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Enten Eller – “Atlantide” – Splasc(H) records cdh1532.2
L’ improvvisazione libera non sempre si traduce in liberta’ espressiva, cosi’ come la ricerca sonora non sempre si tramuta in ondate emotivamente significative. Perche’ accada qualcosa di piu’ della sperimentazione meramente estetica o virtuosistica deve accadere qualcosa che non e’ facile da definire, ma che probabilmente e’ ascrivibile allo specialissimo rapporto che scorre tra gli artisti in gioco, dal quale scaturira’ uno specialissimo “messaggio” al fruitore di quella musica. Paradossalmente, quel messaggio non incatena ad un unico significato, perche’ cio’ che arriva e’ il l’ impulso a creare, ad immaginare secondo il proprio sentire, a “simpatizzare” nel senso greco del “sentire insieme”, che e’ un profondo stato emotivo che quegli artisti per primi vivono suonando tra loro. In altre parole, a prescindere da cio’ che un determinato brano rappresenti per il suo autore, cio’ che arriva e’ qualcosa che va al di la’ di quel significato circoscritto. Quell’ impulso ad abbandonarsi, ad immaginare, si percepisce fortissimo e fa parte di un linguaggio universale, proviene in questo caso dalla musica, e da’ a sua volta la liberta’ di abbandonarsi, immaginare e creare pensieri.
Non so se ascrivere questo, che banalmente e in modo fin troppo riduttivo mi viene da chiamare “feeling”, al rapporto ventennale che lega gli artisti di Enten Eller, certamente ne e’ un aspetto importante, ma non certo l’ unico. Di sicuro questo mi e’ accaduto ascoltando melodie che nella loro rigorosa semplicita’ rimangono impresse e che fanno da base all’ espressivita’ improvvisativa della bella tromba di Mandarini e alla morbidezza della mirabilmente accordata, morbida, di Barbiero (come in “Enten Eller” o in “Asbestos”), o lo scorrere delle percussioni che con suoni naturali e destrutturazione del battito rendono magico il tema fluido ed intenso di “Waltz for Joe” (in cui armonia e ritmo sono demandate alla chitarra ed al bellissimo solo di Brunod) ed in cui Barbiero colora, crea l’ atmosfera e rinuncia a regolamentare. Ma anche in “Magnificamente Malato”, titolo ispirato da una poesia di Majakovskij, l’ alternarsi di unisoni tra tromba e chitarra, un po’ sospesi ed episodi piu’ definiti e scorrevoli dal punto di vista melodico, mi hanno dato la (libera e personalissima, lo so) sensazione di un alternarsi tra il fermarsi del pensiero sul proprio stato emotivo e il procedere avanti nonostante tutto. Persino in un brano per me criptico come “Silicio”, nonostante io abbia rinunciato a dare un significato ai suoni e persino al titolo scelto, cio’ che mi ha colpita e che ho tramutato in sensazione e’ stata l’ estrema liberta’ del dialogo tra il di Maier e le percussioni di Barbiero, l’ estemporaneita’ e lo stupore della loro scoperta reciproca dei timbri e degli armonici generati da quello specialissimo parlarsi. Se la musica ha il potere di arrivare ma anche di essere un punto di partenza per chi la ascolta (a prescindere dalla sua personale competenza), allora quella musica e’ in grado, in quanto profondamente espressiva, di arricchire .

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Riccardo Fassi, Roswell Rudd, Paolino Dalla Porta, Massimo Manzi – “Double exposure” -Wide sound WD175
Ogni tanto serve ascoltare un cd come questo perche’ riporta al sound jazzistico nel senso classico del termine, ma senza essere un lavoro di sapore “stantio”. Innanzitutto perche’ trapela la gioia di suonare insieme, in cui gli artisti, proprio perche’ navigano in acque note, possono davvero abbandonarsi felicemente allo swing divertendosi – dunque vivendo un’ esperienza (e un interplay ) che ha come risultato un impatto trascinante. Fassi, Rudd, Dalla Porta e Manzi suonano e suonano benissimo, sembra quasi di vederli sorridere e scambiarsi cenni felici di assenso, come capita in una di quelle belle serate da club in cui ci sono l’ atmosfera ed il clima giusti per fare ed ascoltare dell’ ottimo jazz. I brani (di Herbie Nichols e degli stessi Fassi e Rudd) sono gia’ di per se’ accattivanti e pieni di spunti. “Esteem”, ad esempio, intenso tributo al grande Steve Lacy, autore del pezzo, un omaggio cosi’ affettuoso e nostalgico da lasciargli (lo dice lo stesso Fassi) un chorus “vuoto” a simboleggiarne l’ assenza e ad aprire uno spazio dove immaginarlo ancora suonare: il sapore pentatonico della lunga intro del e del trombone costruiscono una bella atmosfera di attesa che prelude allo scorrere del tema . E’ in questa intro la dimostrazione che anche amando e ripercorrendo la tradizione non si deve per forza essere ripetitivi. Ma anche “12 Bars” secondo me rende bene il sapore del disco, perche’ e’ divertente e persino scanzonato, in quanto sono gli stessi musicisti che si divertono (vedi Rudd che cita “Desafinado” ma anche “Take the A train” su un ritmo improvvisamente divenuto latino, molto soft, esaltato ironicamente da note strascinate del trombone).
Rudd con il suo fraseggiare intenso e dal timbro cangiante, la batteria di Manzi, fantasiosa, potente e garbata, il pianoforte di Fassi che da’ una sensazione di disinvolto ed allegro creativo relax anche nei brani piu’ sostenuti, e il contrabbasso versatile, coinvolgente e traboccante di idee di Della Porta fanno di questo cd un lavoro estremamente godibile e “positivo” nel senso piu’ampio del termine.

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Wasabi – “Wasabi” – Picanto Records – pic016
Se la formazione in Trio e’ classica del jazz e potenzialmente potrebbe riportarci al gia’ sentito, bisogna ammettere che questo trio Wasabi e’ una interessante sorpresa nel panorama degli artisti (giustamente) emergenti italiani. Dico questo non certo pensando solo all’ utilizzo del Moog Piano System, che pure e’ accattivante e usato con grande senso estetico della misura, tanto da sembrare assolutamente connaturato all’ ambiente acustico in cui si trova. Sono anche rimasta piacevolmente colpita dallo scambio continuo dei ruoli dei tre artisti, in cui basso e batteria hanno una parte ugualmente importante e catturano per se stessi grandi parti di musica scritta. Non a caso molti de brani sono opera del contrabbassista Feliciati, anche “Stolen Drums”, scritto per piano e batteria , o il molto pianistico “Black book, Red Letters”, lirico, forte di un intenso solo di pianoforte che ricomincia quasi a fine brano ma accompagnato da basso e batteria, davvero suggestivo: c’e’ un interesse reciproco, anche compositivo, che apre la classica formazione del trio allo scambio totale di ruoli e all’esecuzione corale. “The meeting” ad esempio l’ ho trovato intenso, imprevedibile, mi ha ricordato un po’ Nino Rota, un po’ dolorose o nostalgiche atmosfere “belliche” (riecheggiate dalla batteria di Smimmo) , in cui e’ appropriato, in quanto espressivo, il suono distorto iniziale del Moog; cosi’ come e’ espressivo, quasi drammatico, l’ intensificarsi terzinato del suono che esplode gradualmente, per poi tornare all’ introspezione del pianoforte. E in “Waiting, Hoping and Dreaming” sembra di riconoscere proprio l’ iniziale attesa, scandita dalla batteria che riporta quasi ad un ticchettare di pendolo o di orologio che si tramuta in breve ad un tempo meno incalzante, quello della speranza e del successivo sogno, in cui il pianoforte si avvia dapprima timidamente poi sempre piu’ intensamente verso un viaggio fantastico, per poi ritornare alla piu’ silenziosa attesa. Ma ho trovato grande espressivita’ e molte idee anche inusuali anche nei brani di Gwis: se in “The talking Asshole” titolo dal divertente gioco di parole un po’ sboccacciato inizialmente il pianoforte sembra prevalere, in realta’ e’ evidente quanto i ruoli reciproci siano paritari, quanto la batteria non solo accompagni ma a volte proprio “doppi” la parte del pianoforte . Comunque, sia che riconosciamo echi “progressive” (“Mmmmmmm”, interessante anche per il continuo lontano insistere della batteria anche su parti molto lente ed introspettive ), sia che ci sembri di assaporare una atmosfera jarrettiana (non certo derivativa: rievocativa, vedi “Stolen Drums”), tutti questi brani hanno una loro particolare forza rappresentativa, evocativa ed espressiva. Speriamo in altri lavori del trio Wasabi.

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