Tempo di lettura stimato: 12 minuti

cd

3Quietmen & Stefano Battaglia – Bartokosmos – auand 9018
Credo che un progetto così strambo ma allo stesso tempo affascinante ed ambizioso poteva venire in mente solo ad un grande pianista quale Stefano Battaglia e ad un produttore competente ed entusiasta come Marco Valente: trarre ispirazione dai Mikrokosmos di Bela Bartok per giungere a forme espressive di chiara impronta jazzistica. L’album nasce dall’esperienza di Battaglia come “insegnante” nel laboratorio di Siena Jazz, un insegnante del tutto speciale dal momento che la sua “dottrina” si sostanzia nell’improvvisare assieme ai suoi allievi su un certo tema o prendendo spunto da un’idea come il caso in questione. Accanto a Stefano Battaglia troviamo un trio torinese di belle speranze, i “3Quietmen” vale a dire Ramon Moro tromba e flicorno, Federico Marchesano basso, Dario Bruna batteria e percussioni. I tre propongono un tipo di musica che ad un primo ascolto sembra agli antidoti rispetto a quella di Battaglia: rumori elettrici, effetti stranianti, un dialogo assolutamente paritario fra i tre producono un flusso sonoro che molto gioca sulle dinamiche, provocando alle volte una sensazione di caos però solo apparente. Il filo del discorso è saldamente in mano ai musicisti che , in un dialogo senza rete, passano la palla a Stefano il quale la prende e ci gioca a modo suo, con grande sagacia, divertendosi ad improvvisare e dimostrando, con i fatti, come due mondi in apparenza incomunicabili riescano viceversa ad intendersi alla perfezione: basta essere grandi artisti.

torna su

Maurizio Brunod – Svartisen – Splasc(h) Records World Series cdh 2529.2
Maurizio Brunod e’ chitarrista di grande esperienza e versatilita’, e in Norvegia se ne sono accorti benissimo. Non che in Italia non se ne senta parlare: vanta collaborazioni importanti , ha inciso una ventina di cd partecipando a progetti latinoamericani, al gruppo “Enten Eller” con Max Barbiero, insomma e’ un musicista di altissimo profilo. Come spesso accade, occorre notare che ad esempio Maurizio e’ piu’ conosciuto nel Nord Italia che non dal Centro in giu’: ma questo e’ un discorso gia’ affrontato riguardo al girare nei circuiti jazzistici dei soliti nomi stranoti e di cui si occupa Gatto nell’editoriale di questo numero. Fatto sta comunque che Brunod in Norvegia ha registrato questo bellissimo cd, con due grandi jazzisti norvegesi Ivar Antonsen (pianista) e Bjorn Alterhaug (bassista), con il percussionista italiano Paolo Vinaccia (che da anni risiede in Norvegia) e con la partecipazione di un grande del sax, John Surman.
Il risultato e’ di eccezionale livello: ogni brano e’ un piccolo capolavoro di cura, di ricerca stilistica, di espressione, per merito di tutti e cinque i musicisti , che firmano anche le composizioni, tutte originali. L’ atmosfera e’ varia e rispecchia l’ eclettismo stilistico dello stesso Brunod, che non e’ di maniera ma rivela una profonda passione per tutti gli aspetti delle sue chitarre (elettrica ed acustica) ed anche per la musica elettronica. Se in “Svartisen” (nome di un ghiacciaio norvegese che lo stesso Brunod nelle note di copertina ci dice non essere poi cosi’ dissimile dai ghiacciai del Nord Italia, come a sottolineare quanto in comune ci sia in fondo tra questi artisti) sono bellissimi gli scambi tra sax, piano e chitarra e l’ idea melodica e’ di quelle che rimangono impresse, in “Frydor” colpisce la morbidezza della fluente batteria di Vinaccia che interagisce con il di Alterhaug.
La passione di Brunod per la musica latina trapela tutta in “Lara’s Dance”, un sensuale e solare andamento lento in cui il sax tenore dal timbro pienissimo contrasta meravigliosamente con la morbidezza dell’ arrangiamento, e la chitarra elettrica procede quasi in contrappunto, con sonorita’ che sapientemente si mescolano. Il registro cambia completamente in “Isen”, in cui l’ intro di percussioni gioca con stridenti e freddi suoni metallici, con un impasto armonico angosciante, sotterraneo, dal quale si libera la chitarra, che emerge lanciando piccoli spunti melodici, ma presto nuovamente risucchiata nel magma dei suoni, mentre il contrabbasso martella un lento ostinato. In “Gaucho” l’ atmosfera cambia ancora: il bellissimo pianoforte di Antonsen e’ molto jazzistico, la sua mano destra sgrana note cristalline ed e’ intenso il dialogo con la chitarra di Brunod,; in “Rosa” quel dialogo diventa contrasto, al momento in cui la morbida atmosfera da “ballad viene bruscamente interrotta dai suoni distorti, cupi ed estremi di Brunod.
Sarebbe davvero importante poter ascoltare presto dal vivo anche qui da noi questo quintetto, che merita tutta l’ attenzione possibile anche solo per la ricchezza di spunti sonori ascoltati in questo notevole lavoro “italo – norvegese” – ad ulteriore dimostrazione che il jazz italiano e’ piu’ vitale che mai – in alcuni casi soprattutto all’ estero. (D.F.)

torna su

Roberto Cecchetto – Memories – Parco della Musica MPR 020
Ecco un altro convincente album del chitarrista milanese Roberto Cecchetto assieme al suo trio completato da Giovanni Maier al basso e Michele Rabbia batteria e percussioni cui si aggiungono, in quasi tutti i brani, le immaginifiche tastiere di Antonello Salis. L’intesa fra il trio ed il pianista è assolutamente perfetta e sembra davvero che i quattro costituiscano un combo rodato da tempo.
Ciò lascia al leader la possibilità di esprimersi in modo assolutamente libero dando così vita ad una serie di situazioni sonore assai diversificate a riprova anche del grande talento compositivo di Cecchetto che in effetti firma tutti e otto i brani presenti nel CD. Così, nonostante il clima cambi di continuo, passando dalla splendida liricità di “Lost song” alla complessità di “Voices” in cui si nota l’apporto di elementi preregistrati, si avverte una rimarchevole omogeneità nel discorso che Cecchetto porta avanti e che dal punto di vista strutturale non può non far riferimento a due grandi del chitarra jazz quali Wes Montgomery e Bill Frisell. Roberto ne ha interiorizzato la lezione per giungere a forme espressive assolutamente originali come evidenziato, fra l’altro, da “Rina” e “Plastic pleasure” . (G.G.)

torna su

Alessandro Fabbri – Pianocorde – Caligola Records 2119
Alessandro Fabbri appartiene a quella purtroppo vasta schiera di jazzisti nostrani che non hanno ancora ottenuto i riconoscimenti che il loro talento meriterebbe. Alessandro, nell’ambiente musicale, è a ben ragione considerato uno dei migliori batteristi per big band oggi in esercizio, grazie al suo drumming preciso, impetuoso , trascinante senza mai essere invadente. Ma con questo album dimostra ben di più, dimostra che la sua arte percussiva può adattarsi a qualsivoglia contesto evidenziando sempre quelle qualità che fanno di un semplice batterista un grande drummer, vale a dire capacità di sapersi relazionare con gli altri, originalità di fraseggio, inventiva ritmica, fantasia coloristica. Così Fabbri sceglie una strada non certo facile: misurarsi con l’utilizzo di strumenti ad arco in un contesto prettamente jazzistico, ed affronta il problema da un punto di vista totalizzante occupandosi della produzione così come della scelta del repertorio dal momento che scrive ben sei pezzi sui dieci eseguiti, e li arrangia tutti e dieci, con risultati che non esiterei a definire eccellenti. Quel che risulta particolarmente convincente in questo album è il perfetto equilibrio, la completa compenetrazione che Fabbri è riuscito a raggiungere fra scrittura e improvvisazione. Così ogni brano trova la sua giusta collocazione in un contesto in cui l’amore per la linea melodica, l’eleganza degli arrangiamenti, il continuo fraseggiare fra i protagonisti, il gusto dell’improvvisazione sono le linee guida di un percorso sempre interessante, a volte avvincente, a volte toccante. (G.G)

torna su

Giovanni Hidalgo, Horacio “El negro” Hernandez – “Traveling Through Time”
Egea – Incipit records – inc 108

Le percussioni di Giovanni Hidalgo e la batteria di Horacio Hernandez ci catapultano nella piu’ squisita atmosfera afrocubana, e non si puo’ che entusiasmarsi per una tale quantita’ di colori, dinamiche, figure ritmiche, ricchezza di timbri. Siamo davanti a due mostri delle percussioni , due funamboli che pero’ non sono solo virtuosi, ma interagiscono, si ascoltano, osano, si rincorrono, frenano, tacciono ed esplodono in un modo talmente entusiasmante che viene voglia di alzare il volume, chiudere gli occhi e farsi rapire dalle migliaia di battiti che si assemblano in migliaia di modi.
Hernandez e’ un batterista che ha il merito di aver creato il raccordo tra musica latinoamericana e jazz (non ha caso ha lavorato anche con il grande Rubalcaba), e questa esperienza si sente eccome nel dialogo con Hidalgo (uno dei maggiori congueros al mondo), per l’ enorme capacita’ reciproca di ascolto e di sviluppo di idee continuamente messe in circolo, in un fluire di volumi che si inspessiscono, si assottigliano, si moltiplicano e si rimpiccioliscono improvvisamente. Nei pianissimo si percepiscono tali sottigliezze di dinamiche e di timbri da rimanere stupiti anche se non si e’ esperti del settore; nei momenti piu’ intensi sono talmente fluenti i grappoli percussivi da sembrare, anzi da diventare, quasi frasi melodiche, ed e’ anche melodicamente che si seguono questi brani, che in alcuni punti si potrebbero persino replicare con uno strumento a fiato. Dunque questo imperdibile cd non e’ solo percussioni – batteria – virtuosismo di stampo afrocubano, ma si puo’ agevolmente definire anche uno strepitoso disco di jazz – e non solo. (D.F.)

torna su

Lydian Sound Orchestra – The Lydian Trip – almar 0090708
La Lydian Sound Orchestra è una delle più belle realtà del panorama jazzistico nazionale…anche perché dura oramai da vent’anni e questo album ne è una plastica ricostruzione musicale.
“The Lydian Trip” rappresenta, infatti, l’ennesimo omaggio indirizzato da Riccardo Brazzale e dai suoi musicisti da un canto alla tradizione vista con la sensibilità d’oggi, dall’altro a quell’esigenza di rinnovamento che deve sempre spingere verso nuovi traguardi. Di qui la scelta di un repertorio quanto mai attento e pertinente, un repertorio che, fatta eccezione per due brani rispettivamente di Monk e di Mingus (“Wee see” e “Boogie stop shuffle”) , viene scritto ad hoc da Riccardo Brazzale con l’ausilio di Pietro Tonolo (“Professore” che apre l’album) e Roberto Rossi (“Queen Porter March”).
Così l’album scorre secondo un percorso molto ben strutturato in cui l’ascoltatore può ritrovare la musica dei grandi del passato ( da Monk e a Mingus, da Jelly Roll Morton a Duke Ellington…a Ornette Coleman ) unitamente a quell’orignalità espressiva che oramai da tanti anni costituisce la cifra stilistica essenziale di questo eccellente tentetto. (G.G.)

torna su

Carla Marcotulli – How can I get to mars? – ACT 9720-2
Carla Marcotulli è, a mio avviso, una delle migliori vocalist che il jazz europeo possa oggi esprimere. Possiede una voce straordinaria, ben coltivata, una bella facilità di emissione, una naturale propensione alla melodia e soprattutto una grande capacità di adattarsi a qualsivoglia situazione passando così, senza apparenti difficoltà, da un canto di chiara impostazione lirica a partiture chiaramente jazzistiche…il tutto con estrema naturalezza, senza alcuna voglia di strafare.
Questo album ne è l’ennesima prova ed è il frutto di una bella idea che Carla coltivava già da tempo: realizzare un album con un quartetto d’archi, chitarra e voce; ne parla con Dick Halligan, musicista statunitense celebre a livello internazionale per essere stato il trombonista dei Blood, Sweat & Tears nel primo album Child Is Father to the Man. Halligan rimane entusiasta del progetto e comincia a scrivere alacremente tanto che alla fine ben nove dei tredici brani presenti nel cd sono dovuti alla sua penna.
Il risultato è di assoluta eccellenza sia per la qualità dei brani, sia per la splendida interpretazione della Marcotulli, sia per la bravura dei musicisti che l’accompagnano vale a dire il “Quartetto Dorico” a rappresentare il coté classico dell’impresa, e poi lo stesso Halligan al pianoforte, Sandro Gibellini alla chitarra, Dave Carpenter al basso , Peter Erskine alla batteria e in un brano Bob Sheppard al sassofono. (G.G.)

torna su

William Parker , Giorgio Dini – Temporary – SILTA 0903
Può un album di soli contrabbassi riuscire interessante anche per chi poco si interessa di musica improvvisata? Dopo l’ascolto di questo album la risposta non può che essere positiva: Giorgio Dini e William Parker si cimentano in cinque duetti in cui di scritto c’è veramente poco o nulla. Ma è proprio questo il fascino della musica che scaturisce dai due artisti, una musica che a tratti sembra letteralmente lievitare sulle ali di una straordinaria interazione. I due si intendono a meraviglia , si ascoltano, suggeriscono, sempre pronti a cogliere, a sviluppare qualsivoglia seme provenga dal compagno di viaggio creando così un clima continuamente nuovo e di alta intensità emotiva.
Così non c’è alcuna gerarchia prestabilita, non c’è un leader, ma l’incontro paritario tra due musicisti che evidentemente hanno molto da dirsi e da dire anche se una differenza tra i due si coglie: più lirico Dini, più legato alle tradizioni soul Parker.
Difficile anche soffermarsi su un brano piuttosto che sugli altri anche se a mio avviso “Danza e Finale” , a chiusura dell’intero album, risulta particolarmente avvincente. (G.G.)

torna su

Enrico Pieranunzi – Wandering – CAMJ 7824-2
Probabilmente quando un artista decide di registrare in solo vuole fare un lavoro su se stesso che non è solo una sfida, ma un modo molto libero di abbandonarsi alla propria espressività, al proprio linguaggio, ad una certa introspezione. Se poi il lavoro è anche basato sull’ improvvisazione, allora quella musica – se non è solo una prova muscolare di forza tecnica – puo’ diventare (non sapremo mai se consciamente o meno) un racconto del modo di sentire di quell’ artista, un autoritratto emotivo e anche del suo modo di percepire il mondo esterno.
Non è mai facile l’ ascolto di un cd solistico, eppure è questa difficoltà che ne rende i suoni così affascinanti e ricchi di potenziali significati. Pieranunzi è un pianista talmente poliedrico (lo abbiamo sentito in questi anni suonare in svariati contesti, in compagini che vanno dalla big band , al , al piano solo, lo abbiamo sentito interpretare Scarlatti, percorrere tutte le sfumature del trio) che questo “Wandering” (letteralmente “girovagando”) diventa davvero un variegato e profondissimo vagare senza mete prefissate nell’ animo di un artista che dimostra di avere molti lati da esplorare e anche molte storie da raccontare. E’ un viaggio che Pieranunzi per primo affronta senza traguardi a cui puntare, dunque anche chi ascolta insieme a lui aprirà porte, svolterà in vicoli ciechi o in ampli paesaggi accecanti, si riparerà in angoli freschi e riposanti o correrà in vortici ostinati e concentrici, si troverà in cupi meandri oppure contemplerà sereni e luminosi attimi di gioia. Perchè se in “Teenblues” si ascolta quanto animo afroamericano esiste nel pianismo di questo artista pur così legato al jazz europeo e nordeuropeo (e appare bellissimo come da una iniziale frammentazione quasi ritrosa esploda tutto il blues piu’ nero che c’è e il walkin’ bass piu’ esplicito e trascinante possibile), in “Fermati a guardare il giorno” invece c’è il lirismo malinconico del Pieranunzi piu’ introspettivo, in cui c’è una morbidezza poetica della tonalità minore che in alcuni momenti diventa asprezza o anche indefinitezza di armonie e note concentriche (che rendono questo artista così unico e riconoscibile tra mille, nel suo stile). Ma in “Improstinato” incontriamo la maestria tecnica, mai fine a se stessa, ma anzi strumentale ad una espressività complessa perchè complessi probabilmente sono gli stati d’ animo da codificare, forse per primo a se stesso, chi lo sa… Poi invece in “Foor-fee” sembra di sentire anche un contrabbasso “fantasma”, come se Pieranunzi immaginasse di suonare in , rifiutando la totale solitudine, tornando ad un dialogo (che gli è così consono, del resto) con un altro musicista che, attenzione, non sostituisce con la mano sinistra: semplicemente improvvisa in una modalità diversa, aperta. E ancora in “For my true love” sembra di ascoltare piccole carezze melodiche ad un amore luminoso, ondate di dolce emotività mai stucchevoli, poiché basta il reiterarsi di una sola nota con il tocco della mano destra a far traboccare quell’ espressivita’ che non ha più bisogno di tecnica ferrea,a perchè ciò che si dice è tanto intenso quanto semplice…. anche se non è semplice esprimerlo. Solo “girovagando”, viene da pensare, è possibile la meraviglia dell’ “imbattersi” in qualcosa…e certo i viaggi improvvisati, non organizzati, sono sempre i più belli ed i più veri. (Daniela Floris)

torna su

Fabio Zeppetella – Jobim variations – emarcy 0602527076706
Bisogna essere dei temerari per affrontare il repertorio di Antonio Carlos Jobim e cercare di riproporlo in chiave originale.
Ma i quattro musicisti presenti in questo album sono tutti dei fuoriclasse e quindi, come è facile desumere dall’ascolto delle dodici tracce, hanno brillantemente vinto la sfida.
Zeppetella alla chitarra, Danilo Rea al pianoforte, Ares Tavolazzi al contrabbasso e Aldo Romano alla batteria hanno dato un’ulteriore prova della loro valenza dando vita ad un album che si contraddistingue per l’estrema raffinatezza con cui i quattro artisti hanno affrontato un repertorio così caratterizzato come le musiche del compositore brasiliano cui si affiancano un pezzo di Irving Berlin (“Change Partners”), e quattro composizioni originali, due di Zeppetella (“Remebering” e “The night, the music and you”) e due di Aldo Romano (“Petionville” e “Lontananza”).
Ma, chiaramente, il fulcro dell’album è costituito dai brani di Jobim .E i pezzi più noti ci sono tutti: da “How insensitive” a “Wave”, da “Corcovado” a “Girl from Ipanema”, da “Crepuscule” a “Dindi”… In ogni brano i quattro riescono a raggiungere un miracoloso equilibrio fra rispetto dello spirito originario della composizione e urgenza di trattarla in modo personale sì da offrire all’ascoltatore qualcosa che sia allo stesso tempo conosciuto ma originale. L’alchimia è di quella davvero difficili da realizzare ma lo stile di Zeppetella (chiaramente ancorato alla lezione di Wes Montgomery) la straordinaria inventiva e fantasia di Danilo Rea, il sostegno armonico e ritmico del duo Tavolazzi-Romano hanno compiuto l’impresa. Infine da non dimenticare la bontà degli arrangiamenti per gli archi scritti da Simone Borgia.

torna su

Articoli scelti per te:

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!

Commenti

commenti