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Sulla “perversità” del rapporto jazz e media sono già intervenuto nello spazio di “A proposito di Jazz”. Un recente editoriale (2 dicembre) di Gerlando Gatto mi sollecita, tuttavia, ad un nuovo contributo che va al di là della condivisa critica alla “politica degli annunci”.

Siamo nel mezzo di una transizione epocale dell’informazione; se la carta stampata perde lettori, testate, spazi, pubblicità credibilità ciò non può che riverberarsi sulla stampa di settore e nelle pagine dedicate dai quotidiani alla cultura, ormai in gran parte “televisionizzata”. Non credo serva a molto denunciare la mancanza di spazi nei media “tradizionali”, conviene adoperarsi ad aprirne altri, strategia che – del resto – l’amico Gatto sta perseguendo sia con questo sito che con le trasmissioni su Red TV.
Mi spiego meglio: è giusto, importante, sacrosanto criticare le manchevolezze a livello di informazione a cui assistiamo quotidianamente in ambito jazzistico e non. Forse è più importante, tuttavia, muoversi su una nuova frontiera che, in gran parte, esiste già. Se la rete è riuscita a portare in piazza un milione di persone nel “No B-Day”, se Barak Obama ha costruito una buona parte del suo successo elettorale in rete questo avrà un senso generale.

Un amico musicista, della mia generazione, sapendo che non avevo pagina in nè su altri social network e che non disponevo di un sito o di un blog mi ha bonariamente accusato – con espressione romanesca – di “essere antico”. Del resto ho personalmente notato che i miei articoli on-line (delle recensioni concertistiche per “Il Giornale della Musica”) hanno avuto molto più riscontro presso uffici stampa e pubblico del “sudato cartaceo” (su “il manifesto”, “Ultrasuoni” o lo stesso “Giornale della Musica”). Ormai gran parte dell’informazione sui e anche sugli orientamenti jazzistici funziona on-line (siti e “luoghi” non mancano), oppure direttamente attraverso musicisti e fan che – per mezzo della piazza virtuale – costituiscono una rete che prende il posto della chiacchiera post-concerto, delle telefonate private, dei consigli dell’amico esperto, dell’articolo critico o della recensione discografica sulla rivista o sul quotidiano di riferimento. Siti e blog sul e nel jazz esistono e creano opinione ed orientamento. Il problema, per me che sono legato al cartaceo, è intercettare ed entrare in questo flusso, in questa corrente che è ricca di fermenti e movimenti.

Altro discorso quello che registra un mercato del lavoro ristretto ad una manciata di jazzisti italiani mentre il resto ha poche, se non minime, occasioni; qui non è solo colpa della carta stampata. Ci sono ampie responsabilità che riguardano una legislazione arretrata, l’assenza di una legge sulla musica, un’inesistente politica che favorisca la musica dal vivo, l’incompetenza o la venalità di molti gestori di club, la mancanza di curiosità e la di conferme che serpeggia nella società tutta, oltre ad altri macrofattori. C’è da dire che laddove i musicisti si organizzano, anche attraverso la rete, si creano situazioni diverse, vedi il fenomeno romano (ma non solo) del collettivo Franco Ferguson; inoltre si sta assistendo a fenomeni global-local, come l’aggregarsi di iniziative in quartieri (come il romano Pigneto) che fanno della periferia un nuovo centro di iniziativa culturale.

Insomma ho la sensazione che se ci si attarda nella critica di qualcosa che sta comunque tramontando (o trasformandosi radicalmente) si corre il rischio di perdere il treno del cambiamento vero e dei nuovi canali informativi/espressivi. Forse io quel treno l’ho già perso, forse sarà il caso che corra un po’ per saltare sul predellino dell’ultimo vagone e da lì scrivere ancora delle molte qualità del jazz, in Italia e del mondo. Del resto la musica afroamericana è nata e cresciuta con l’evolversi dei mezzi di riproduzione sonora e dei mass-media: rulli di pianola, grammofono e 78 giri, cinema sonoro, radio, TV, L.P. e 45 giri, stereofonia, Cd, file-audio ecc. Non credo che la rivoluzione digitale ne segnerà il tramonto.

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