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Fabio Accardi – “Arcoiris”

Fabio Accardi – “Arcoiris” – mordente Records
Cantabilità e gusto per la linea melodica coniugata con una varietà di situazioni sonore sono le caratteristiche principali di questo album firmato dal batterista barese Fabio Accardi. Batterista e compositore, Accardi nasce a bari il 2 luglio del 1973 e comincia a suonare già all’età di 13 anni evidenziando grande predisposizione per la musica. Si diploma, quindi, in percussioni classiche presso il conservatorio E. F. Dell’Abaco di Verona sotto la guida del M. . Ma i suoi studi non si fermano qui: così acquisisce un diploma di formazione superiore e del prix in Jazz et musiquès improvvisèes presso il Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi.
Ha partecipato a diverse masterclasses avendo l’opportunità di incontrare batteristi del calibro di Peter Erskine (Ravenna jazz), V. Colaiuta, Gene Lake e di studiare con , Massimo Manzi, Ettore Fioravanti (a Siena Jazz), Ronnie Savage (Berklee college at Umbria jazz), Gary Chaffee (New England Conservatory a Tirano jazz) e con Daniel Humair eDre Pallemaertz presso il C.N.S.M.di Parigi. Forte di una così vasta preparazione tecnica, Accardi si è fatto valere anche nel cmpo discografico ed ora presenta questo suo ultimo progetto : Arco-iris è un ensemble di sette musicisti di diversa provenienza (Italia, Francia e Malta) accomunati da una ricerca incentrata, come sottolineavamo in apertura, soprattutto sulla melodia. Ciò reca in sé i germi di un qualche pericolo, vale a dire una certa omogeneità di atmosfere che potrebbe anche stancare. Ed in effetti all’inizio l’album sembra incamminarsi lungo questa china piuttosto pericolosa ; poi le cose , per fortuna, cambiano e si ascoltano armonie più complesse, fraseggi più propriamente jazzistici e
ritmi in qualche modo di impostazione latin-jazz. Tra i compagni d’avventura di Fabio ci piace citare il pianista Nicola Andrioli assolutamente convincente (di Gerlando Gatto)

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Dino Acquafredda - On The Line

Dino Acquafredda – “On the line” – Philology W441.2
In un mondo che va così veloce come il nostro arrivare ad incidere il primo disco a cinquant’anni è cosa che di solito pregiudica una carriera. Ma , come al solito, ogni regola soffre le sue eccezioni ed è questo il caso di Dino Acquafredda , talentuoso chitarrista pugliese che, nonostante abbia cominciato a suonare a 10 anni esibendosi con vari gruppi della provincia di Bario già a 13 anni, ha potuto firmare la sua prima realizzazione discografica proprio a questa non verde età. Per sgombrare il campo da ogni equivoco, l’album è assai interessante al di là di questa curiosità meramente anagrafica: Dino si dimostra strumentista di ottima tecnica e di squisita sensibilità nonché musicista completo avendo firmato tutti e dieci i brani in repertorio, brani accomunati da eleganza, gusto per la melodia, originalità espositiva. Ben sorretto dai compagni di viaggio, tutti pugliesi (il fratello Sergio alla batteria, Aldo Fusi basso e basso elettrico e i ben noti Daniele Scannapieco al sax tenore e Davide Santorsola al piano) il chitarrista dimostra di meritare appieno la chance fornitagli dalla Philology e dal suo patron Paolo Piangiarelli che mai si stanca di scovare nuovi talenti. (di Gerlando Gatto)

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Peo Alfonsi – “Itaca”

Peo Alfonsi – “Itaca” – Egea SCA 153
Disco d’esordio per il chitarrista Peo Alfonsi che si inscrive a buon diritto in quella che può oramai essere considerata “l’estetica Egea” , vale a dire una raffinata ricerca sul sound, un gusto ricercato per la melodia , una predilezione per un certo jazz cameristico, perfetto equilibrio tra pagina scritta ed improvvisata, eleganza nella scrittura dei temi. E al riguardo bisogna subito sottolineare come Alfonsi, oltre che strumentista di tutto rispetto (ma lo avevamo già ammirato ad esempio nel cd “Canto di Ebano” di Gabriele Mirabassi) , si evidenzia eccellente compositore , in grado di scrivere brani variegati per atmosfere e fonti di ispirazione. Così sono evidenti i richiami a suggestioni proprie del Sud Europa accanto ad influenze che vengono da altre parti, da altre zone della memoria del chitarrista. Non a caso lo stesso Alfonsi, nelle note di presentazione dell’album, afferma esplicitamente che il musicista vive “un rapporto particolare con il sentimento della nostalgia, come se qualcosa d’irrisolto, un filo mai del tutto spezzato con i miti dell’infanzia, lo perseguitasse e gli desse spinta e motivazione nel fare musica” Fare musica in cui Alfonsi porta una conoscenza musicale assai ampia avendo da sempre affiancato agli studi classici un grande interesse per la musica jazz e improvvisata.
Dal punto di vista esecutivo, il gruppo scelto da Alfonsi è davvero straordinario con Gabriele Mirabassi al clarinetto, Kyle Gregory tromba e flicorno, Salvatore Maiore contrabbasso e violoncello e Antonio Mambelli alle percussioni. Il quintetto si muove con assoluta padronanza nei territori, non sempre del tutto agevoli, disegnati da Alfonsi che per sé riserva ampi spazi improvvisativi in cui ha modo di far valere tutta la sua maestria.
I brani sono tutti assai gradevoli con una personale predilezione per “Naele”, un bozzetto di rara intensità e delicatezza. (di Gerlando Gatto)

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Lorenzo Colella – “Out South”

Lorenzo Colella – “Out South” – Fitzacaraldo FITZ 202
La giovane “Fitzacaraldo Records” nata a Palermo da un’idea di Francesco Guaiana chitarrista, Luca Lo Bianco (contrabbassista), Lorenzo Quattrocchi (responsabile booking e management) e Domenico Argento (musicista e designer) presenta come terza produzione questo album del chitarrista Lorenzo Colella al suo debutto discografico da leader.
Per l’occasione Colella guida un quartetto completato da Fabio Rizzo (slide guitar, lap steel, dobro), Luca Lo Bianco (contrabbasso) e Flavio Li Vigni (batteria) attraverso un programma che già il titolo sintetizza assai bene: “Out South” è espressione di slang statunitense che significa “fuori da qui” e i 9 brani, tutti composti dal leader, si muovono in un territorio meticciato che comprende jazz, folk americano e rock. Così l’album si apre con “Bianco” caratterizzato da larghe linee melodiche e da un forte sapore evocativo, elementi, questi, che poi ritroveremo in tutto il brano, eccezion fatta per “S.O.S.” caratterizzato da un sapore più asprigno. Ecco, se un appunto si può muovere al CD è che alla lunga il clima troppo omogeneo, seppur di grande coerenza, potrebbe indurre l’ascoltatore ad una certa perdita d’attenzione.
Originale e di gusto il confezionamento dell’album che individua immediatamente questa coraggiosa etichetta indipendente. (di Gerlando Gatto)

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Esra Dalfidan – "Counter point”

Esra Dalfidan – “Counter point” – Challenge 70159
Bella sorpresa da questo nuovo album della cantante Esra Dalfidan; nata e cresciuta in Germania nel 1975 da genitori turchi, Esra ha affinato il suo stile durante gli studi effettuati ad Amsterdam In questo periodo ha conosciuto quelli che sarebbero divenuti i compagni d’avventura nel gruppo da lei guidato, “Fidan”. Così, assieme a Tobias Klein al clarinetto, Franz von Chossy al piano e fisarmonica, Sean Fasciani al contrabbasso e Uli Genenger alla batteria ha dato vita ad una formazione che si è ben presto distinta nel pur variegato panorama europeo per una serie di caratteristiche non proprio facili da trovare, prima di tutte l’originalità del sound. Cosa ampiamente evidenziata in questo album in cui la vocalist ha voluto, come ospiti d’onore, il chitarrista Olaf Tarenskeen e il sassofonista Tineke Postma . Il risultato è assolutamente sorprendente: canzoni d’amore dell’ Azerbaijanian , melodie turche, echi di pop, impianto di jazz contemporaneo, lingua inglese…tutto è mischiato, sminuzzato, ricomposto dalla vocalist che dimostra, con i fatti, come si possa costruire un ponte di pregevole fattura tra culture sulla carta così lontane tra loro. Ovviamente al raggiungi,mento di un tale risultato concorrono diversi fattori: innanzitutto la vocalità di Esra considerata da molti critici “fresca ed originale”; in secondo luogo le composizioni in cui antico e moderno si fondono mirabilmente assieme all’attenzione con cui la Dalfidan lascia molto spazio ai “suoi” musicisti; in terzo luogo, per l’appunto, la maestria dei singoli, tutti perfettamente in grado di seguire le non sempre semplici evoluzioni della vocalist . (di Gerlando Gatto)

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Dick de Graaf Soundroots Quartet – “Schubert “impressions”

Dick de Graaf Soundroots Quartet – “Schubert “impressions” – Divox 45247-2
L’album contiene la musica commissionata al tenorsassofonista Dick de Graaf in occasione Del Schubert svoltosi a Basilea nell’ottobre del 2002.
Trascrivere in forma jazzistica le pagine di un autore “classico” non è mai cosa facile essendo la banalità o peggio ancora la presunzione sempre dietro l’angolo. Nel caso di Schubert l’impresa appare ancora più ardua essendo la sua produzione particolarmente variegata: musica da camera, lied, lavori sinfonici. Ebbene, come da lui stesso dichiarato, de Graaf ha voluto trarre ispirazione proprio dalla varietà di questi lavori dando vita ad un lavoro dalle atmosfere cangianti, accomunate dal fatto che spesso sono riconoscibili alcune delle frasi favorite dal compositore austriaco, ovviamente “trattate” con una veste ritmica nuova. Quindi un intelligente lavoro di scrittura che aveva, però, bisogno di musicisti tecnicamente assai preparati per essere messo in pratica. Anche sotto questo punto di vista de Graaf ha evidenziato maturità ed intelligenza chiamando collaboratori di tutto rispetto quali Andrea Pozza al piano, Stephan Kurmann al basso, Hans van Oosterhout alla batteria e soprattutto Daniel Pezzotti che al violoncello ha davvero creato una sorta di raccordo tra la musica di ieri e quella di oggi. (di Gerlando Gatto)

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DeJohnette-Patitucci-Perez – “Music we are”

DeJohnette-Patitucci-Perez – “Music we are” – Golden Beams 2009
Così come in politica non sempre due più due fa quattro, così nella musica spesso non basta mettere assieme grandi artisti perché automaticamente ne scaturisca grande musica. Per fortuna questa volta tutto è andato secondo logica e così Jack DeJohnette , John Patitucci e Danilo Perez, già “compagni” in diverse avventure, si ritrovano per dar vita ad un album che rispecchi appieno le proprie personalità.
Di qui una musica viva, vitale, in cui tutti e tre danno il meglio nella piena consapevolezza di sapersi intendere alla perfezione e di poter contare ciecamente l’uno sull’altro.
L’album si apre con una bellissima composizione di Jack DeJohnette, “African Tango” , in cui le linee espressive proprie del tango si fondono con un forte impianto percussivo che costituirà uno degli elementi portanti dell’album, unitamente alla straordinaria capacità dei tre da un canto di accompagnarsi, dall’altro di individuare correttamente gli spazi sonori in cui incastonare assolo di rara bellezza e lucidità. Di qui un susseguirsi di situazioni assai diversificate in cui a pezzi al limite del free si contrappongono brani di chiara ispirazione melodica senza falsi pudori o ammiccamenti a qualsivoglia moda: i tre sono sempre lì, autentici nel loro modo di presentarsi al pubblico, felici di suonare assieme, cosa che si evidenzia soprattutto nei momenti in cui i tre improvvisano congiuntamente.
L’album è corredato da un dvd della durata di circa mezz’ora, in inglese, incentrato sulle prove e su alcune interviste.

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Laura Lala , Sade Mangiaracina – “Pure Songs”

Laura Lala , Sade Mangiaracina – “Pure Songs” – Saint Louis Jazz collection JCD 009.06
Leggendo le note di copertina di questo cd colpiscono le parole di Salvatore Bonafede (che partecipa in alcuni brani come ospite): “Pure song e’ una briciola di musica in un mondo spietato”. Ed in effetti la voce di Laura Lala (che con questo lavoro ha vinto la prima edizione del concorso musicale “St. Louis contest “) ha un che di allegro e profondo allo stesso tempo, possiede una bella impostazione che pero’ non “trasfigura” la sua voce, che e’ molto naturale, il che si puo’ dire cosa quasi rara in un continuo fiorire di voci tecnicamente perfette e di cantanti molto brave ma innegabilmente un po’ l’ una uguale all’ altra. E se una cantante e’ brava ma mantiene anche il suo timbro naturale, allora si puo’ dire che li’ c’e’ almeno una briciola di musica. A questo aggiungiamo che – come nel caso di Elisabetta Antonini o Federica Zammarchi o di Virginia Fabbri, per citare tre artiste trattate in questo sito in precedenza – Laura Lala firma anche musiche e testi, e che i musicisti che suonano con lei sono bravissimi: e allora la musica e’ un po’ piu’ che una briciola. Sia nei brani in inglese che in quelli in siciliano, colpisce la vena melodica, ricca ed originale (“La varca”, un ondeggiante alternarsi tra ¾ e tempo dispari che coincide con il momento narrativo piu’ drammatico, e che sfocia in un 4/4 molto jazzistico), la freschezza del fraseggio e della armonizzazione (“Run to me”, in cui si puo’ apprezzare Bonafede al piano Rhodes, bravissimo e quasi ispirato) , ed anche un certo lirismo tutto femminile : “S’ iddu moru” e’ un brano quasi indimenticabile per le sue suggestioni di filastrocca tradizionale, accentuate dalla sapiente batteria di Claudio Mastracci , e reso ancora piu’ intenso dal pianoforte della splendida Sade Mangiaracina, preziosa, fondamentale in tutto il disco, che sa rendere il pezzo un misto di jazz e di musica popolare, con un risultato davvero affascinante di colore e di contestualizzazione sonora. Subito dopo“Love”, con il suo ritmo terzinato e il suo breve ma efficace “stop time” , l’ armonizzazione su due accordi e il testo in inglese ed in italiano, sorprende per il crescendo graduale di voce e strumenti, emotivamente coinvolgente. Ma potete anche un po’ sognare con “The right key”, ariosa, che non sfigurerebbe affatto come colonna sonora in una scena non parlata di un bel film americano, e in cui si ascolta un solo di basso davvero notevole di Diego Tarantino. E poi c’e’ la Sicilia di “Idda”, musica di Bonafede, e in questo caso Bonafede stesso al piano, che racconta una storia d’ amore finita nel sangue. Di rilievo il sax soprano di Marco Spedaliere (“Dear music”) e il sax tenore di Piero delle Monache (“Bread”). Terminato l’ ascolto di questo lavoro si e’ assolutamente concordi sul riconoscimento ricevuto da Laura Lala e Sade Mangiaracina al St. Louis contest 2008. (di Daniela Floris)

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Luciano Troja – “At home with Zindars”

Luciano Troja – “At home with Zindars”
Negli ultimi tempi ha fatto irruzione anche nel mondo del jazz una parolina magica: progetto. Oramai non si parla altro che di “progetto”, i gestori dei locali chiedono nuovi “progetti”, un disco non è degno di questo nome se non è sorretto da adeguato “progetto” e via di questo passo in una sequela di conformismi degni di miglior causa. Il fatto è che oggi di musica se ne ascolta davvero tanta e per quanto concerne il jazz le nuove generazioni sono molto ferrate. Di qui l’esigenza di creare un “quid” originale che i più chiamano, per l’appunto, “progetto”. Ecco, nel caso di questo album si può ben dire che alle spalle ci sia un’idea precisa, una volontà chiaramente espressa già nel titolo. In effetti “at home with Zindars” non può voler dire che una cosa: alla scoperta di quel grandioso musicista che rispondeva al nome di Earl Zinders. Luciano lo scopre attraverso Bill Evans : Bill ed Earl furono grandi amici legati da univoche concezioni sulla musica, e non sbaglia Troja a ritenere che il ruolo di Zindars sia stato fondamentale nello sviluppo della poetica evansiana. Comunque il pianista siciliano dedica sempre più energie alla riscoperta di questo personaggio tanto che il CD è corredato da uno splendido libretto di una quarantina di pagine dedicato peer l’appunto a Earl Zinders. Ma stiamo parlando pur sempre di un CD ed è quindi prevalentemente sotto l’aspetto musicale che l’opera va esaminata.
Ebbene non ho la benché minima esitazione ad affermare che si tratta di un bellissimo album; certo, l’eventuale paragone con Bill Evans è di quelli che farebbero tremare le vene ai polsi di chiunque ma Troja affronta la prova con grande professionalità e soprattutto la giusta sensibilità. Così il repertorio (15 brani di Zindars ed un original di Troja) viene affrontato con grande rispetto, straordinaria sensibilità ed enorme rispetto . D’altro canto Luciano è dotato di quella preparazione tecnica che, coniugata con grande fantasia e soprattutto con una sincera partecipazione emotiva, gli consente di superare qualsivoglia ostacolo. Così quasi tutti i pezzi vengono interpretai in modo assolutamente personale, eccezion fatta per il brano d’apertura , “Mother of Earl” che viene eseguito secondo la celebre interpretazione che ne diede Bill Evans Insomma, per tonare al concetto d’apertura, davvero un progetto degno di questo nome.

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