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Rigmore Gustafsson

Rigmore Gustaffsson

Come avrete già appreso dal pezzo “portante” , le eruzioni vulcaniche hanno prolungato il mio soggiorno in quel di Stoccolma. A questo punto come occupare al meglio queste inattese giornate svedesi? La decisione è subito presa: esaminando più a fondo la situazione del …anche per riguardo a chi mi sta ospitando oltre il previsto.
Penso quindi di effettuare alcune interviste a musicisti, responsabili di case discografiche ed esponenti della federazione del jazz svedese.
Per i musicisti la scelta è facile: vorrei parlare con Rigmor Gustafsson la cui performance mi ha particolarmente interessato. Mi procuro, senza difficoltà, il numero di cellulare e la chiamo: il contatto è molto semplice, immediato senza passare per filtri o segreterie particolari; nonostante sia in partenza per una tournée, Rigmor mi fissa un appuntamento per le 15 del giorno dopo in un classico bar svedese nei pressi della città Vecchia. Chi la conosce bene la descrive come una donna affabile, di ottima compagnia, molto professionale sul lavoro. E queste valutazioni mi vengono confermate pienamente nel corso del nostro incontro; la si presenta puntuale, con un disarmante sorriso che conserverà per tutto il tempo dell’intervista. Non ci siamo mai visti ma la conversazione si volge come se ci conoscessimo da anni: nessun atteggiamento divistico ma una grande passione quando parla del suo lavoro. Lavoro che proprio in questo periodo le sta dando grosse soddisfazioni: l’ ultimo album – “Calling you” – inciso con il “Radio String Quartet Vienna” (ACT 9722-2, distribuito in Italia dall’ Egea) sta ottenendo straordinari consensi di pubblico e di critica.
“Sì – ci dice Rigmor – sono molto soddisfatta di questi risultati anche perché sono stata io a volere fortemente questo album. Mi intrigava la possibilità di mescolare la mia voce, un d’archi e un repertorio tratto in buona parte anche dal pop”.

– Proprio con riferimento all’album, si può sostenere che Lei canti in modo tutto sommato legato alle grandi tradizioni, eppure il risultato è assolutamente nuovo ed originale. Come lo spiega?
“ Indubbiamente nel mio bagaglio ci sono le grandi cantanti del passato tipo Ella Fitzgerald, ma ho sempre cercato una mia strada nel canto, soprattutto utilizzando la voce anche in senso strumentale. In realtà mi sono avvicinata alla musica attraverso la chitarra; quando ho cominciato a suonarla il canto non era certo il mio obiettivo primario”.

– E cosa è successo dopo?
“ Io non vengo da una famiglia di musicisti anche se, come Lei sa, in Scandinavia tutti riceviamo un’ottima educazione musicale di base. Così quando ho cominciato a studiare la chitarra ho avuto la fortuna di trovare un fantastico maestro che mi spingeva a suonare, ad improvvisare, ad esprimere soprattutto quello che avevo dentro. Ma non conoscevo bene né il significato del termine jazz né tanto meno quello di improvvisazione. Suonavo e suonavo e suonavo… E questa situazione è durata alcuni anni, fino a quando mi sono resa conto che potevo esprimermi ancor meglio attraverso la voce, ma ho sempre cantato in stile chitarristico se mi consente l’espressione”.

– L’incontro con il jazz?
“Ad un certo punto della mia vita ho cominciato a sentire un tipo di musica in cui si avvertiva l’improvvisazione e quindi si percepiva la più completa libertà di espressione: era il jazz, che così è divenuto il terreno principale dei miei interessi musicali”

– Come nasce la Gustafsson “professionista” ?
“Francamente non le so dare né una data né una contingenza precisa. Nella mia vita le cose sono accadute forse perché dovevano accadere. Intendo dire che quando ho cominciato a cantare non pensavo di diventare una vocalist professionista; poi qualcuno mi ha notata, nei primi anni ‘90 ho cominciato ad esibirmi prima nei locali, poi nei teatri, quindi nel ‘93 sono andata a New York dove sono rimasta circa tre anni, ho incontrato le persone giuste… ho inciso dischi – sono molto soddisfatta del mio rapporto con la ACT-… ed eccomi qui… Ma le ripeto io ho sempre voluto cantare, il resto è venuto da sé”.

– Nella sua vita musicale ha avuto esperienze molto diversificate…
“Assolutamente sì; la cosa più importante è stato sempre riuscire a fare quel che sentivo dentro ed in questo la ACT è stata esemplare. Prendiamo l’ultima realizzazione cui facevamo cenno all’inizio “Calling you”. Sulla carta era un esperimento pazzesco: mettere assieme  jazz, pop più alcuni originals scritti sia da me sia dai componenti del quartetto, poteva essere un disastro ed invece è stato un successo. Hanno accolto la mia idea ed è andata bene”  .

– Sì ma come le è venuto in mente di fare un disco con un quartetto d’archi?
“Suonavo in Germania ed una sera ho ascoltato per la prima volta il “Radio String Quartet Vienna” che reinterpretava le musiche della Mahavishnu Orchestra, band che io ho sempre amato. Bene, mi dissi, questi qui hanno la mente aperta… anch’io ho la mente aperta… perché non fare qualcosa assieme?”

– Progetti futuri?
“Sperimentare qualche altro contesto in cui possa esprimermi ancor più liberamente”.

– Ma non c’è il pericolo che così facendo si forzino troppo i limiti fino a cadere nel manierismo?
“ Forse ma è una sfida… e senza sfida la vita che senso ha?”.

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