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Big Band ritmo sinfonica Citta’ di Verona diretta da Marco Pasetto – “Plays the music of Roberto Magris / Restless spirits” – Velut Luna – distr. Ludomentis (2009)
La big Band ritmo sinfonica della citta’ di Verona nasce nel 1945, come banda cittadina, ma e’ dal 1975 che comincia a delinearsi un nuovo corso per il repertorio voluto dal trombonista Mario Pezzotta, che inserisce via via anche brani di musica afroamericana. Dunque stiamo parlando di una tradizione pluriennale legata al jazz e allo swing naturalmente, ed e’ in questa luce che si inserisce questo cd in cui la band, attualmente diretta da Marco Pasetto , esegue esclusivamente brani composti dal pianista triestino Roberto Magris, presente anche come solista sia al che al piano Rodhes Fender, insieme al trombettista Massimo Greco ed al percussionista Sbibu.
Se, come chi vi scrive, amate le big band, questo cd e’ per voi, sia perche’ i brani sono tutti interessanti, poiche’ fluttuano tra suggestioni tradizionali e spunti innovativi, sia perche’ gli arrangiamenti sono belli, pieni, e prevedono sempre e comunque un impatto sonoro importante, con ampi episodi in cui viene privilegiato l’ insieme, spesso addirittura la contemporaneita’ di tutte le sezioni. L’ atmosfera si svela gia’ nel brano di apertura “African Mood” : il pianoforte potente, quasi percussivo, i fiati ben organizzati su una presenza simultanea e costante ma dalle dinamiche curatissime e raffinate, la batteria instancabile e mai stucchevole ci trascinano per sei minuti in un vortice di ritmi quasi piu’ afrocubani che africani in senso stretto, molto coinvolgenti. Anche in un’ atmosfera piu’ tranquilla (“Peaceful heart”) , dopo un bell’ assolo di basso, quando si attivano fiati e batteria, il coinvolgimento non diminuisce ed anzi, ancora di piu’ si apprezzano arrangiamenti e dinamiche, curati senza essere solo superficialmente sofisticati, che incorniciano e sottolineano i soli davvero di rilievo di Magris al pianoforte e di Massimo Greco alla tromba.
La cura estrema dell’ arrangiamento e’ presente in tutti i brani, ed e’ anche evidente una bella originalita’ dal punto di vista compositivo (vedi ad esempio la reiterazione graduale di cellule melodiche che diventano brevi ostinati in “Restless spirits”, brano da citare anche per il solo di Magris al piano Rhodes); ostinati che ascoltiamo anche in “Ambiguous” , pregevoli anche per il fatto di non diventare mai ossessivi, come pregevolissimo anche in questo caso e’ il solo di tromba del prezioso Greco. Varrebbe la pena di segnalarli tutti, i nove brani di questo bel cd, poiche’ ognuno ha una sua particolare caratteristica, nonostante una continuita’ espressiva notevole che non diventa mai pero’ “omologazione” di stile: vedi ad esempio il registro piu’ scuro ed ovattato dell’ intro di “Mali Blues”, dopo la quale si svela ancora una volta la perfezione della sezione dei fiati, la bellezza dei backgrounds e delle dinamiche, una certa propensione all’ uso degli ostinati, come negli altri brani, ma la differenza e’ data dal pianoforte di Magris, che snocciola una serie strepitosa di blue notes su un andamento sincopato piu’ blues e “nere” che mai, e che lascia poi strada ad un bellissimo solo di sax. Da segnalare anche il percussionista Sbibu, fantasioso, energico, in una parola, bravo (magistrale il suo solo in “restless spirits”). (Daniela Floris)

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Francesco Cafiso – “Angelica” – CamJazz 7820
Ci sono dei musicisti che dopo un inizio scoppiettante, spariscono letteralmente dalle scene non essendo stati capaci di gestire il momentaneo successo; fortunatamente non è questo il caso di Francesco Cafiso che letteralmente esploso da giovanissimo, conferma con il passare del tempo sia il suo talento sia la forza di una personalità che si sta solidamente strutturando.
Non è un caso che non sbagli né un concerto né tanto meno un’uscita discografica; l’ultima riprova al riguardo viene da questo splendido CD inciso a New York nel settembre del 2008 in trio con Aaron Parks al piano , Ben Street al contrabbasso e Adam Cruz alla batteria.
Il titolo steso dell’album offre un’idea abbastanza precisa dell’indirizzo stilistico seguito dal sassofonista. “Angelica” è infatti il titolo di un brano non celeberrimo di Ellington e forse mai come in questa occasione il musicista siciliano dimostra di voler seguire con grande coerenza un linguaggio mainstream rielaborato alla luce della sua sensibilità di musicista del 2000. Ciò, comunque, è reso possibile dalla presenza di una sezione ritmica di assoluta eccellenza, in grado di seguire il sassofonista in tutte le sue evoluzioni, di interpretarne le intenzioni ancor prima di esprimerle compiutamente, di dare omogeneità al discorso musicale. Si ascolti al riguardo oltre il già citato “Angelica” anche “A flower is a lovesome thing” di Billy Strayhorn, “Peace” di Horace Silver e soprattutto “King Arthur” che evidenzia la maturità anche compositiva di Cafiso. (Gerlando Gatto)

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Chladni Experiment – 5053 – Nbn 002
Dietro questa sigla, dedicata al fisico tedesco Ernst Florens Friedrich Chladni, si cela il trio composto dal triestino Andrea Massaria alla chitarra, dal trevigiano Alessandro Fedrigo alla chitarra bassa e dal trentino Carlo Alberto Canevali batteria e percussioni, ovvero tre eccellenti musicisti del Nordest al loro disco d’esordio. Il trio presenta una certa originalità già nell’organico dal momento che il consueto contrabbasso (o basso elettrico) viene sostituito da una chitarra acustica bassa. Di qui un altro degli elementi che caratterizza la formazione , vale a dire il sound : l’impasto sonoro proveniente dal suono acustico di Fedrigo e da quello elettrificato di Massaria risulta assolutamente inusuale anche perché sembra rispondere appieno a quelle che sono le esigenze espressive dei tre, tutti su un piano assolutamente paritario. Il trio, sorretto da una pulsante ritmica, si muove sul terreno impervio della quasi totale improvvisazione in cui la facoltà di interagire risulta determinante. I tre sono nello stesso tempo gli autori di tutti i brani presentati, alcuni scritti in solitudine , altri in collaborazione tra loro e anche sotto questo profilo la prova di Massaria, Fedrigo e Canevali è convincente: per rendersene conto si ascolti soprattutto “Claudia” di Carlo Alberto Canevali, che sembra scritto apposta per la chitarra di Fedrigo e “Pietre che cantano” l’unico pezzo che concede qualcosa ad un certo lirismo. (Gerlando Gatto)

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Richard Galliano – “Paris Concert” – CamJazz PRM 7823
Il fisarmonicista viene colto, in questo album, durante una performance al “Théatre de Chatelet” di Parigi il 9 marzo del 2009.
L’estetica è quella che oramai da tempo contraddistingue l‘artista italo-francese: una stupefacente preparazione tecnica che lo porta ad esibirsi in splendida solitudine, una fantasia davvero non comune, una conoscenza approfondita di tutto l’universo musicale che gli consente di spaziare sempre con grande competenza da un genere all’altro. Forte di tutti questi elementi, Galliano di recente si è misurato con una sfida ad alto rischio: presentare un repertorio legato a Bach, cosa però che non figura nell’album in oggetto. In questa sede Galliano presenta un repertorio più tradizionale in cui accanto alle composizioni del fisarmonicista compaiono pezzi classici di Satie, il celebre “Caruso” di Lucio Dalla , l’immancabile “Oblivion” di Astor Piazzolla. E lo splendido “Round Midnight” di monkiana memoria. Insomma si tratta di quello stesso programma con cui Richard si è esibito qualche mese fa in Italia; in quell’occasione il concerto dell’Auditorium di Roma non risultò particolarmente esaltante per qualche concessione di troppo al pubblico. Nell’album Galliano appare più controllato e la musica ne acquista in qualità e capacità di coinvolgimento. (Gerlando Gatto)

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Giuliana Soscia & Pino Jodice Italian Tango Quartet – “Antiche Pietre” – ALFA 138
Come già altre volte sottolineato, quella di coniugare jazz e tango è una sorta di moda che va avanti oramai da molti anni con risultati piuttosto alterni: la difficoltà è infatti quella di rendere con un linguaggio jazzistico tutto il pathos presente nella musica argentina, soprattutto quando il repertorio scelto è incentrato soprattutto su Astor Piazzolla. In tale contesto uno dei gruppi che meglio riesce ad esprimere compiutamente tale connubio è l’”Italian Tango Quartet” composto da Pino Jodice pianoforte, Giuliana Soscia fisarmonica e pianoforte, Francesco Angiuli contrabbasso e Emanuele Smimmo batteria cui si aggiunge in tre brani, quale ospite, Francesco De Rubeis ancora alla batteria. Il gruppo si misura su un repertorio composto per nove undicesimi da brani originali (scritti per lo più in collaborazione da Soscia e Iodice) con in più due brani non troppo battuti di Piazzolla, “La camorra III” e “Tres minutos con la realidad”.
A parere di chi scrive il pregio maggiore dell’album consiste nell’essere riusciti a creare un clima, un’atmosfera assolutamente “tanguera” senza per ciò rinunciare ad una pronuncia sovente di tipo jazzistico, specie negli interventi di Iodice che ancora una volta si conferma pianista di grande respiro. Ma sono tutti ad esprimersi al meglio: Giuliana Soscia in grado di cavare dalla fisarmonica ogni sorta di suono e la sezione ritmica di Angiuli e Smimmo che sanno speziare al punto giusto un’alchimia alla fine davvero preziosa. (Gerlando Gatto)

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Vittorio Mezza – “Trio” – abeat AB JZ 073
Il trio pianoforte – batteria – contrabbasso è forse la formazione più tipica nell’ambito del jazz; con questo organico si sono misurati i più grandi pianisti , da Oscar Peterson a Michel Petrucciani, da Bill Evans a McCoy Tyner…a Enrico Pieranunzi per approdare sulle italiche sponde. Di qui l’oggettiva difficoltà di proporre qualcosa di nuovo, di stimolante,
Ecco, il pianista Vittorio Mezza affronta questa sfida presentandosi con un trio di assoluto livello completato da Ettore Fioravanti alla batteria e Massimo Moriconi al contrabbasso. Per quanti seguono il jazz, questi due ultimi nomi sono già sinonimo di qualità avendo conquistato una solida reputazione in tanti anni di intensa attività. Mezza, il leader, non è ancora ben conosciuto al grande pubblico nonostante si sia fatto notare già da qualche tempo: così al Roccella Jonica Jazz Festival apre il concerto del Wayne Shorter Quartet e successivamente suona con l’ etno jazz ensemble di Danilo Montenegro nel 2005 ; ha comunque tutte le carte in regola per una bella carriera. Dotato di una solida preparazione di base ( si è diplomato e laureato col massimo dei voti in musica jazz al Conservatorio S. Cecilia di Roma ), ha affinato la sua sensibilità studiando con musicisti del calibro di Franco D’Andrea, Stefano Battaglia, Paolo Damiani, Dave Liebman, John Taylor …
Il risultato è la musica che possiamo apprezzare in questo CD, una musica raffinata, ben strutturata, altrettanto ben equilibrata tra e improvvisazione e soprattutto corroborata da un interplay che si evidenzia sia nelle composizioni dello stesso Mezza, sia nei brani di alcuni mostri sacri quali Monk, Pertrucciani e Shorter: splendida l’interpretazione dell’”AnaMaria” di quest’ultimo. (Gerlando Gatto)

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Salvatore Russo featuring Stochelo Rosenberg – “La Touche Manouche” – Saint Louis Jazz collection 2009 jcd – 009/3
Si entra con prepotenza nel mondo della chitarra , in particolare in quel Gipsy Jazz di cui Rosenberg e’ esponente quasi mitico, e questo incontro con il chitarrista pugliese Salvatore Russo e’ da subito trascinante, esplosivo, e bisogna essere sinceri, entusiasmante. Rosenberg e Russo sono due virtuosi, e pero’ il virtuosismo e’ punto di partenza per un flusso ininterrotto di energia (basti sentire “Dark eyes”) , in cui fluidamente fiumi di note, controtempi, idee e ritmi scorrono velocissimi ma anche cristallini, prendendo per mano chi ascolta e facendolo volare attraverso il Mediterraneo, ma anche attraverso quel mondo zingaro della gente Sinti cosi’ vicino al temperamento delle nostre latitudini sud – e dunque anche alla Puglia di Russo. E questa energia e’ valida anche in brani piu’ lirici – come “Anouman”, di Django Reihnardt – l’ ispiratore del “ Gipsy Jazz “, in cui il virtuosismo sfocia in intensita’ e pienezza dei timbri e delle frasi, che diventano vibranti e colpiscono dritti l’ immaginazione ma anche il cuore. Le composizioni originali, alcune di Rosenberg e alcune di Russo sono anch’ esse testimonianza del livello altissimo di questi due artisti che sembrano suonare insieme da sempre: una per tutte – ma le altre non sono da meno – “Made in Italy” di Russo, e per Rosenberg scegliamo “La touche manouche” che e’ tanto morbida e nostalgica quanto spettacolare, come lo stile Manouche deve e vuole essere per sua stessa natura e scelta culturale. Ma e’ da citare anche “Bernie’s tune” di Gerry Mulligan, la cui rilettura e’ reinherdtiana ma non solo, ed e’ davvero notevole, ed anche il suggestivo “Minor Swing”, (di Reihnardt – Grappelli) in cui Grappelli sembra quasi trapelare con il suo violino; e la spettacolare versione per due chitarre sole di “Dark Eyes”, che conclude il cd, virtuosismo, ritmo, interplay allo stato puro. Tutti i musicisti presenti in questo disco sono da citare, a partire dal bravissimo Marco Bardoscia, prezioso al basso, ma anche Franco Speciale alla chitarra ritmica, Alessandro Napolitano alla batteria e Ovidio Venturoso al Cajon. (Daniela Floris)

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Ben Sidran – “Dylan Different” – Microcosmo dischi mcd023
La canzoni di Bob Dylan sono probabilmente quelle che hanno avuto piu’ “cover” di chiunque altro, dunque dovremmo essere abituati a sentire quegli stessi brani reinterpretati per l’ ennesima volta. Eppure questo cd e’ differente da una semplice deferente riproposizione, poiche’ Ben Sidran e’ notissimo e peculiare jazz, che si muove quindi in un ambito completamente diverso dal leggendario cantautore americano. Dunque ci troviamo davanti a melodie e testi di Dylan cantati ed interpretati con voce, arrangiamenti e storia musicale di Sidran, e l’ operazione e’ certamente inusuale, perche’ Sidran non si plasma sullo stile di Dylan ma plasma Dylan sul suo, tanto che in alcuni casi si stenta a riconoscere brani stranoti come “All I really want to do “ , arrangiato in stile gospel, o anche “Rainy day woman” in stile funky. Il che potrebbe far storcere un po’ il naso a chi ha amato Dylan anche come icona del rock e del country blues, che ha amato quel morbido suono della sua armonica a bocca e quella sua voce cosi’ ruvida e delicata nello stesso momento, perche’ generalmente quando un artista “osa” coprire con i suoi stilemi un’ icona, l’ operazione rischia di diventare quasi presuntuosa, dunque fastidiosa. In questo caso non e’ cosi’ ed anzi, questo lavoro risulta piacevolissimo, per il garbo con cui Ben Sidran riesce a rimanere se stesso, senza volonta’ alcuna di “stravolgere”, ma anzi con un intento che sembra davvero quello di un omaggio del quale la parte piu’ affettuosa e’ rimanere se stesso cantando le canzoni di Dylan, senza neanche cercare di emularlo. In pratica, Sidran dona musicalmente se stesso a Dylan , come lui sa fare, parlando un linguaggio jazzistico, con un’ emissione vocale “bluesy” molto piu’ cittadina di quel blues “country” che invece e’ proprio di Dylan. Il risultato e’ quanto meno inusuale, divertente, anche intenso; in piu’ si ascolta bella musica, una voce profonda e coinvolgente, musicisti di alto livello, atmosfere variegate (dal Rythm and blues al jazz, ma non solo), con punte di poesia: vedi ad esempio una “Blowin’ in the wind” piu’ fedele all’ originale degli altri brani, in cui trapela l’ adesione commossa di Sidran alla poetica di Dylan – basti ascoltare anche l’ arrangiamento voluto per la batteria nel finale, in un periodo, quello attuale, che le guerre non ce le risparmia per nulla. Consigliato. (Daniela Floris)

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Edward Simon – “Poesia” – CamJazz 7819
Nato in Venezuela nel 1969, Edward Simon è a ben ragione considerato uno dei migliori pianisti delle nuove generazioni. Comincia a farsi notare già nei primi anni ’80 quando ha modo di collaborare con alcuni grossi calibri quali Greg Osby, Bobby Watson, Kevin Eubanks, Herbie Mann, Paquito D’Rivera; nel 1994 inizia una fruttuosa collaborazione con Terence Blanchard e più tardi con David Binney con cui registra due eccellenti album , “Afinidad” e “Fiestas de agosto”. Grazie a queste esperienze Simon acquista una sicura proprietà di linguaggio sia nel jazz più canonico sia nel latin-jazz, binari su cui proseguirà tutta la sua carriera. Nel 2003 conosce John Patitucci e Brian Blade nel corso della registrazione dell’album del bassista “Song, stories and Sprituals”; fra i tre nasce un’intesa che si materializza già nel 2006 quando i tre incidono, sempre per la CamJazz, l’eccellente “Unicity”. Nel febbraio del 2008 i tre si ritrovano a New York per dare vita a questo secondo album che nulla ha da invidiare al precedente. In effetti Blade e Patitucci si intendono alla perfezione essendo ambedue membri del quintetto di Wayne Shorter …ma stupisce il modo in cui la sezione ritmica si integra con il pianismo di Simon tanto che i tre sembrano completarsi alla perfezione. Ad un certo intimismo, ricercato dal pianista e dal batterista, si contrappone la ben nota esuberanza di Patitucci che equilibra il tutto, per la creazione di un linguaggio certo non nuovo ma di assoluto livello. I pezzi sono tutti assai godibili anche se, a nostro avviso, per l’intensità emotiva e la sopraffina ricerca espressiva “My love for you” , si fa preferire in ambedue le takes presentate. (Gerlando Gatto)

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Swallow – Talmor – Nussbaum – “Playing in traffic” – Auand AU 9019
Ecco un’altra vera e propria perla che si aggiunge al catalogo della Auand, la piccola casa discografica pugliese che si va sempre più qualificando per l’eccellenza delle sue produzioni. Eccellenza che, come in questo caso, si manifesta innanzitutto per la scelta dei musicisti e in secondo luogo per la qualità del repertorio.
Così, sotto il primo profilo, non c’è dubbio alcuno che Swallow, Talmor e Nussbaum siamo dei veri e propri fuori classe rispettivamente del basso elettrico, del sax tenore e della batteria…e fin qui nulla di particolare. D’altro canto Swallow e Nussbaum potevano già vantare fruttuose collaborazioni…solo che pensare di affiancare ai due un sax tenore, senza il supporto di un pianoforte o di una chitarra, questa sì che poteva essere un’idea quanto meno astrusa. Invece la sfida è stata vinta senza discussioni dal momento che i tre interagiscono a meraviglia, scambiandosi di volta in volta il ruolo di leader. E, come spesso accade nel jazz moderno di qualità, si fa sempre più fatica a percepire quanta musica sia scritta e quanta improvvisata…ammesso poi che la cosa rivesta una qualche importanza! Per la cronaca, alcuni brani sono stati registrati in studio, a New York, nell’aprile del 2009, mentre altri provengono da un concerto effettuato allo Xopana Jazz Festival, nell’isola di Madeira, il 5 settembre del 2008. (Gerlando Gatto)

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Giuliana Soscia & Pino Jodice Italian Tango Quartet

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