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JW Orchestra (foto Daniela Crevena)

Venerdì 19 marzo, Auditorium piazza della Libertà, h. 1800

JW Orchestra diretta da Marco Gotti :

“Ennio Morricone go jazz”

I temi piu’ noti del grande Maestro Morricone vengono riletti in maniera jazzistica da questa strepitosa Big Band tutta bergamasca, e non ci potrebbe essere apertura migliore per un Festival del Jazz tra i piu’ prestigiosi in Italia.

Arrangiamenti intriganti su temi / colonne sonore di film divenuti oramai leggendari (quali “Giu’ la testa”, “Indagini su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”) , improvvisazioni libere che si alternano agli obbligati e ai temi fondamentali, piacevoli contrasti tra il registro acuto dei flauti e quello grave del basso ( come in “Il buono il brutto e il cattivo” ), tutto nel piu’ grande rispetto per Morricone, anche nei momenti piu’ squisitamente jazzistici in cui si e’ stati trasportati in un clima di big band alla Duke Ellington, o quando la compagine interessata diventa piu’ sottile, in un clima da jazz club. Il tema originale talvolta viene garantito dalla ritmica (basso, batteria, pianoforte), per poi passare ai tromboni (come nel “Clan dei siciliani”); oppure viene introdotto dai tromboni per poi lasciare spazio ad un clima latineggiante di tutta l’ orchestra (come in “Metti una sera a cena”); ma l’ originale viene anche da subito “spezzato”, pur rimanendo assolutamente riconoscibile, e impiantato su accordi totalmente nuovi, a alternato a lunghe improvvisazioni di tromba, ma con i sax che hanno il compito di riproporre sceni del tema stesso (come in “Mission”).

Il “Canone inverso” invece si inizia nel piu’ puro stile di “fuga” per poi sfociare in un suggestivo solo di sax soprano, in una atmosfera ritmicamente sospesa con incursione del trombone (proprio il contrario della fuga, con interessante contrasto sonoro).

I soli hanno svelato musicisti di alto livello: Lorenzo Erra al pianoforte, Stefano Bertoli alla batteria, Sandro Massazza al contrabbasso, Marco Gotti (clarino, sax soprano sax tenore – oltre che arrangiatore e direttore), Maurizio Moraschini al sax tenore, Giancarlo Porro ( clarinetto basso, sax baritono e flauto) , Sergio Orlandi (tromba solista), Angelo Rolando e Andrea Andreoli (primi tromboni), non e’ possibile citarli tutti in questa sede, hanno dimostrato non solo di essere ottimi strumentisti ma anche di essere appassionati alla musica che eseguono: il che fa sempre la differenza. E gli applausi di un Auditorium entusiasta lo hanno dimostrato.

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Richard Galliano - John Surman (foto Daniela Crevena)

Venerdi’ 19 marzo , Teatro Donizetti – h. 21

Richard Galliano – accordeon

John Surman – sax soprano , sax baritono

Paolo Fresu , che ammirevolmente ha presentato ogni concerto del Festival, avverte il pubblico che questo di Galliano / Surman e’ un evento pensato proprio per “Spring in jazz”, dunque e’ la prima assoluta di un progetto originale.

Sono due grandi artisti Galliano e Surman, e, superato un primo brano quasi troppo semplice armonicamente (“Alba”) , in cui e’ come se i due prendessero reciprocamente le misure, con il secondo sono entrati nel vivo di questa musica cosi’ particolare. Le progressioni di accordi diventano intense e il Galliano a cui il pubblico, affezionatissimo, e’ abituato, esplode in tutta la sua tipicita’ ed energia, mentre il sax soprano di Surman canta con frasi e dinamiche estremamente espressive, da seguire con attenzione poiche’ a volte tendono ad essere avvolte dall’ accordeon, che ha – per la natura stessa dell’ artista – un che di vulcanico. L’ interplay e l’ ascolto reciproco notevole e’ tale che non si percepisce chi per primo suggerisce nuovi temi improvvisativi, come un gioco di specchi riflessi negli specchi in cui non si arriva a vedere l’ inizio, e questo e’ certamente trascinante e coinvolgente. Tanto piu’ che lo stesso Surman, parlando alla platea del Donizetti, sottolinea che l’ incontro con Galliano e’ avvenuto per la primissima volta solo il giorno prima del concerto, e tanto piu’ per questo motivo il dialogo tra i due sembra entusiasta e miracolosamente creativo, il feeling e’ totale.

Quando Surman da’ fiato al sax baritono e i timbri dei due strumenti sono meno simili come registro, fa emergere in modo piu’ evidente la sua notevolissima personalita’. Surman e Galliano sono due mostri di bravura, sono ispirati, hanno fantasia, si scambiano idee di continuo, giocano fra loro e si divertono per tutto il concerto. Il brano che conclude la serata si chiama “Tramonto”, coerentemente con l’ “Alba” dell’ inizio, e Surman al sax baritono si tramuta in strumento ritmico, dando la struttura di base ad un Galliano impetuoso. Un concerto bellissimo, sul quale c’e’ da fare un’ unico appunto: Galliano e’ totalizzante e tende un po’ a fagocitare chi suona con lui; questo era accaduto anche ad Umbria Jazz (in cui il grande Gonzalo Rubalcaba era apparso un po’ asfittico in quella marea di note ed accordi) , e in certa misura questa “gallianizzazione” e’ avvenuta anche stavolta , fermo restando che lo spettacolo e’ stato senza dubbio entusiasmante.

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Ahmad Jamal (foto Daniela Crevena)

Venerdi’ 19 marzo,Teatro Donizetti , h. 23

Ahmad Jamal Quartet

Nonostante l’ ora tarda e il lungo precedente concerto di Galliano e Surman, il pubblico non solo non ha mostrato segni di stanchezza, ma anzi ha da Jamal lui ricevuto una forte ventata di energia che ha trasformato in entusiastici applausi per questo leone del pianoforte jazz.

Ahmad Jamal in piena forma, quasi muscolare, poco incline alla interiorizzazione, ma anzi esuberante ed espansivo, spettacolare nell’ interazione con i suoi musicisti (tra cui il percussionista Manolo Badrena, ex dei Weather Report), ai quali ha chiesto molto ma anche dato molto, facendo suonare moltissimo il contrabbassista James Cammack, lo stesso Badrena e il batterista Hedrlin Riley, (strepitosi), garantendo fantasiosissimi ed energici raccordi tra i loro soli.

Un fiume in piena, che ha percosso, accarezzato, fatto vibrare il pianoforte, tra temi accattivanti usati ad effetto, o ballad di grande lirismo iniziale progressivamente portate a ritmi frenetici che hanno permesso di dare il via libera a stilemi virtuosistici inarrestabili ed entusiasmanti. Dinamiche che si mutano in breve da pianissimi a fortissimi e che colpiscono per il sapiente contrasto, in cui i pianissimo spesso indugiano su tempi sincopati, pregevoli soli (Cammack al contrabbasso ha veramente cantato, la batteria di Riley e’ stata leggerissima o pesantissima, ma sempre “giusta” per il contesto, Badrena e’ incredibilmente ricco di idee): in poche parole questo quartetto ha mostrato incredibile fantasia e tecnica impeccabile, forse a volte sbilanciandosi appena a sfavore di una espressivita’ che in altri casi Ahmad Jamal aveva mostrato in modo piu’ evidente. Ma tali sono state maestria, energia e creativita’ che alla fine del concerto si e’ rimasti quasi disorientati da tutto questo sanguigno ed a tratti impertinente jazz.

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John Surman (foto Daniela Crevena)

Sabato 20 marzo , Ex Chiesa della Maddalena – h.12

John Surman Solo

Difficilmente si puo’ immaginare un concerto piu’ suggestivo di questo avvenuto a mezzogiorno, in una chiesa sconsacrata, bellissima – come del resto molto bella e’ Bergamo in molti dei suoi luoghi – con un’ acustica strepitosa, soprattutto adattissima alla performance del sax solo di John Surman, che comincia a suonare camminando dall’entrata fin verso l’ abside. Il timbro pulito del sax soprano, l’ intensita delle frasi si amplificano per la multiformita’ del suono dovuta anche dal movimento lungo la navata della chiesa. Al termine della camminata parte l’ ausilio dell’ elettronica, che da ora in avanti fara’ da base computerizzata allo strumento acustico.

E’ un clima sognante quasi da colonna sonora di un film ambientato nell’ antica Scozia , chissa’ perche’ viene in mente questo, quello che si crea. Note acute mai sparate senza criterio ma sempre molto espressive, un’ improvvisazione libera meravigliosamente regolamentata da una progressione di accordi elettronici fermi e lunghi.

Predilezione per le note ribattute, predilezione per le progressioni cromatiche, ondate di arpeggi alla ricerca di un suono perfetto. L’ uniformita quasi ipnotica delle basi da’ modo a Surman di librarsi un una grande varieta’ di note, soluzioni melodiche, momenti creativi sulle dinamiche. Le poche varianti della base sono giocate sui timbri e sui differenti battiti: gli accordi sono gli stessi. Pochissime pause fa il sax, il suono e continuo e sempre diverso. Ma Surman ci regala anche brani dallo stile contrappuntistico, per volare gradualmente dapprima ad’ un’ improvvisazione senza paletti, poi ad un modo piu’ swingante e jazzato.

Anche quando si passa al sax baritono l’ atmosfera e’ quasi magica, i suoni sono ancestrali, si comincia con un brano che potrebbe tranquillamente essere tratto dalla melodia di un madrigale inglese, e stupisce la leggerezza di uno strumento che ha un registro grave.

Spesso gli arpeggi, con l’ eco naturale della chiesa e con il sommarsi alla base computerizzata, si trasformano in accordi inusuali, che si rassottigliano gradualmente; le conclusioni dei brani sono quasi sempre note lunghe in onirici pianissimo.

Se non e’ la base a regolamentare l’ improvvisazione, lo e’ una struttura determinatissima che la sottenda: strepitoso e’ il blues in cui si lancia Surman con il sax baritono, talmente efficace che trapelano come se ci fossero davvero i suoni di contrabbasso e batteria. E in questo caso la conclusione e invece su un urlo spezzato ed acutissimo inaspettato.

Un concerto talmente particolare e suggestivo che uscire poi dalla chiesa e trovarsi di botto immersi nei rumori della citta’ e’ stato quasi scioccante.

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The Plug (foto Daniela Crevena)

Sabato 20 marzo , Auditorium piazza della liberta, h.18

The Plug: Giovanni Giorgi, Andrea Lombardini & Gianluca Petrella

Non solo mostri sacri a Bergamo Jazz 2010, ma anche iniziative per mettere in luce nuovi artisti, il che e’ ancora piu’ accattivante se gli “stranoti” del jazz condividono con loro creativamente progetti e palcoscenico di questo festival prestigiosissimo.

La neonata etichetta “My favourite Records” ha presentato ufficialmente il jazz sperimentale / elettronico di “The Plug” (Giovanni Giorgi alla batteria ed Andrea Lombardini al basso, con Gianluca Petrella al trombone) , con il loro cd “The plug Dawn” e bisogna dire che il mix tra elettronica, jazz, stilemi classici e soul (il cantante Sergio Cocchi e’ strepitoso a far emergere dal magma della musica elettronica il soul piu’ intenso e nero che si possa immaginare) e’ affascinante nella sua sonorita’ inusuale. La sfida sembra essere quella del partire dalle fondamenta della musica gia’ scritta per poi, in tempo reale con l’ ausilio appunto dell’ elettronica, carpire al volo frasi – moduli che in quel momento colpiscano l’ artista e tramutarli in nuovi spunti. Il che, se ci pensiamo bene, e’ jazz (in cui il momento improvvisativo e’ sempre momento compositivo “in diretta”). Cosi’ facendo, la batteria crea ma dopo poco accompagna se stessa sublimata in suono reiterato, magari, mentre il trombone non solo canta ma soffia, parla, urla, fornisce il trio di cellule ritmiche, in un continuo necessario ascolto reciproco dei tre, in un misto di musica acustica, elettronica, jazz e quant’ altro ancora. E non e’ solo musica cio’ che si sente ma fruscii di stazioni radio, voci registrate o spezzoni di giornali radio .

Sicuramente musica da ascoltare bene, prendendo al volo novita’ e stimoli, e godendosi, e’ da sottolineare ancora, la splendida voce di Sergio Cocchi.

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Claudio Angeleri (foto Daniela Crevena)

Sabato 20 marzo, h.19, Auditorium Piazza della liberta’

Claudio Angeleri quintet – “Moods” (Claudio Angeleri, pianoforte Gabriele Comeglio (sax alto), Rino Cirinnà (sax tenore), Marco Esposito (basso elettrico), Tony Arco (batteria), Paola Milzani (voce))

Concerto multiforme, divertente, interessante questo del quintetto di Angeleri, perche’ tanti sono stati gli spunti tematici da cui sono partite le divagazioni sul mondo del jazz. Un vero e proprio viaggio sonoro non pero’ freddamente didascalico, ma appassionato e soprattutto fantasioso e con una qual certa (positiva) propensione allo “svirgolamento” dai parametri strutturali stessi da cui Angeleri e’ partito alla volta delle sue destinazioni “jazzistiche”.

Complici piacevolmente di questo progetto ambizioso ma tutt’ altro che “intellettualistico”, tutti i musicisti presenti sul palco hanno dato un apporto prezioso e convinto, che non guasta mai, perche’ il condividere e’ molto meglio che “subire” o “accettare”: il che si e’ tradotto in entusiasmo, con punte di allegria, o dolcezza, o energia, o malinconia, a seconda del “Mood” preso in considerazione.

Siccome la condivisione e l’ entusiasmo non bastano per essere musicista, e’ bene sottolineare che il quintetto e’ solido non solo per interplay e conoscenze, ma anche perche’ e’ costituito da ottimi musicisti e da una cantante notevole. C’e’ da aggiungere che Angeleri (oltre che artista di indubbio valore) e’ un didatta, e come tale trapela una bella capacita’ di rifuggire dalla tentazione dell’ essere “criptico”, dunque un concerto come questo unisce l’ alto livello della musica garantita da una generale piacevolezza data dalla comprensione, da parte del pubblico, di cio’ che sta accadendo. Chi ha assistito al concerto e’ uscito dall’ Auditorium non solo essendosi divertito, ma se non addetto ai lavori ha compiuto un passo in avanti nella conoscenza del jazz, pur non essendo didattico lo scopo del concerto. Non e’ poco, perche’ a volte capita di assistere a musica inconsistente mascherata da grande novita’ stilistica: in realta’ l’ artista stesso non si svela perche’ il progetto e’ aleatorio. Angeleri non ha paura di svelare, perche’ suona il jazz, e su questo, non ci piove.

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Moscow Art Trio (foto Daniela Crevena)

Sabato 20 marzo , Teatro Donizetti , h. 21

Moscow Art Trio

Qualsiasi definizione sembra inappropriata ed insufficiente dopo avere assistito molto probabilmente al piu’ bel concerto di “Spring in jazz” . Musica di frontiera? Termine di gran moda, trito e ritrito. Contaminazioni tra jazz e musica tradizionale dell’ est? Non si tratta solo di contaminazioni, perche’ la musica e’ totalmente originale e non patchwork di stili diversi, ma un sapiente amalgamarsi di musica colta (specialmente i russi, ma anche Bela Bartok, ad esempio), musica tradizionale, jazz, ma ancora di piu’: tecnica esecutiva spesso basata sulle micro varianti dentro ripetizioni di cellule melodiche (tipica di molta musica popolare), il suono naturale della voce impostata su stilemi opposti a quelli del canto classico e del canto jazz, che parla quindi di terre a noi lontane ma a Sergei Starostin assai vicine, tempi dispari, forme di danza. Un serbatoio enorme di ispirazione, una totale novita’ di suoni che provengono pero’ da suoni antichi e naturali, che a loro volta prendono continuo spunto dall’ aspetto dell’ improvvisazione di questi tre artisti, ma non solo, anche preparatissimi musicisti. Non per niente Misha Alperin – che attualmente vive in Norvegia, terra da lui molto amata – e’ un pianista classico, prima di tutto, e anche arrangiatore e compositore; Arkady Shikloper e’ un cornista che ha fatto parte dell’ Accademia Filarmonica di Mosca, e Starostin e’ un polistrumentista clarinettista, vocalist ed etnomusicologo che e’ stato affascinato dai canti popolari Russi, capendone la grande valenza rituale, e suggestiva, perche’ no.

Quando Starostin non canta suona i suoi flauti, da virtuoso ma anche da appassionato, e il corno di Shikloper tiene il bordone eseguendo una tonica con la tecnica del fiato continuo, che unisce molti luoghi pastorali del mondo intero (basti pensare alle launeddas della Sardegna), ed il risultato e’ ipnotico, il Teatro Donizetti diventa un mondo a se, fino a quando i due fiati non tacciono ed entra il pianoforte di Alperin: la mano destra canta al centro della tastiera, la sinistra sgranella freneticamente note staccate sul registro grave, fino a quando non si uniscono di nuovo il corno classico e i corni di osso, che gridano sull’ ostinato percussivo del pianoforte.

Poco dopo l’ alphorn duetta meravigliosamente con la voce di Starostin, fino ad una unione in cui la voce umana diventa strumento e lo strumento diventa voce umana, e in cui la musica mostra tutta la sua potenzialita’ non piu’ solo estetica e/o di intrattenimento, ma rituale.

Nei soli di pianoforte Alperin (che mostra in ogni momento notevolissima energia, fantasia, splendida metabolizzazione di immensa cultura musicale) decide di volta in volta se procedere per episodi, o per progressioni cromatiche; se la mano sinistra e’ rigorosa ed ostinata, la destra ricama disegni infiniti di note, disegni lucidi ma appassionati di chi la musica l’ ha studiata moltissimo ma quando suona, semplicemente, suona, come vuole e come sente: sembra di riconoscere certa musica tradizionale ebraica, si assiste a raddoppi di tempo, suoni contemporanei agli estremi della tastiera, battiti di mani e canto. Spesso il pianoforte sembra fare da raccordo tra musica tradizionale e musica colta, ma altrettanto spesso la musica tradizionale detta come procedere alla musica europea: e’ uno scambio proficuo e continuo, e come se si nutrissero a vicenda: ed infatti si finisce in bellezza con il pianista che si alza per ripetere con la voce con Shikloper e Starostin parole ritmiche ostinate a canone, battendo i piedi a tempo, certamente un canto tradizionale.

E’ importante che ci siano concerti cosi’, perche’ la musica jazz non sia sempre autoreferenziale, e perche’ e’ importante sapere quanta musica ancora inespressa esiste che si possa definire “jazz”. E’ un concerto imperdibile da prendere al volo se questi strepitosi musicisti dovessero a breve ricapitare in Italia: ne uscirete arricchiti.

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Enrico Rava (foto Daniela Crevena)

Sabato 20 marzo, h. 22.30 , Teatro Donizetti

Enrico Rava new quintet

Vincitore del Top Jazz di quest’ anno, anche a Bergamo Jazz Rava ha portato esperienza, energia e la nota generosità verso giovani musicisti (Evangelista è bene dirlo da subito, è davvero molto, molto bravo), che, come aveva detto all’ Auditorium di Roma, lungi dal sentire come potenziali usurpatori, egli trova invece fonte continua di stimolo. E il concerto al teatro Donizetti ha confermato la voglia non solo di esserci ma di creare , da parte di questo trombettista storico e mai (per nostra fortuna!) stanco o ripetitivo. D’ altronde questo quintetto è all’ altezza delle aspettative e contribuisce attraverso ogni singolo musicista alla vena creativa collettiva, il che è stato chiaro già di primi minuti: la batteria di Sferra è incisiva, porta quella efficace alternanza di battiti forti che vengono pero’ incorniciati da silenzi che creano quel “tuffo” ritmico fondamentale per la tensione del pezzo; proprio nel lungo brano di inizio, che ha alternato momenti malinconici e lirici del tipo “ballad” a momenti più frenetici, si sono apprezzati questi artisti sia nel momento del solo – Petrella, Guidi ed Evangelisti, virtuosi con anima, sia in duetti variamente composti (tromba e trombone, o anche batteria più trombone, e così via) pian piano intensificando verso un contemporaneo “tutti” che non è sfociato mai nella confusione fine a se stessa, ma anzi ha mostrato quanta sensibilità reciproca ci sia in questo quintetto che ha il jazz, quello da definizione, quello da manuale – ma attenzione: non quello vetrificato, che replica il mainstream senza alcun impulso vitale. Qui si ritrova il noto che si ama ma anche il nuovo che lo rende vivo e che fa battere il tempo, rigorosamente in levare, per istinto. Come accade? Non tutto è facilmente spiegabile, ma potrebbe essere a volte per la batteria che incalza veloce su una ballad lenta – il che crea un contrasto molto bello; o magari per le note lunghe di Rava sull’ apparente entropia degli altri quattro, note lunghe espressive e piene di pathos e mai dritte; o per il feeling tra contrabbasso e il pianoforte di Guidi; o anche per gli ostinati di Petrella sui cui Rava improvvisa liberamente; o anche per l’ alternarsi tra pezzi al limite dell’ atonale e brani piu’ “intellegibili”. Fatto sta che tutti sono stati creativi ma mai debordanti, preziosi reciprocamente, morbidi ed energici, ed il risultato è stato di grande livello tecnico, emotivo ed espressivo.

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