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Stanley Cowell

Alla Casa del di Roma il 17 marzo

Non so a voi , ma a me capita sempre più raramente di entusiasmarmi per un concerto, colpa dei tanti (forse troppi) dischi ascoltati negli ultimi decenni e dei tanti concerti cui ho assistito compresi quelli di “giovanottini” tipo Miles Davis, Sonny Rollins, McCoy Tyner, Chet Baker, Don Cherry, Ornette Coleman, Duke Ellington…e qui mi fermo ché altrimenti potreste risalire facilmente alla mia età.
Eppure mercoledì 17 marzo ho nuovamente provato emozioni forti, tutto merito del Stanley Cowell che si esibiva alla Casa del jazz di Roma in trio con Tarus Mateen contrabbasso e Nasheet Waits batteria.
Vi confesso che la vigilia era stata piuttosto agitata per il vostro cronista: la stessa sera, oltre al già citato pianista, all’Auditorium si esibiva Pat Metheny con il nuovo progetto basato su una sorta di orchestra virtuale.Due appuntamenti ghiotti, dunque; ma come scegliere? Alla fine ho pensato che Pat Metheny è un musicista che “gira” spesso e che quindi avrei potuto ascoltarlo in un’altra occasione mentre Cowell mancava dall’Italia dai primissimi anni ’70 e per la prima volta effettuava una tournée nel nostro Paese con un proprio trio. Di qui la decisione di andare alla Casa del Jazz, decisione rivelatasi poi giusta indipendentemente dal fatto che, a quanto mi dicono, anche la performance di Metheny è stata di tutto rispetto.
Classico “musicista per musicisti”, Stanley Cowell , nato nel 1941, è a ben ragione considerato da diversi decenni uno dei migliori pianisti di modern mainstream della scena jazzistica statunitense. In possesso di una solida preparazione di base, frutto di approfonditi studi classici (tra l’altro al Mozarteum di Salisburgo), Cowell , nel corso della sua oramai lunga carriera, ha avuto modo di suonare e incidere con diversi musicisti di primissimo della storia del jazz, tra cui Miles Davis, Sonny Rollins, Roy Haynes, Stan Getz e Art Pepper, nonché di guidare proprie formazioni comprendenti tra gli altri Billy Harper, Ed Blackwell, Woody Shaw, Billy Higgins, Cecil McBee e Billy Hart. In tale contesto si inseriscono il suo lungo sodalizio con il trombettista Charles Tolliver e l’avventura dell’etichetta Strata East, di cui è il vero fondatore e direttore artistico
Alla Casa del Jazz si è prodotto in un concerto che non esiterei a definire “entusiasmante”. Tocco straordinariamente leggero che sa essere comunque incisivo, eccellente controllo del proprio strumento (che alle volte usa con il sound modificato da un computer da lui stesso azionato), gran gusto armonico, senso della melodia, ritmo innato Cowell si è distinto anche come compositore dal momento che la maggior parte dei brani eseguiti mercoledì erano scaturiti dalla sua fertile penna, brani tutti caratterizzati da una certa complessità non scevra da punte di coinvolgente romanticismo.
Nel suo panismo era facile recepire di tutto: la completa conoscenza della letteratura pianistica (non solo jazz), il richiamo ad alcuni grandi perfettamente riconoscibili (“A love supreme” di Coltrane tra gli altri), il modale…ma soprattutto la grande gioia di suonare e di farlo con quei compagni di viaggio.
Al riguardo semplicemente spettacoloso il batterista Nasheet Waits che non solo ha assecondato al meglio le idee del leader ma alle volte ha saputo addirittura anticiparlo. Così chiudendo gli occhi e cercando di concentrarsi solo sulla musica del pianista o su quella del batterista si aveva come l’impressione che ognuno fosse autosufficiente, che la loro musica avesse una valenza indipendentemente dall’altro…salvo poi riaprire gli occhi e rendersi conto della totale complementarietà dei due .
Solido il sostegno di Tarus Mateen al contrabbasso, protagonista, tra l’altro, di alcuni assolo sempre ben centrati e pertinenti.

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