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Luca Aquino – “Lunaria” – Emarcy 0602517996267
Luca Aquino e’ un giovane trombettista talentuosissimo ed eclettico, che in “Lunaria” dispiega la sua personalissima poetica musicale, fervida, ricca di suggestioni e passioni plurime ed elevate all’ ennesima potenza da una energia fuori dal comune e da una notevole tentazione onirica . Bisogna sottolineare questo perche’ ascoltare questo lavoro significa chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare in un mix di musica elettronica, acustica, rock, popolare, jazz, anni 60, fidandosi ciecamente del gusto di questo musicista, che freneticamente morde ma allo stesso momento lentamente assapora tutto cio’ che musicalmente gli piace.
Ascoltate allora “Ninna nanna per la piccola Sara”, autore il contrabbassista Bardoscia, , una semplice melodia in progressivo intensificarsi delle intenzioni della tromba, con il contrabbasso che sottolinea toniche e terze. La chitarra elettrica di Giovanni Francesca da’ quel tocco di surreale e di spaziale quasi, che nella Luna e’ d’ obbligo , e un accenno minimo di distorsione elimina tutto il potenziale “zucchero in eccesso”. Poi inoltratevi invece in “Non surprises” con Maria Pia De Vito e la sua voce perfetta si, ma perfettamente espressiva, intensa, e che si prende la libertà di provenire dalla pancia e non dalla testa, come sentiamo fare da tante bravissime (ma tutte uguali) cantanti di jazz. Aquino la carezza affettuosamente con le sue note, e la batteria di Brugnano incalza e sottolinea con il funky piu’ intenso.
Tutto ancora cambia in “Nadir lo sposo e la fata Malika”, strano ed affascinante brano bipartito in due episodi sonori (il primo un dialogo tra elettronica e percussioni, il secondo invece tra tromba e contrabbasso ) con strumenti che a loro volta sembrerebbero suggerire dapprima paesaggi e dopo personaggi fiabeschi, vagamente orientali.
Questi dialoghi strumentali sono una costante di tutto il cd, pur nella loro diversita’ tra un brano e l’ altro. Bellissimo il dialogo delle due trombe di Aquino e Roy Hargrove ( con l’ importante apporto di contrabbasso e batteria): contrappuntano tra di loro, in una atmosfera electrofunky, frenetica e delirante, con momentanei atterraggi in ampi respiri melodici di note lunghe in cui la frenesia rimane accanitamente agganciata solamente e disperatamente alla batteria. L’ accattivante alternarsi tra momenti tranquilli e momenti febbrili riappare in “Mi sei scoppiato dentro al cuore”, originale rilettura di una bella canzone di Bruno Canfora , che viene enfatizzata ritmicamente ed arricchita dai suoni elettronici, ma che mantiene tutta il suo impatto emotivo e melodico nella tromba di Luca Aquino, mentre la chitarra procede sottolineando tutti i controtempi in sincope: impossibile annoiarsi. Nell’ omaggio a Fabrizio De Andre’ “Amore che vieni amore che vai” la tromba diventa morbida, delicata e forse anche malinconica, la chitarra diventa acustica, e la musica si trasforma un tributo rispettoso e affettuosissimo ai suoni del Maestro Fabrizio.
Ma c’e’ anche l’ atmosfera surreale elettronica e un po’ delirante di “No casualties”, con la voce di Maria Pia De vito in versione sperimentale – contemporanea, a riprova dell’ eclettismo di questa interprete che e’ cosi’ riconoscibile eppure sempre cosi’ nuova; o la pausa necessaria, riposante ed intensa di “A piccoli passi”, in cui una chitarra acustica delicata ed intensa introduce la tromba per poi passeggiare con lei in unisono nello sfondo di suoni inusuali che ne esaltano, per contrasto, l’ ambito cosi’ morbido , in cui sono piccole perle anche il solo di contrabbasso e l’ elegante leggerezza della batteria. E poi c’e’ la bella performance di Carla Casarano nel difficile “Overlook”. Miles Davis e’ ricordato in “All Blues” in modo molto personale, con il contrabbasso che introduce un bel funky soft ma intenso che ricorda il Davis dell’ ultimo periodo, cosi’ attratto dalla musica elettronica. In “Delirio berkiddese” troviamo persino un rap in dialetto beneventano, con la batteria in evidenza che lotta con un ostinato in sottofondo a loop. Il cd termina con “Lunaria”, improvvisazione libera e ricerca di atmosfere oniriche, che tende ad una progressiva rarefazione verso il silenzio: il viaggio e’ terminato, e si e’ ancora felicemente confusi e disorientati, come quando ci si sveglia improvvisamente da uno strano sogno. (D.F.)

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Anouar Brahem – The Astounding Eyes of Rita – ECM 2075
“The Astounding Eyes of Rita” ci presenta un quartetto che potrebbe ben a ragion essere considerato una piccola internazionale del jazz moderno: il leader proveniente dalla Tunisia, il clarinettista Klaus Gesing dalla Germania, il bassista Björn Meyer dalla Svezia ed il percussionista Khaled Yassine dal Libano.
E uno degli elementi di maggior interesse del gruppo consiste proprio nell’incontro, inedito, tra il bassista e il clarinettista ambedue già presenti, ma non assieme, in precedenti registrazioni ECM: Meyer lo troviamo nell’intenso “Stoa” del 2006 del Nick Bartsch’s Ronin mentre Gesing è accanto a Norma Winstone in “Distances” del 2008. Dal canto suo il percussionista libanese introduce nuovi colori ritmici nella già ricca musica proposta dai suoi compagni d’avventura tra i quali, ancora una volta, spicca Anouar Brahem.
E’ lui, infatti, l’indiscusso protagonista dell’album, grazie alla straordinaria maestria con cui suona il suo oud, strumento , certo, di tradizione ma grazie ad Anouar ricondotto in una dimensione assolutamente moderna nel cui ambito il suono stesso dello strumento sembra assumere una veste nuova. In questa registrazione il tutto è esaltato dalla perfetta sintonia tra l’oud e il clarinetto basso di Gesing che si integrano magnificamente sembrando quasi l’uno la continuazione dell’altro. Al riguardo molti sono i brani da ascoltare con la massima attenzione anche se particolarmente riusciti appaiono “Dance with waves” e il danzante “For no apparente reason”.
Un’ultima notazione: nel libretto che accompagna l’album è contenuta uno scritto di Mahmoud Darwish , poeta e scrittore palestinese, “Rita en the Rifle” cui è dedicato il CD; leggetelo!

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Max De Aloe , Bill Carrothers – Apnea – Abeat AB JZ 072
L’ è uno strumento che amo particolarmente dato il suo timbro così suggestivo e le possibilità espressive che racchiude. Di qui la mia predilezione per Max De Aloe, sicuramente tra i più grandi armonicisti a livello internazionale. Cresciuto ovviamente lungo le linee direttrici tracciate da Toots Thielemans, Max se ne è progressivamente allontanato sino a raggiungere una forma espressiva che gli è assolutamente congeniale e che oramai caratterizza ogni sua esibizione live o fatica discografica.
In tale contesto si inserisce quest’ultimo lavoro registrato a Genova il 12 gennaio del 2009 in assieme al pianista statunitense Bill Carrothers. Va detto immediatamente che l’album si allontana, e non di poco , dalle atmosfere che Max era solito frequentare. Questa volta , come spiega lo stesso De Aloe nelle note che accompagnano il CD, la musica trae ispirazione dalle pagine di “Dance Dance Dance” dello scrittore giapponese Murakami Haruki, che proprio il giorno dell’incisione compiva 60 anni. Ed anche la scelta di Bill Carrothers è tut’altro che casuale: proprio nel momento stesso in cui Max immaginava di scrivere musica ispirandosi allo scrittore giapponese decideva di volerla interpretare con Bill. Questi pensieri Max li elaborava in Egitto nell’inverno del 2003 ma ha potuto realizzarli solo nel gennaio del 2009…quindi un album a lungo pensato e ponderato.
Il risultato è largamente positivo in quanto i due musicisti riescono a trovare un comune terreno d’incontro nell’elaborare lunghe linee melodiche intrise di un lirismo non superficiale, quasi cerebrale che accompagna tutte le esecuzioni. Ma proprio questo elemento positivo alla lunga rischia di trasformarsi in una sorta di limite in quanto l’album soffre di una sorta di eccessiva omogeneità ed uniformità di suono.

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Fly – Sky & Country – ECM 2067
Ecco al debutto con ECM un trio di straordinari musicisti statunitensi composto da Mark Turner al sax tenore e soprano, Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard. Come si nota un combo piano-less di per sé particolarmente impegnativo per i musicisti che lo compongono: in effetti formazioni di questo tipo per ottenere un qualsivoglia risultato degno di questo nome devono potersi basare su una serie di elementi non facile da trovare tutti assieme, vale a dire un’assoluta padronanza strumentale, una grande facilità di improvvisare e soprattutto la capacità di ascoltarsi, cosa molto più semplice a dirsi che a farsi.
Ebbene dopo un attento ascolto dell’album non si può non convenire che tutte e tre queste condizioni siano soddisfatte al massimo. Il gruppo nasce a metà degli anni ’90 per iniziativa di Jeff Ballard e fin dall’inizio si è avvalso della capacità compositiva di tutti e tre i suoi componenti, cosa che accade anche in quest’album registrato tra il febbraio e il giugno del 2008 alla vigilia di una tournée effettuata sia all’interno degli States sia in Europa, specificamente in Francia, Austria e Belgio. Questo per dire che i tre hanno oramai acquisito una profonda reciproca conoscenza e la cosa si avverte immediatamente. Così, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il ruolo di svolgere la linea melodica e quindi di trascinare il tutto non è riservato al solo sassofono ponendosi spesso in primo piano anche contrabbasso e batteria. Di qui un alternarsi di ruoli che evidenzia l’eccellente livello esecutivo dei tre che mai denotano un attimo di indecisione o solo di stanca. Così Turner evidenzia uno stile che denota un’accurata conoscenza della letteratura sassofonistica riuscendo a suonare con grande rilassatezza in qualsiasi situazione e con un sound che conserva sempre il sapore della pienezza e dell’originalità. Dal canto loro Ballard mette in mostra tutte le sue capacità coloristiche mentre Grenadier si dimostra grande “allievo” di Dave Holland facendo capire ancora una volta perché oggi molti artisti lo vogliano al loro fianco.
Dal punto di vista del repertorio i brani sono tutti interessanti ma in questa sede è forse opportuno ricordare il brano che apre l’intero album “Lady B” di Ballard in cui l’equilibrio tra scrittura e improvvisazione è davvero perfetto e “Perla Morena” sempre di Ballard, una vera e propria beneficiata per il batterista
Video – Fly Trio Live

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& Aires Tango – 10/15 – Parco della Musica
Dieci dischi in quindici anni: questo il senso del titolo del nuovo album di Javier Girotto & Aires Tango registrato a Roma tra il settembre e l’ottobre del 2008. E per festeggiare una ricorrenza del genere non poteva esserci di meglio che un’ulteriore fatica discografica del quartetto che, formatosi nel 1994, ha inanellato una serie di successi straordinari grazie ad una musica affatto originale come testimoniano gli oltre 500 concerti svolti davvero in ogni parte del mondo.
La ricetta ad enunciarla è piuttosto semplice: fondere tango e jazz, passato e futuro, modernità e tradizione; ma, come al solito, una cosa è dire, altra è fare tanto è vero che la stessa strada seguita da molti altri gruppi non ha dato frutti degni di rilievo. Girotto e gli Aires Tango, viceversa, si sono imposti all’attenzione generale. Come afferma lo stesso Girotto quello di fondere i due generi “è’ stato un bisogno vero, un qualcosa di viscerale e non una cosa studiata per suonare la musica che andava di moda in quel periodo anche perché, quando è nato questo gruppo, in Italia non si sapeva niente del tango”.
Da allora il gruppo è cambiato stilisticamente allontanandosi dal tango e avvicinandosi sempre più a stilemi prettamente jazzistici come evidenziato in quest’ultimo lavoro anche se l’album si basa esclusivamente su originals composti da Girotto (7) , Alessandro Gwis (3), Marco Siniscalco (2) e Michele Rabbia (1)

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Girotto, Nastro, Cohen, Gatto – Sea inside – itinera 008
E restiamo su Javier Girotto questa volta orfano degli Aires Tango ed inserito in un quartetto completato dal pianoforte di Francesco Nastro, dal basso di Avishai Cohen e dalla batteria di Roberto Gatto.
Alle prese con un repertorio ovviamente diverso dal solito e scritto in massima parte dal pianista, Girotto se la cava egregiamente evidenziando ancora una volta le sue qualità migliori, vale a dire un fraseggio irruento alle volte torrenziale ma sempre sotto controllo, un sound corposo su tutte le ottave dello strumento, una facilità di improvvisare non comune. Ma è tutto il gruppo a ben funzionare: Francesco Nastro si riconferma pianista e compositore di vaglia, Cohen evidenzia una forte personalità artistica contribuendo in maniera determinante al perfetto tappeto ritmico-armonico su cui si muovono pianista e sassofonista mentre di Roberto Gatto non c’è bisogno di aggiungere alcunché a quanto già non si conosca.
Ma questo non sarebbe stato sufficiente alla bella riuscita dell’album se non fosse stato accompagnato dalla qualità intrinseca della musica: prendendo ispirazione dal Mediterraneo quale tratto accomunante diverse culture, i membri del gruppo hanno scritto pagine in cui si mescolano umori, sapori, echi più o meno lontani di mondi che attraverso la musica si incontrano e dialogano alla pari, senza pregiudizi o steccati di qualsivoglia genere tanto che l’album si chiude con “El pibe de oro” un omaggio di Javier Girotto a Diego Armando Maradona.

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Egberto Gismonti – Saudaçôes – ECM 2082/83 2 CD
Molto si discute attorno all’annoso problema se la musica possa o meno essere semantica, dibattito che sarà rinfocolato da questo album doppio in cui Gismonti dichiara apertamente di voler offrire un’immagine del Brasile attraverso la sua gente, la sua cultura e la sua storia. Per raggiungere tale obiettivo ha scritto una suite in sette parti “Sertôes Veredas” che occupa tutto il primo CD affidandone l’esecuzione alla “Camerata Romeu” un ensemble d’archi cubano di sole donne diretto da Zenaida Romeu. Insomma attraverso le personali reminiscenze dell’autore siamo trasportati in territori immaginifici, in cui riecheggiano sia aspetti a noi noti sia echi di mondi più lontani. Il tutto reso magnificamente dalla compagine orchestrale che si dimostra interprete ideali delle non facili partiture.
Di impianto completamente diverso il secondo CD in cui Egberto ci presenta dieci brani scritto o solo da lui o in concorso con altri autori in soli tre pezzi; ad eseguirli lo stesso Egberto in duo con il figlio Alexandre: quindi un duo di chitarre che si esprime su terreni assolutamente ontani – per non dire estranei – al jazz. In queste interpretazioni manca del tutto l’improvvisazione trattandosi di pagine completamente scritte in cui si evidenzia l’abilità tecnica ed interpretativa dei musicisti. Quasi inutile dire che il raffronto tra padre e figlio non è possibile..anche se Alexandre dimostra delle indubbie qualità.
Un’ultima ma non secondaria notazione: questo album arriva ben dodici anni dopo l’ultima fatica discografica dio uno dei migliori musicisti di questi ultimi anni: occasione in più per non lasciarselo sfuggire.

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Harrell, Giammarco, Zeppetella, Deidda, Sferra – The Auditorium Session – Parco della Musica
Harrell, Moroni, Dulbecco, Fioravanti, Zirilli, Bagnoli – The cube – abeat JZ 052

Non c’è alcun dubbio che Tom Harrell sia uno dei musicisti più preparati, sensibili, addirittura commoventi che la cena del jazz odierno possa proporre. E, per fortuna, da qualche tempo a questa parte ha preso l’ottima abitudine di incidere con musicisti italiani dando vita ad album sempre di elevatissimo livello.
In particolare il primo CD che vi propongo testimonia l’incontro avvenuto all’Auditorium Parco della Musica di Roma nella primavera del 1995 fra il trombettista ed alcuni dei migliori jazzisti italiani in assoluto. Il risultato è assolutamente straordinario : Harrell, come suo solito, si dimostra solista di assoluto livello ma allo stesso tempo ama mettersi al servizio dei suoi compagni facendo gioco di squadra in vista del risultato finale. Così la gioia di suonare assieme, di esprimersi congiuntamente appare chiara sin dalle prime note de “I nodi e il pettine” di Maurizio Giammarco” per proseguire con una serie di composizioni dello stesso sassofonista, e di Fabio Zeppetella cui si aggiungono uno standard (“Autumn in New York”) e due composizioni di Harrell. Ma, indipendentemente dal brano, la tromba di Harrell è sempre lì ben presente ,capace ora di portare avanti il discorso da leader qual è, ora coadiuvando le sortite solistiche dei suoi compagni d’avventura

Il secondo album (del 1997) vede ancora una volta Harrell a fianco di quello straordinario musicista che risponde al nome di Dado Moroni; i due costituiscono oramai una coppia che definire affiatata è un vero e proprio eufemismo. Sembra quasi che si conoscano da sempre, che abbiano trascorso la loro vita artistica sonando assieme così perfetta, intensa, profonda appare la loro sintonia. Il dialogo si sviluppa con estrema naturalezza anche se su terreni che almeno in partenza non sono paritari. In effetti Moroni e gli altri suonano assieme già da qualche tempo per cui la voce di Harrell è un’aggiunta ma di quelle che ad un ascoltatore non addentro alle cose del jazz appare elemento essenziale del gruppo, come se ne avesse fatto parte da sempre. Insomma Harrell è ancora una volta attore di primo piano e la riprova viene dal fatto che il trombettista ha scritto appositamente per l’occasione il pezzo che apre l’album , “Tom’s Soul” seguito a ruota da un altro pezzo forte di Harrell “Streets”.
Quanto alla presenza di due batteristi (Bagnoli e Zirilli), andatevi a leggere quanto racconta Moroni nel libretto che accompagna l’incisione.

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Ron Horton featuring Antonio Zambrini – Is a gadget world…. Abeat AB JZ 067
E’ un cd di ottima fattura questo “It’s a gadget world…” , in cui Ron Horton si avvale del nostro pianista Antonio Zambrini , che collabora con lui gia’ dal 2005. I due quindi gia’ si conoscono bene e che siano felici di suonare insieme lo si intende fin dalle prime note del brano che da’ il titolo al disco: nelle intenzioni dell’ autore deve evocare la meccanicita’ della societa’ attuale – e il ticchettio quasi ossessivo della batteria del notevole Tony Moreno, ne e’ in effetti una efficace esemplificazione, in una specie di rilettura musicale dei “Tempi Moderni”, alla quale contribuisce anche il contrabbasso Ben Allison , bravissimo, con una circolarita’ continua del disegno melodico ritmico.
La tromba di Horton ha un timbro gentile, delicato, preferisce una morbida intensita’ agli urlati che lo strumento gli permetterebbe, e in brani come “Gaia” l’ improvvisazione e’ elegante, e gli inaspettati piccoli stop times , quasi subliminali, rendono quelle sonorita’ emozionalmente ancora piu’ intense – complice anche la bella capacita’ improvvisativa di Zambrini e i momenti di inseguimento all’ unisono della batteria che, al momento di discostarsi, lo fa delicatamente e senza strafare. Proprio pensando ad Horton, con il quale avrebbe suonato di lì a poco, Zambrini (autore di cinque dei brani presenti nel cd) ha composto “Waiting for that”: ed e’ bello come in effetti questo pezzo sia cosi’ adatto alla sua tromba, che nella percezione del pianista si bea di lunghe frasi melodiche, note lunghe e intense ; ed infatti Horton indugia molto suonando di un fiato, in un tutto molto continuo e sospeso. E’ uno dei brani in cui l’ interplay e’ veramente molto intenso: nel momento in cui rimangono soli piano e batteria i due indugiano su grappoli di note e battiti liberi ma ascoltandosi molto, volteggiando liberamente e destrutturando, nel probabile e riuscito intento di evocare una lunga attesa.
E’ proprio questa comune volontà di non strafare di tutti e quattro che rende elegante questo lavoro, godibile, e che rende in grado chi lo ascolta di fare attenzione ai tanti particolari e alle raffinate sottigliezze timbriche e dinamiche (mai indice di fredda sofisticazione musicale pero’), anche nei brani piu’ swinganti o “cattivi”: in “Old West” ad esempio la tromba di Hotron prende vigore ed indugia anche sul registro basso, Zambrini si prende tutto il tempo necessario per una bella improvvisazione da solo, molto lirica ed intensa.
Se volete ascoltare un jazz evocativo, non certo sperimentale ma di sicuro non noioso ne’ accademico ne’ scontato, e soprattutto se volete ascoltare quattro artisti che dal primo all’ ultimo brano hanno come scopo quello di concorrere insieme a creare bella musica abbandonandosi al gusto di sentirsi e meravigliarsi (ed ammirarsi) reciprocamente, questo e’ il cd che fa per voi. (D.F.)

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Dan Kinzelman – Goodbye Castle – CamJazz 3304-2
Guildhall big band – Pure and simple – CamJazz 3303-2

Questi due album fanno parte della nuova collana intitolata “JazzCam presents” , dedicata ai nuovi talenti del jazz.
Protagonista del primo è Dan Kinzelman, giovane sassofonista e clarinettista di origine statunitense (Wisconsin 1982), che il pubblico italiano ha già avuto modo di apprezzare nel quartetto del pianista Giovanni Guidi, vincitore del “Top Jazz 2007” del mensile Musica Jazz come “miglior nuovo talento italiano”. Il leader è coadiuvato da altri tre musicisti americani vale a dire Landon Knoblok (pianoforte), Joseph Rehmer (contrabbasso) e Austin McMahon (batteria).
Per questo esordio discografico da leader, Kinzelman ha scelto un repertorio composto quasi esclusivamente da suoi brani (ben otto) cui si aggiungono il traditional irlandese “Spancilhill” e dal suggestivo “Lost in the Harbour” di Tom Waits. Alle prese con una musica “nuova” i quattro ci tengono ad evidenziare un dato ben preciso: la loro profonda conoscenza del retroterra jazzistico in cui si muovono. Per fortuna, invece di ricorrere ai tanti clichés oggi in uso o di fare sfoggio di un’inutile tecnica, Kinzelman e compagni preferiscono far ricorso alla loro sensibilità per articolare un linguaggio certo perfettibile ma sicuramente originale. Così i riferimenti al passato sono evidenti ma altrettanto evidente è lo sforzo – in buona parte riuscito – di allontanarsene senza troppi rimpianti.

E veniamo al secondo album che vede come protagonista l’inglese Guildhall Big Band proveniente dalla Guildhall School of Music & Drama, inesauribile “fucina interdisciplinare di talenti fondata a Londra nel 1880”. L’album è dedicato al grande John Taylor, musicista di spicco del jazz britannico, egli stesso docente di pianoforte alla Guildhall nonché artista di punta della stessa Cam Jazz. La band, “rinforzata” dallo stesso Taylor in veste di ospite d’onore, e diretta con mano sicura dallo statunitense Scott Stroman presenta sei composizioni del pianista che vengono rilette alla luce delle esigenze espressive proprie di una big band.
Di qui una serie di arrangiamenti assai ben strutturati in cui le strutture compositive vengono rivisitate dall’interno alla ricerca sia di un buon equilibrio tra collettivo e singoli sia di un sound che renda giustizia alle partiture. Dal canto suo Taylor sembra agire quasi nell’ombra, impercettibilmente finché non decide di entrare in scena, passare in primo piano ed occupare gli spazi che la sua classe giustamente reclama.

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FRANCESCO MARZIANI – “In my own sweet way” – Philology W 391.2
Francesco Marziani ha vinto (ed ascoltando la sua musica bisogna aggiungere meritatamente) il “Massimo Urbani Award 2008”, accaparrandosi la possibilita’ di registrare il cd di esordio con la casa discografica Philology: “In my own sweet way” e’ il risultato di questa possibilita’ ed e’ un bel lavoro in trio con Massimo Manzi alla batteria e Massimo Moriconi al contrabbasso.
Sia che Marziani si cimenti con il fraseggio “trombettistico” in un velocissimo swing di “The Chase”, sia che interpreti la notissima ed intensa ballad “You’ve changed” o “Eleanor” (scritta dal suo maestro Barry Harrys) appare evidente che siamo davanti ad un pianista che pur essendo solo ventottenne ha metabolizzato molta musica jazz, ed e’ gia’ perfettamente in grado di metterci piu’ che qualcosa di suo. L’ inclinazione e’ intimistica, la mano destra e’ cristallina ed intensa , ed anche come compositore (cinque brani presenti nel cd sono suoi) Marziani ha un suo tratto di intensa delicatezza che puo’ essere il preludio di uno stile che potrebbe diventare anche molto piu’ personale di cosi’.
Nel frattempo che la “timidezza espressiva” di questo bravissimo artista venga alla luce – la qual cosa ascoltando i brani tutti di questo bel cd non e’ lontana dall’ accadere – non e’ ozioso dire che “Iin my own sweet way” e’ un cd di vero jazz, da ascoltare attentamente e da godersi in pieno relax ammirandone le indiscutibili doti non solo tecniche, ma di lirismo ed intensita’ melodica. A proposito: Massimo Manzi e Massimo Moriconi sono bravissimi e sembrano divertirsi molto in un interplay che appare tutt’ altro che di maniera. Complimenti e auguri a Marziani (vincitore, tra l’ altro di numerosi altri riconoscimenti, tutti meritatissimi). (D.F.)

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Franck Tortiller – L’ orchestre sentimental in ¾- Cam Jazz prm 7818-2
Non ci si lasci ingannare dal titolo di questo bel cd: chi conosce Tortiller anche solo superficialmente sa che musicista ed arrangiatore raffinato sia questo eccellente vibrafonista. Non siamo dunque davanti ad un melenso e sfruttato repertorio ballabile per big band, ma a brani originali – ispirati anche alla canzone popolare e tradizionale – eseguiti in modo inusuale, sia dal punto di vista delle dinamiche, che dal punto di vista degli spettri armonici e melodici, che degli scambi tra i solisti e l’ insieme di tutti gli undici elementi.
Basti ascoltare “Rue aux fromages” per capire quanto questo lavoro sia ricco di spunti e quanto questi stessi siano versatilmente sviluppati: in sette minuti o poco piu’ assaporiamo una intro di tromba che interagisce con il totale dell’ orchestra, poi tutto il jazz possibile nel quartetto sax vibrafono basso e batteria , che si assottiglia in uno spettacolare trio sax basso e batteria che a loro volta si reinseriscono nella big band senza pero’ perdere il linguaggio intenso ed individuale che siamo abituati a sentire in un quartetto o in un trio.
C’e’ tutto lo spazio per ascoltare le interpretazioni improvvisative di tutti i componenti dell’ orchestra, ma anche per sentirli navigare nella totalita’ dell’ ensemble mantenendo l’ interplay come se continuassero ad improvvisare anche negli obbligati. In uno dei “valse” di Tortiller, precisamente nel n. 6, si parte da una atmosfera afro di percussioni – e scat dello stesso batterista Patrice Heral,strepitoso in tutto il cd bisogna dire – in cui mano mano l’ atmosfera cambia con l’ inserirsi molto libero della tromba di Gobinet e poi dei vibrafoni, che cominciano ad interagire con la sezione intera dei fiati in una struttura domanda/risposta mai banale, che piuttosto garantisce la solida base per una improvvisazione che davvero si libra con una liberta che non si assocerebbe cosi’ facilmente ad una compagine come la big band. Se “Douce Joie” ha tutto il sapore della ‘chanson francese’, in cui l’ accordion la fa da padrone ma in un contesto scoppiettante in cui i fiati punteggiano ad arte e sono ritmici e melodici insieme, in “Impasse des vertus” il brano inizia con il vibrafono che quasi ricorda l’ atmosfera infantile di un carillon, ma solo per poco: perche’ il pezzo si infiamma con un solo di sax di Eric Bijon, che poi diventa un solo di accordion, che poi diventa una mazurka molto poco jazzistica, divertente, appassionata e trascinante.
La batteria di Patrice Heral e’ davvero eccezionale in tutti i contesti. E questo lavoro di Tortiller lascia davvero entusiasti e stupiti per ricchezza, originalita’ ed anche ironia, oltre che per la bravura di ogni singolo musicista – prima di tutti lo stesso leader, naturalmente. Da ascoltare al piu’ presto. (Daniela Floris)

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Angelo Valori – Notturno Mediterraneo – EGEA SCA 154
Quest’album è assolutamente particolare per almeno due buoni motivi: a) chi lo firma non è un esecutore ma un compositore, figura abbastanza anomala nel jazz di oggi come protagonista assoluto di un album; b) fin dal titolo si evidenzia un amore per la musica mediterranea che, come si scoprirà dall’ascolto, non è quella oggi tanto di moda e spesso riferita a melopee arabe o alle pizziche salentine, bensì quella riferita, per usare le parole esemplificatrici dello stesso Valori, alla “straordinaria varietà melodica, con la ricchezza di scale ed inflessioni che caratterizza ogni area geografica” del Mare Nostrum.
Insomma una bella scommessa che parte da lontano; Angelo Valori è un compositore che dopo aver lavorato nell’ambito della musica contemporanea ed aver poi lasciato la penna per alcuni anni, ha deciso di tornare a scrivere dando libero sfogo al suo sentire. Di qui il progetto in esame che è stato ben accolto dal coraggioso produttore della Egea , Tonino Miscenà , cui Valori era stato segnalato da Germano Mazzocchetti che aveva apprezzato le musiche di Angelo eseguite al Teatro dell’Opera di Roma.
Miscenà ha così messo a disposizione un organico di assoluta eccellenza con Gabriele Mirabassi al clarinetto, Pietro Tonolo al sax tenore e soprano, Marco Zurzolo al flauto e sax contralto, Peo Alfonsi alla chitarra, Erasmo Petringa oud e violoncello, Gil Goldstein al pianoforte, Salvatore Maiore al contrabbasso e Antonio Mambelli batteria e percussioni.
E basterebbe questo elenco per far capire la qualità dell’album, ma ascoltandolo si avranno belle sorprese dal momento che la melodia, così come intesa da Valori, ti prende dal primo all’ultimo minuto data la varietà di situazioni che riesce a creare. In quest’ambito si evidenzia la grande capacità non solo di scrittura ma anche di arrangiamento di Angelo Valori il quale riesce a dare un perfetto equilibrio tra scrittura e improvvisazione, in ciò magistralmente coadiuvato dai suoi partners tra cui spiccano Gil Goldstein e quel Gabriele Mirabassi che a mio avviso è oramai uno dei migliori clarinettisti a livello internazionale.
Tutte notevoli le composizioni con una menzione particolare per “La canzone di Enrico” dalla splendida cantabilità e la suggestiva “Il volo dell’Aquila ferita” inserita, come spiega lo stesso Valori, all’ultimo minuto dopo il terribile terremoto del 6 aprile 2009.

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