondo carioca, ma al jazz, forse alle colonne sonore del cinema americano, alla bossa nova, musica curatissima nei particolari eppure emotivamente accesa, certamente non si puo’ non definirla, oltre che musica tradizionale anche musica colta. E questi tre artisti mischiano ancora le carte al momento di tradurre in suoni queste composizioni di provenienza “popolare” e “colta” allo stesso tempo: c’è una tale raffinatezza, attenzione al particolare, cura dell’ espressività, che si rimane strabiliati. Mirabassi e Guinga, e con loro Galvao sono innegabilmente tre virtuosi, e suonano i loro strumenti con lo stile rigoroso che si usa quando si affronta il repertorio della musica classica…. le meravigliose colorite dinamiche delle note lunghe del clarinetto, ad esempio, o i grappoli di note prefettamente sgranate da Mirabassi , che riesce a rendere comprensibili i complicati arpeggi fatti di mille note scritti da Guinga; le chitarre, che cantano struggenti melodie ma che sanno essere espressive nei momenti ritmici, una cura assoluta dell’ intonazione, una precisione tipica della musica colta, ma che non riesce a togliere il sapore della provenienza sonora che, alla sua nascita, colta del tutto non è.
In questa sede il mio compito è quello di descrivere, in fondo, delle sensazioni: quello del Morlacchi è stato un concerto non solo bello, ma anche importante, perchè non capita spesso di trovarsi ad un “crocevia musicale” così affascinante ed, in un certo senso, destabilizzante, in senso positivo: perchè si impara ancora una volta ad ascoltare suoni nuovi, e a scardinare certezze che, nella loro schematicità, non possono che chiudere orecchie e mente, che è cio’ che di peggio possa capitare a chi ascolta la musica, con le sue (fortunatamente) infinite possibilità.

Dado Moroni

Dado Moroni (Foto )

MORONI – GIULIANI – LOCKE
Oratorio di Santa Cecilia, 13 Luglio
La morbidezza del Jazz

Dado Moroni, Rosario Giuliani e Joe Locke hanno trasformato il piccolo spazio dell’ Oratorio di Santa Cecilia, dalla acustica perfetta, in un inusuale jazz club, suonando musica dai toni morbidi e di atmosfera. Brani soft, ballads, temi melodici anche di estrema semplicita’ ma sempre arricchiti di spunti improvvisativi fantasiosi e complessi, in una dimensione intima, perche’ la formazione pianoforte – vibrafono e sax (contralto e soprano) e’ accattivante per la sonorita’ piacevolmente contrastante e di notevole impatto.
I tre musicisti hanno confermato di essere artisti di altissimo livello: Dado Moroni e’ creativo anche solo quando accompagna i bei suoni di Locke, che decodifica con morbidezza ed inventiva; nel suo “Alone”, bel brano costruito in ambito armonico indefinito, quasi sognante, riesce ad esprimere quella perdita di orientamento un po’ fibrillante che spesso la solitudine comporta. E in “ Sword of whispers”, di Locke, tutti e tre , in un notevole interplay, creano una bella atmosfera senza voler stupire a tutti i costi.
Rosario Giuliani in questo ambito cosi’ soft ed intimo stupisce per la ricchezza timbrica. Ha un suono intenso, da’ corpo e armonici anche ai suoni piu’ delicati, e’ come se dietro quei suoni cosi’ “interiori” ci fosse, sempre e comunque, una potente colonna d’ aria che invece di dare volume da’ pienezza: e infatti la sua “My Angel” e’ coinvolgente, carezzevole ma anche vibrante. Joe Locke, nei suoi brani apparentemente semplici nel tema iniziale, improvvisa con tale entusiasmo e fantasia e dialoga in maniera cosi’ ricca con il pianoforte di Moroni che le poche note strutturali si trasformano in cascate di suoni freschi, cristallini e sempre espressivi. Un bel trio che ha mostrato quanto morbido possa essere il jazz.

GALLIANO – RUBALCABA
Teatro Morlacchi, 13 Luglio
Due grandi personalità

E’ stata una notte piena di pathos e di impulsi variegati quella al Morlacchi con il quartetto di Galliano e Rubalcaba. Un viaggio emozionale tra note malinconiche, ritmi travolgenti, spunti e suggestioni da mondi sonori diversi eppure cosi’ vicini: perche’ la fisarmonica di Galliano porta con se un universo musicale talmente ricco che ogni suo suono presuppone riferimenti alla musica classica, al tango argentino, al jazz senza che essi siano sterilmente giustapposti, ma al contrario sintetizzati in modo da risultare pieni ognuno dell’ altro. E’ inarrestabile, questo grande musicista, canta melodie struggenti e anche “percuote” il suo strumento, dialogando di volta in volta con le percussioni di Clarence Penn e con il di Richard Bona (bravissimi), o suonando all’ unisono con il meraviglioso pianoforte di Rubalcaba: e’ negli unisoni che si percepiscono le grandi personalita’ di questi due artisti, che quasi sembrano sfidarsi l’ un l’ altro perche’ forti ognuno delle proprie caratteristiche. Rubalcaba e’ un pianista che ha un retroterra musicale ricco almeno quanto quello di Galliano. La sua mano destra ha un tocco cosi’ poetico, espressivo, intenso da essere commovente nei rari momenti in cui si riesce ad ascoltarlo suonare da solo… Galliano in effetti e’ imperante e ci sono volte in cui si fatica ad estrapolare i fraseggi del pianoforte, a volte troppo soffocato dalle note della fisarmonica: perche’ Rubalcaba ha un pianismo certamente “cubano” (e infatti nei brani piu’ sudamericani se ne apprezza tutta la forza ritmica “naturale”), ma e’ anche un musicista dalle incredibili sfumature dinamiche, che “canta” e “parla”, anche, con i tasti del pianoforte, ha una raffinatezza non di maniera, che e’ fatta di cura del linguaggio espressivo, e quindi sa donare profonde emozioni.
Alla fine di questo notevole concerto sono uscita con la conferma che Galliano e’ un grande artista, ma anche con la voglia di andare il piu’ presto possibile ad ascoltare, per bene, in trio o in solo, Gonzalo Rubalcaba.

McCoy Tyner (Foto Daniela Floris)

McCoy Tyner (Foto Daniela Crevena)

McCOY TYNER QUINTET
Teatro Morlacchi, 18 Luglio
Quando la forza scaturisce dall’ anima

Gia’ dall’ inizio di questo bel concerto Mccoy Tyner fa intendere che non ha alcuna intenzione di risparmiarsi. Un incipit forte e latineggiante e il piano, la chitarra di Bill Frisell, la batteria di Gravatt, il sax di Gary Bartz e il contrabbasso di Gerald Cannon danno il via a lunghi minuti di musica trascinante e per nulla “comoda” o “seduta”. Una forza che contrasta con il passo lento con cui Mccoy si avvicina e si siede al pianoforte, e che e’ la dimostrazione tangibile che l’ energia proviene, nella musica, dall’ anima e non certo solo dal corpo, e che la fantasia non e’ mai limitata dalla stanchezza ,dall’ età o dalla lunga “militanza” nel jazz. I suoi intro e i suoi soli evocano atmosfere da colonna sonora cinematografica, o sono connotati da mirabolanti contrappunti ritmici tra la mano sinistra e la destra, o disegnano persino una suggestione di “gospel”; o puo’ capitare che il tema melodico sia demandato alla mano sinistra e che la destra ricami gruppi di note armonicamente indefinite in contrasto …cio’ che accomuna i brani non e’ certo una uniformita’ di idee, ma il pianismo di questo grande artista, che non e’ arretrato di un millimetro: le ottave parallele che danno corpo a melodia e ritmo, il suonare dal piglio percussivo ma sempre espressivo e mai stucchevole (come nella tutt’ altro che tenera “How deep is the ocean”, in cui anche Frisell e Bartz volano in bei momenti improvvisativi, o nella coltraniana “Naima”, poetica ed introspettiva ma resa vigorosa dalle ottave, dall’ uso del pedale quasi “estremo”, e in cui il tema emerge quasi eroicamente tra miriadi di accordi e note mai simili). Anche nel piu’ semplice dei blues, il quintetto arriva allegramente ed energicamente a destrutturare , con MCcoy che lascia come unico appiglio a chi ascolta una reminiscenza di “walkin’ bass”. Tutto questo senza mai sfociare nel “muscolare” fine a se stesso, e per questo, senza mai annoiare: perche’ questi cinque musicisti – da come hanno interagito, anche divertendosi – hanno preso l’ occasione al volo per imparare uno dall’ altro…. il che, probabilmente, e’ il segreto dell’ eterna giovinezza musicale.

Patitucci (Foto Daniela Floris)

Patitucci (Foto Daniela Crevena)

PATITUCCI – HAYNES – KIKOSKI
Teatro Morlacchi 19 LUGLIO
Divertirsi (tanto)con il jazz (vero)

La prima cosa che mi sento di scrivere su questo bellissimo trio sembrera’ forse strana, o inappropriata: difficilmente capita di sentire “stop times” (i momenti di improvviso silenzio che interrompono il moto in avanti della musica , per poi riprendere dopo una o due battute) cosi’ carichi di tensione vera, e del bisogno impellente per chi ascolta di rientrare nel ritmo. Dico questo perche’ lo “stop time” viene spesso furbamente utilizzato per caricare di tensione musica che in se tensione non ha, artificio usato a volte insieme al salto di tonalita’ ascendente per ottenere qualche “sussulto” a basso prezzo. Non e’ stato questo il caso: Haynes, Patitucci e Kikoski (che ha sostituito l’ infortunato Danilo Perez) hanno suonato con un tale feeling reciproco, con una tale allegria e con una tale bravura, che quei pochi “stop times” erano densissimi di swing, di note, di accordi, di idee “in fieri” che tendevano fortissimamente alla ripresa, e risentivano di tutta la vibrante energia di un attimo prima. E infatti questo e’ stato un concerto davvero emozionante, “felice”, se cosi’ si puo’ dire. Il contrabbasso di Patitucci , la batteria di Roy Haynes, il pianoforte di Dave Kikoski hanno costantemente cercato, e trovato, l’ intesa per rendere perfetti i suoni in trio, sorridendosi, godendo reciprocamente delle loro idee; e nei lunghi soli hanno dato forma (con una tecnica impressionante) a idee vere, e non solo a sterili virtuosismi: Patitucci ha una fantasia ritmica e melodica inarrestabile, tanto che le sue improvvisazioni potrebbero essere la base di altrettanti nuovi brani, perche’ lui non gira intorno alla struttura del brano, ma vi si aggancia e crea ex novo; Haynes fa suonare la sua batteria con raffinate dinamiche e non e’ mai sordo a cio’ che ha sentito fino ad un attimo prima dei suoi soli, che sono un sapiente mix tra battiti ed eloquenti silenzi, e sottolinea i soli altrui con generosa ma divertente discrezione ; Kikoski ha uno swing e una intensita’ che definire trascinanti sarebbe riduttivo. Per tutto il concerto il trio ha cercato coesione, ognuno ha goduto della musica dell’ altro senza mai isolarsi, e chi ha avuto la fortuna di essere li’ ha capito che questa coesione non e’ stata un sacrificio ma un’ esigenza : tre mostri di bravura che hanno avuto in ogni istante – persino nei soli – il bisogno di caricarsi l’ un l’ altro, spremendo il loro strumenti di tutte le note possibili in quel contesto. Un concerto splendido e che ha divertito proprio per la sua disinvolta complessita’…. E che fa pensare che a Umbria Jazz ci si puo’ divertire anche all “elitario” Morlacchi , con il jazz ( appunto) e non solo ai concerti “di richiamo” per il grande pubblico all’ Arena Santa Giuliana. Anzi ci si augura che questi del Morlacchi diventino anche essi concerti “di richiamo”: i numeri ci sarebbero tutti (viste le tante persone rimaste fuori dal teatro).

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