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Artisti vari – “Mundo analogico / Vol.1”

Artisti vari – “Mundo analogico / Vol.1”

Artisti vari – “Mundo analogico / Vol.1” – microcosmo dischi 024
Oramai sotto l’etichetta “world music” si intende una sorta di paccottiglia musicale, ibrida e senza alcuna identità. Viceversa, se la si inquadra sotto la giusta luce, anche questo genere musicale conserva un suo preciso carattere e soprattutto una sua notevole valenza. D’altro canto gli artisti che vi si dedicano non sono certo pochi o di scarso rilievo. Questo album ne è la prova migliore raccogliendo una serie di artisti i cui esiti faticano ad essere incasellati in modo preciso mentre non v’è dubbio alcuno che attraversino diverse culture. Così ascoltando Concha Buika si avvertino gli echi della madre Africa così come della migliore musica popolare spagnola , il tutto innervato da sfumature jazzistiche. Ugualmente il canto di Angélique Kidio non è comprensibile se non si fa riferimento a diverse culture: la sua missione è sempre stata, fin dagli esordi, quella di creare un linguaggio comune tra mondi anche assai lontani tra loro. Così, partendo dal retaggio culturale del Benin, suo paese di nascita, ha saputo inglobare nella propria musica elementi provenienti da universi diversificati quali il blues, il funk, il jazz, il samba e ovviamente makossa, conquistando, con la sua potente voce e presenza scenica, consensi oltre ogni confine.
Per non parlare del “nostro” Joe Barbieri la cui squisita sensibilità ha saputo coinvolgere un’artista di assoluto livello mondiale come Omara Portuondo. Insomma una carrellata di canzoni semplicemente “belle”, che ci fanno attendere speranzosi un secondo volume della serie. (Gerlando Gatto)

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BandOrkestra.55 – “Bandando”

BandOrkestra.55 – “Bandando”

BandOrkestra.55 – “Bandando” – CNI 22638
Disco fresco, a tratti entusiasmante, questo “Bandando” che si ascolta tutto d’un fiato senza un attimo di stasi. Il fatto è che Marco Castelli è stato assai bravo nel mettere su una formazione assolutamente atipica nel senso che è in grado di transitare da un terreno all’altro senza la minima difficoltà sì da affrontare un repertorio quanto mai variegato. Così alle volte si ha la sensazione di ascoltare una sorta di orchestra popolare, per essere immediatamente smentiti dal brano successivo dove la band appare quanto mai sofisticata in grado di produrre un sound originale e assolutamente moderno; insomma le citazioni e i linguaggi si intrecciano a produrre soluzioni musicali sempre nuove e diverse. Così ad esempio il brano d’apertura – “African marketplace” di Dollar Brand – come recita lo stesso titolo si rifà espressamente ad atmosfere tipiche delle “brass band” africane, mentre il brano successivo è niente meno che una medley composta da “Tu vuò fa l’americano” di Nisa e Carosone e “Vecchio frack” di Domenico Modugno, brani affrontati dall’orchestra con grande rispetto ma nello stesso tempo con il necessario spirito di novità. E via di questo passo attraverso altri sette eccellenti brani tra cui da ascoltare con particolare attenzione “Baires” grazie anche all’assolo straordinario di uno dei migliori chitarristi europei che attende ancora una giusta valorizzazione: Ermanno Maria Signorelli. (Gerlando Gatto)

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Salvatore Bonafede Trio – “Sicilian Opening” – Jazz eyes

Salvatore Bonafede Trio – “Sicilian Opening” – Jazz eyes

Salvatore Bonafede Trio – “Sicilian Opening” – Jazz eyes
Proprio poco tempo fa mi trovai ad ascoltare una traccia audio e video su Youtube e pensai che il pianista che stavo ascoltando somigliava molto a Salvatore Bonafede. Diedi uno sguardo a quello che stavo ascoltando e mi accorsi che il pianista era proprio Bonafede. Non sapevo fosse appena uscito il suo nuovo disco. Quindi un nuovo lavoro discografico per il pianista palermitano che ci presenta 10 composizioni originali e 2 brani dei Beatles (Blackbird, She’s Leaving Home) per l’etichetta indipendente Jazz Eyes. Bonafede e’ un pianista che si distingue per la sua spiccata personalita’ musicale creativa e assolutamente distaccata da ogni forma di manierismo pianistico. Non somiglia ad alcun pianista. E’ Salvatore Bonafede. Come pochi pianisti esistenti e’ semplicissimo riconoscerlo tra molti. Il suo forte senso melodico, sia da un punto di vista improvvisativo sia da un punto di vista compositivo, lo rende unico tra tanti. Eccellente la sezione ritmica di cui il pianista si avvale in questo lavoro discografico. Marco Panascia al e Marcello Pellitteri alla batteria. Due musicisti che non solo condividono con Bonafede le loro origini siciliane ma anche le eperienze musicali che li hanno portati a studiare e vivere negli Stati Uniti, prima come studenti del Berklee College e poi come colleghi nei piu’ importanti teatri e Jazz Club degli Stati Uniti e di New York. Registrato, appunto, a New York, il disco si presenta come un insieme di quadri l’uno diverso dall’altro, ognuno di essi rappresenta una storia, ma ognuno di essi ci riconduce alla stessa matrice. Dall’ascolto del disco ci si rende conto di come ognuno degli elementi musicali, siano essi melodici, improvvisativi, ritmici, seppur provenienti da forme e melodie diverse e distanti tra loro, siano fusi e adoperati dal pianista come parti di un’unica opera. I punti saldi restano tali e sono facilmente riconoscibili in tutto il disco: le strutture dei brani, il forte senso di interplay tra i tre musicisti, la presentazione della melodia, il forte senso ripetitivo dei groove che sono parte imprescindibile della musica jazz presentati dai musicisti in gran parte dei brani ma trattati come se fossero parte comune di un’unica concezione. (Cettina Donato)

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Enrico Pieranunzi – “The complete remastered recordings on Black Saint & Soul Note”

Enrico Pieranunzi – “The complete remastered recordings on Black Saint & Soul Note”

Enrico Pieranunzi – “The complete remastered recordings on Black Saint & Soul Note” 6 CD set- BX 1004
Vale la pena ristampare album di musicisti ancora in piena attività? La risposta è sì … a patto che concorrano determinate condizioni. Innanzitutto deve trattarsi di musica di qualità ché altrimenti l’operazione non avrebbe senso. In secondo luogo i dischi in oggetto devono risultare particolarmente utili per inquadrare l’intera personalità dell’artista. Infine devono essere appetibili per l’acquirente in termini di prezzo e possibilmente anche di supporto (ad esempio materiale su vinile ristampato su CD). In operazioni del genere si sta cimentando la Cam Jazz dopo aver acquisito tutto il catalogo Bonandrini, vale a dire le etichette Black Saint e Soul Note. In questo ambito uno dei primissimi cofanetti è dedicato al pianista romano Enrico Pieranunzi di cui sono stati riuniti in un’unica confezione ben sei CD: “Isis”, “Deep down”,”No man’s land”, “Flux and change”, “Seaward”, “Ma l’amore no”. Questi album mettono a fuoco la personalità di Pieranunzi in un periodo compreso tra il 1980 e il 1997 e contengono sicuramente alcune delle più belle cose incise da Pieranunzi nel corso della sua lunga e luminosa carriera. Il pianista viene, dunque, colto in diversi momenti e in differenti situazioni: quintetto, sestetto, trio, duo (con Paul Motian , “Flux and change”) anche se, almeno in questo periodo, il trio rimane la dimensione ideale in cui Enrico esercita la sua verve improvvisativa e meglio riesce a trasmettere l’ enorme carica emozionale che caratterizza ogni sua opera. Gli album sono tutti molto interessanti ed è assolutamente inutile stilare una graduatoria; comunque mi piace segnalare il pezzo che da il titolo all’album “Seaward” registrato il 16 febbraio del 1997 con Hein Van de Geyn, al basso e André Ceccarelli alla batteria. Quando il compositore e arrangiatore Matthias Wenger ascoltò il brano , decise di arrangiarlo per la Uni Big Band di Berna, che ne fu subito entusiasta. Nacque così l’idea di realizzare un programma in comune con Enrico Pieranunzi che si concretizzò, successivamente, in un magnifico concerto all’Auditorium di Roma il 30 novembre del 2008. Da ricordare anche “Isis” del 1980 in quanto ad Enrico Pieranunzi, Art Farmer Furio Di Castri e Roberto Gatto si aggiunse per una registrazione che sarebbe rimasta storica nel pur vasto panorama discografico italiano…. E via di questo passo in un sorta di cavalcata all’indietro nel tempo che vi farà riscoprire alcune perle che forse avevate dimenticato.
Tornando all’iniziativa della Cam, sono già usciti altri tre cofanetti dedicati, rispettivamente a Charlie Haden, e Henry Threadgill che vi presenterò quanto prima. (Gerlando Gatto)

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Enten Eller & Javier Girotto – “Ecuba”

Enten Eller & Javier Girotto – “Ecuba”

Enten Eller & Javier Girotto – “Ecuba” – Splasc (H) CDH 2532.2
Non si dira’ mai abbastanza di quanto Barbiero, con gli Enten Eller, siano espressivi: una espressivita’ mai uguale a se stessa, perche’ per Barbiero ed Enten Eller i suoni sono veramente materia impalpabile eppure cosi’ reale per poter gridare, o sussurrare, o evocare, o suggerire, stati d’ animo , o disagi, o gioie anche, profondi. Barbiero e’ un musicista che ha un intenso bisogno di comunicare – e , come gia’ si e’ detto in altre recensioni che lo riguardano – il suo e’ un comunicare che non avrebbe senso decrittare in pensieri logici, o trovandone la genesi in alcune sonorita’ aspre, o dolci, o malinconiche o lievi in qualche episodio biografico che riguardi lui, o Mandarini, o Brunod, o Maier, che compongono l’ individuo musicale “Enten Eller”. Il vissuto di un artista e’ importante non biograficamente ma in quanto sorgente del bisogno “vitale” di comunicare qualcosa a chi ascolta, non mediante furbi artifizi, ma con il suo personalissimo, anche difficile, linguaggio. L’ artista non rinuncia a quel suo difficile linguaggio, mai – perche’ e’ l’ unico che ritiene espressivo delle sue emozioni ed inclinazioni.
Di questa profonda espressivita’ si ha la prova tangibile ascoltando “Cristiana” (intensa e commovente la lunga conclusione di Girotto e Mandarini in duo), pezzo presente in altri cd di Barbiero e che e’ singolarmente multiforme: non si parli di “evoluzione”, poiche’ non si puo’ dire che questo sia un brano che si e’ diacronicamente arricchito o essenzializzato in un progressivo migliorarsi. Piuttosto sono suoni che mostrano un percorso, diventando via via espressivi in modo diverso. Non e’ un “appello” al gia’ fatto per faticare meno, ma piuttosto un coraggioso rimettere in gioco materia sonora che infatti non e’ mai uguale o ripetuta. Lo stesso brano iniziale “Denique caelum” che dava il titolo al precedente (diversissimo) cd in duo con Rossella Cangini e’ la riprova di quanto possa un brano non essere fossilizzato su se stesso: e non e’ certo una mera questione di arrangiamenti.
Si aggiunga a questo che gli Enten Eller sono un gruppo che di questa multiformita’, di questa ricerca del suono intesa in senso di ricerca espressiva profonda – appunto – , della ricerca timbrica comune, (con molti momenti di spessore sonoro “in insieme” quasi ad essere un unico strumento) hanno fatto una essenza peculiare. Essenza fatta di molti suoni, molte inclinazioni, molti linguaggi, perche’ il miracolo e’ anche che nessuno degli Enten Eller rinuncia alla propria individualita’ di musicista. Tanto meno lo fa Javier Girotto, special guest di questo disco strepitoso, che sembra far parte degli Enten Eller da sempre, proprio perche’ ha la stessa capacita’, anzi lo stesso bisogno comunicativo degli altri artisti. Sono musicisti che hanno bisogno di comunicare anche tra loro, e ci riescono, e si sente. Brunod, che e’ un chitarrista che ha un suo stile di fraseggio e di timbro personalissimi, sanguigni ed essenziali ad un tempo ed e’ diverso da Barbiero, e da Maier, e da Mandarini, e’ allo stesso tempo riconoscibile eppure cosi’ espressivamente amalgamato da incantare (vedi i delicati e poetici “ Dialogues “ con Girotto ) . Girotto (vedi “Tutankamon”, ad esempio) e’ quello meravigliosamente passionale e mai stucchevole o dolciastro che conosciamo bene, ma e’ la tessera di un mosaico sonoro perfetto in cui mai ha il narcisismo fine a se stesso di svettare: e dunque svetta, come gli altri, per espressivita’. Maier (vedi l’ intro di Ecuba ) ha una capacita’ di essere allo stesso tempo realmente vigoroso e “sospeso”, in sintonia con la batteria e le percussioni “destrutturanti” di Barbiero . Mandarini canta con la sua tromba e anche quando si ferma su un’ unica nota ha mille cose da dire, sa far parlare le dinamiche (“Denique caelum” , o “Jacuti”). Barbiero crea, destruttura, canta, sottolinea, regolamenta, regalando momenti di lirismo intenso, il che per un batterista non e’ affatto scontato: ma e’ la sua splendida caratteristica.
C’ e’ un libro appena uscito su questo splendido quintetto, intitolato semplicemente “ENTEN ELLER” con le foto di Luca D’ Agostino – espressive quanto i musicisti che ritraggono – e che consta di due racconti di Flavio Massarutto e una preziosa Postfazione di Guido Festinese: racchiude la poetica, gli stimoli culturali ed emotivi di questi artisti, la descrizione – in immagini e parole – della figura dell’ artista come categoria, o chissa’ dell’ artista Barbiero appassionato anche di fumetti, o, chissa’, di tutti gli individui musicisti dell’ individuo musicale Enten Eller. Non cercate una spiegazione logica scritta e/o visiva ai suoni che avete sentito in “Ecuba”. Piuttosto prendete spunti a non finire e godetevi immagini e musica: certamente toccheranno anche il vostro vissuto e i vostri pensieri. (Daniela Floris)

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