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Dino Piana

Dino Piana

E’ subito da sottolineare, prima di fare il resoconto dei due bellissimi concerti svoltisi al Teatro Pro Loco di Borgosesia, che ci sembra sempre piu’ consigliabile andare a sentire la grande musica fuori dai circuiti dei patinati festival tradizionali. Forse perche’ e’ benefica, ai fini della stessa, l’ organizzazione voluta da piccole associazioni di veri appassionati, che travalicano le megastrutture perfette ma un po’ impersonali e spesso mosse da logiche non solo strettamente artistiche. Nel caso di Borgosesia (alla sua prima edizione) l’ organizzatore e’ il prestigioso pianista Massimo Giuseppe Bianchi con la dinamica “Associazione 24” e di un sindaco, Alice Freschi, lungimirante. Il risultato e’ stato che per due giorni il jazz lo si e’ respirato e visto da vicino. Non e’ pero’ con il jazz che la rassegna si e’ aperta, e’ importante dirlo, ma con l’ esecuzione del “ Requiem Tedesco “ op. 45 di Johannes Brahms, eseguita dai Cantores Mundi e da Un Coro per Milano, con i solisti Maria Blasi e Denis Longo, i pianisti Massimo Giuseppe Bianchi e Bruno Tasso e con le letture affidate ad Alberto Regis Milano. Il concerto, avvenuto in una chiesa gremita, e’ stato diretto dal Maestro Franco Caccia, e ha dimostrato come non sia affatto assurdo presentare al pubblico generi musicali diversi nell’ ambito dello stesso contesto: la musica, quando e’ buona musica, non accetta compartimenti stagni.

Sabato 12 giugno, al Teatro Pro Loco, ore 21 “Serata Dino Piana”, con lo stesso Dino Piana, trombone a pistoni, , pianoforte, Ares Tavolazzi, contrabbasso , Enzo Zirilli, . Il concerto, se mai ce ne fosse stato bisogno, ha comunque evidenziato che quando l’ esperienza non viene utilizzata per ripercorrere pedissequamente un gia’ eseguito ma piuttosto e’ la base – mai statica ma dinamicamente arricchita, in ogni occasione – per rinnovare, ad ogni occasione, l’ artista aggiunge una piccola nuova gemma di vissuto, ed ha l’ occasione di utilizzare creativamente ed in maniera fresca materia musicale collezionata negli anni. La musica si arricchisce e si rinnova ogni volta, proprio perche’ i musicisti hanno alle spalle anni e anni di esperienza, e incontri, e pubblico incontrato e che con loro ha vibrato. Ma questa esperienza non li inchioda al passato, o ad un presente sempre uguale e comodo, senza rischi.
Sono 50 anni che Dino Piana sta scrivendo la storia del jazz italiano, con un entusiasmo ed una passione cosi’ sinceri ed anche “signorili” che assistere ad un suo concerto e’ un privilegio ed una occasione per arricchirsi. Enrico Pieranunzi e’ un artista che, nonostante il prestigio e la fama acquistati in molti anni di jazz, non sentirete mai citare se stesso o essere autoreferenziale, poiche’ ama ad ogni occasione rimettersi in gioco, ha una creativita’ che parla di un profondo amore per la musica e che e’ allergica ad ogni gioco strategico. Ecco perche’ il concerto di Borgosesia – attenzione, incentrato su un jazz tradizionale – e’ stato un esempio di freschezza, di stupore reciproco tra artisti, di profondo legame con l’ interpretazione e anche di rispetto per il brano eseguito, che si sono tradotti in una delicatezza di improvvisazione senza pari.
Con Piana e Pieranunzi hanno condiviso il palco due musicisti di rango: Ares Tavolazzi, al contrabbasso, che ha anch’ egli lo stesso tipo di approccio con la propria esperienza musicale, che e’ grande e non vetrificata, ed Enzo Zirilli, uno dei nostri migliori batteristi emigrato a Londra , ( purtroppo per noi italiani ), molto apprezzato all’ estero oltre che in Italia, dove non suona quanto dovrebbe, e che appena ha la possibilita’ di suonare qui lo fa con gioia (e si sente).
E’ questo straordinario trio ad aprire il concerto, prima che Piana si unisca, e subito si capisce che ci sara’ grande musica: per il buon gusto istintivo dei musicisti e la loro energia elegante in “From E to C” ,un jazz waltz piccolo capolavoro di “grazia compositiva”, il cui tema cromatico iniziale viene lavorato da pianoforte, contrabbasso e batteria dando luogo ad una benefica ed intensa tensione sonora. In “Yesterdays” il ritmo si fa latino e si ammira la creativita’ di Tavolazzi che pero’ riesce a rimanere rigoroso ed essenziale: in un mirabile bilanciamento di volumi Pieranunzi vola energicamente per la tastiera, dandosi il cambio con il contrabbasso che regala un solo energico quanto il pianoforte di un attimo prima. Il fraseggio sospeso e squisitamente ritmico del che prelude al finale alimenta l’ intensita’ della batteria di Zirilli: non e’ di tutti i batteristi la capacita’ di ascoltare e dunque esaltare il suono complessivo del trio, pur non rinunciando a suonare pienamente.
Con “Get out of town” di Cole Porter arriva lo swing all’ ennesima potenza del trombone di Dino Piana: e’ un suono morbido, che accenna inizialmente senza dissipare da subito l’ energia ma ha gia’ dentro tutto l’ impulso ritmico che occorre. Gli “stop time” della ritmica non sono trucchetti per emozioni a buon mercato, ma “occorrono” al brano: come esperienza insegna. Anche i “fortissimo” sono fatti di intensita’, e non certo di volumi scoperti e gridati. Quando Piana suona il suo trombone a pistoni, dato che e’ la musica che lo muove e non certo la volonta’ di emergere a spese della stessa, ha la capacita’ di esaltare la ritmica, che non appare quindi semplice gregaria di un pur carismatico leader quale egli e’. Piana e’ un jazzista “vecchio stampo” come ogni giovane jazzista dovrebbe essere, nel senso della serieta’, della freschezza, della gioia di fare musica. Per tutto il concerto, sia durante “Polka dots and moonbeams” , che durante “I close my eyes” o “Hallo mister Parker”, ogni tema viene presentato con levita’ , le note lunghe del trombone di Piana non sono mai noiosamente dritte ma dinamicamente piene di colori ed espressivita’, le mani di Pieranunzi percorrono la tastiera con la gioia rilassata del viaggio verso suoni noti ma nuovi allo stesso tempo, con amici fidati; il contrabbasso di Tavolazzi e’ molto piu’ che semplice strumento di sottolineatura ritmica, perche’ canta ed ispira, e Zirilli quadra il cerchio: precisissimo ma mai sterilmente “matematico”, fa cantare la batteria e non si limita di certo al battito. Riescono entrambi ad essere leggeri come un soffi ma anche potenti, e durante un brano non sono mai noiosamente omogenei ma cambiano di registro senza strafare in virtuosismi fini a se stessi.
Si potrebbe dire moltissimo ancora, ma forse basta sottolineare che a Borgosesia e’ stato evidente che l’ esperienza per un jazzista non e’ certo segno di una progressiva e comoda auspicata inerzia, ma al contrario e’ segno di ricchezza di linguaggio che crea sempre nuove emozioni: di chi suona, e di chi ha il privilegio di ascoltare.

Domenica 14 giugno, sempre al Teatro Pro Loco, il quintetto del trombettista Paolo Fresu con Tino Tracanna, sax tenore e sax soprano, Roberto Cipelli, pianoforte, Attilio Zanchi, contrabbasso , Ettore Fioravanti, batteria
Paolo Fresu raccoglie anch’ egli i frutti di una lunga esperienza musicale, e ogni suo concerto garantisce musica di alto livello, scelta di repertorio variegata e mai scontata, pur rimanendo fedele ad un suo stile estremamente personale. Tanto piu’ se, come in occasione di questa giornata Borgosesiana, il trombettista sardo suona insieme agli amici del suo quintetto “storico”, che da ben 26 anni collaborano con lui e dunque possono insieme rilassarsi e dare luogo allo spettacolare susseguirsi di piccoli eventi musicali (e’ bene definirli cosi’, piu’ che semplicemente brani) che ne compongono la performance.
Fresu e’ giustamente orgoglioso della sua neonata etichetta “Tuk Music” alla quale appartiene il nuovo cd “Songlines / Night&Blue”, uscito pochi giorni orsono (precisamente il 2 giugno) e realizzato proprio in quintetto. Dunque sul palco va in scena anche il benefico e vitale entusiasmo della novita’ (che belle le due ninne nanne “Ninna nanna per Andrea” e “Inno alla vita”) , che si sente arrivare da subito, anche perche’ Fresu – pur nella sua garbata eloquenza – e’ uno di quei musicisti che sembrano conoscerlo profondamente, il pubblico, e con il pubblico ha bisogno di instaurare un rapporto attraverso la musica. Dunque si assiste ad una sorta di “triangolo” che non e’ esagerato definire emotivo: un dialogo tra musicisti e – immediatamente – la sua traduzione per chi quei musicisti e’ accorso ad ascoltare, e che rimane colpito dalla volonta’ dell’ artista di dialogare con lui.
Si apre con un brano, anzi si diceva “piccolo evento” che ne inscrive tre, a partire da “Que reste t’il de nos amours”, morbida, raffinata e malinconica ballad in cui Fresu riesce a commuovere, anche per merito del pianoforte di Cipelli che e’ tanto delicato quanto profondo, per non parlare della poeticita’ del contrabbasso di Zanchi. Sono timbri sapientemente modulati, che arrivano dritti in platea e che li’ aleggiano fino al cambio di brano: da un finto, sospeso, malinconico e romantico finale si passa a “T.R.E.A.P.”, in cui il sax tenore di Tracanna esplode inaspettatamente in un ostinato melodico ritmico, che sfocia in un duettare incalzante molto coinvolgente, in cui l’ improvvisazione e’ sempre piu’ intensa fino ad un riassottigliamento di grande effetto: il flicorno di Fresu rimane fermo su una nota, con fiato continuo, e il sax tenore di Tracanna rimane solo ad improvvisare – e bisogna dire che lo fa davvero benissimo. Di nuovo si cambia suono, in una tensione continua, in un variare anche di timbri continuo – e si passa alla terza parte : Tracanna va al sax soprano, Cipelli al piano Fender da’ un apporto armonico ritmico fondamentale, e Fioravanti e Zanchi, molto creativi ed anche divertenti si inscrivono molto bene in questa prima “suite” tripartita.
La varieta’ del repertorio e’ anch’ essa motivo di continua positiva attenzione da parte del teatro: “Almeno tu nell’ universo” e’ un omaggio a Mia Martini, e Fresu ne espone il tema sapientemente, cogliendone i punti melodici cruciali dal punto di vista emotivo, carezzando la melodia ed in seguito appoggiandosi al sax soprano, che sottolinea le fondamentali degli accordi con note lunghe.
Trapela tutta, la strada percorsa insieme per 26 anni, trapela l’ esperienza come quintetto ,trapela l’ esperienza individuale dei musicisti (ad esempio nel bellissimo solo di Zanchi in “Cool blues” , in quelli quasi “eroici” di Fioravanti nonostante il rullante rotto, in quelli veramente espressivi di Cipelli al pianoforte e di Tracanna ai sax). Ed e’ evidente l’ esperienza di un eccellente trombettista che e’ in grado di divertirsi lui, molto, ed anche in grado di parlare con un pubblico che sembra conoscere profondamente, e che, infatti, lo premia con un affetto denso a tal punto da sembrare visibile, e che e’ uno spettacolo nello spettacolo.

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