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Nik Bärtsch's Ronin – “Llyria”

Nik Bärtsch's Ronin – “Llyria”

Nik Bärtsch’s Ronin – “Llyria” – ECM 2178
Il pianista svizzero Nik Bärtsch guida, dal 2001, un gruppo completato da Sha al sax alto e clarinetto basso, Björn Meyer al basso, Kaspar Rast alla batteria e Andi Pupato alle percussioni. Con questo quintetto ha suonato molto spesso (di norma ogni lunedì sera) nel suo jazz-club di Zurigo, ed è proprio l’empatia la cifra stilistica caratterizzante quest’album: il combo evidenzia, infatti, un affiatamento straordinario che già si era notato nei precedenti album incisi sempre per la ECM, vale a dire “Stoa” del 2006 e “Holon” del 2008.
Rispetto ai precedenti CD si nota , tuttavia, qualche novità di rilievo: la musica di Bärtsch si è sempre basata su un pianismo che alcuni hanno voluto definire minimalista in quanto basato sulla ripetizione di gruppi di note, sulla costruzione in moduli in quanto tali interscambiabili (i pezzi sono tutti chiamati “Modul” e individuati da un numero) e, soprattutto, su una sorta di tappeto ritmico molto fitto, ripetitivo e coinvolgente tanto da essere ribattezzata, dal suo autore, “Zen funk” ; questa volta, invece, il leader sembra privilegiare un contesto in cui c’è maggior spazio per le sfumature, per le cose dette e non dette, per linee melodiche più estese. Viceversa nulla di nuovo sotto il sole per quanto concerne le modalità esecutive e interpretative : restano i moduli e Bärtsch continua a scrivere ogni singola nota lasciando così poco spazio all’.

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Michael Formanek - “The Rub And Spare Change”

Michael Formanek - “The Rub And Spare Change”

Michael Formanek – “The Rub And Spare Change” – ECM 2167
Album d’esordio in casa ECM per Michael Formanek (classe 1958) che, anche all’ascolto di questo album , si conferma non solo bassista di grande tecnica e bella carica improvvisativa, ma anche leader di polso, arrangiatore di vaglia e compositore di talento. Ma procediamo con ordine.
Dal punto di vista strumentale Formanek è bassista completo, in possesso di una cavata potente ma allo stesso tempo discreta, di un innato senso del tempo e di una straordinaria capacità di capire il contesto in cui suona, doti, queste, che l’hanno portato a collaborare con alcuni tra i più grandi jazzisti quali Freddie Hubbard, Stan Getz, Chet Baker, Gerry Mulligan, Dave Liebman, Joe Henderson…
Come leader ha sicuramente visto giusto nel chiamare accanto a sé il sassofonista Tim Berne, il pianista Craig Taborn e il batterista Gerald Cleaver, gruppo con cui si è esibito al club The Stone di New York City nell’agosto del 2008 e con cui è entrato negli studi di registrazione nel giungo del 2009 ad Hampton, New Jersey. Il risultato è questo CD: sei brani tutti composti dal leader le cui coordinate stilistiche vanno da un moderno mainstream a forme più complesse, al limite del free, in cui si evidenzia l’intesa con Tim Berne “confezionata” dalle molte occasioni in cui i due hanno avuto modo di suonare assieme negli ultimi venti anni, a partire dal progetto “Wide Open Spaces” del 1991. Bene anche il pianista Craig Taborn con blocchi di note sempre molto fluidi anche se alle volte sghembi e dissonanti mentre Gerald Cleaver mai ha fatto mancare il supporto di un drumming fantasioso e coinvolgente. Tra le composizioni, particolarmente significante la “Tonal Suite” di ben 17 minuti: aprono batteria e contrabbasso che swingano in maniera quasi tradizionale, cui si aggiungono subito dopo gli altri due con Taborn che si produce in uno spettacoloso assolo con linee sempre più aggrovigliate, a tratti frenetiche, preparando così il terreno ai successivi interventi di Berne grandioso come sempre nelle sue proverbiali costruzioni ascensionali.

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Charles Lloyd – “Mirror”

Charles Lloyd – “Mirror”

Charles Lloyd – “Mirror” – ECM 2176
Conosco Charles Lloyd dal 1969 quando venne pubblicato quello che ancora oggi è uno dei miei dischi preferiti, “Forest Flower”. Ebbene, a distanza di tanti anni il sassofonista rimane validamente sulla breccia e continua a sfornare dischi di ottimo livello. Questo, registrato nel dicembre scorso, presenta un quartetto in cui accanto a Charles ci sono tutti grandi musicisti: Jason Moran al piano, Reuben Rogers al contrabbasso e Eric Harland batteria e voce.
Il repertorio è quanto mai variegato, come a costituire una sorta di summa dell’arte di Lloyd. Si apre , così, con uno , “I fall in love too easily”, che viene letteralmente destrutturato e riarrangiato in modo assolutamente personale e convincente; lo spiritual “Go down Moses” viene affrontato dal sassofonista con vera partecipazione, ottimamente coadiuvato da Moran che, con un pianismo discreto ma efficace, contribuisce a creare un’atmosfera di sincera spiritualità … e via di questo passo attraverso una serie di brani come “La Llorona” un brano tradizionale di sapore latino riccamente arrangiato dal sassofonista, “Caroline, No” una sorta di omaggio del sassofonista a quei “Beach Boys” che tanta importanza ebbero negli anni ’70, “Monk’s Mood” un altro sontuoso omaggio questa volta a Thelonious Monk così come “Ruby, my dear”…e poi quattro originals di Lloyd che, nonostante una tessitura apparentemente tradizionale, ci regalano ancora una volta un Lloyd grande improvvisatore.

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Enrico Pieranunzi Latin Jazz Quintet – “Live at Birdland”

Enrico Pieranunzi Latin Jazz Quintet – “ at Birdland”

Enrico Pieranunzi Latin Jazz Quintet – “Live at Birdland” – CAM prm 7829-2
Chi vi scrive si è trovata nella singolare situazione di dover scegliere se ascoltare questo cd da un punto di vista strettamente tecnico – musicale o semplicemente godersi un’ ora di musica latina trascinante, di quelle che fanno ballare.
La musica in fondo è musica, quale è il suo fine non è sempre dato saperlo: è un’ arte, e può svolgere diverse funzioni, avere diversi target di fruitori, può essere percepita in tanti modi diversi. Questo è certamente un cd divertente, energico, oltretutto registrato dal vivo al Birdland di New York, e dunque del “live” porta anche tutto l’ entusiasmo dei cinque musicisti che ne sono protagonisti. I nomi sono prestigiosi (Pieranunzi al pianoforte, Patitucci al contrabbasso, Sanchez alla batteria, Urcola alla tromba e Terry ai sax)
In questo particolare caso capita che, mentre si gode di questi brani così emotivamente coinvolgenti e dai trascinanti ritmi latini, mentre si comincia istintivamente a muoversi a ritmo, si percepisce lo spessore musicale gigantesco che c’e’ dietro a quelle note e a certi temi melodici anche volutamente semplici.

Ci si perde nei fraseggi, negli accenti, nelle dinamiche, nelle cascate di note del pianoforte di Pieranunzi, spremuto fino allo spasimo eppure mai eccessivo, e che va dove non ci si aspetta che vada, nella batteria incredibilmente sonora eppure così intrecciata ai fraseggi del pianoforte, quasi prodigiosa di Sanchez, ai voli acrobatici ritmico – melodici del contrabbasso di Patitucci che non molla un attimo né pianoforte né batteria tenendoli cuciti in un flusso sonoro continuo. Per non parlare dei numeri di Urcola e Terry, sudamericani fino al midollo ma mai olografici o di maniera, . A quel punto ci si rende conto che quella è musica che fa ballare, ma non è musica da ballo: è jazz, è musica complicata, affascinante, da sentire più volte, nei particolari più infinitesimi perchè ogni nota ed ogni battito hanno un loro strettissimo senso musicale . Anche nei brani più lirici. Questo senso musicale si puo’ trovare probabilmente proprio nella volontà di esprimere questa energia e questa passione per la musica latina di tutti e cinque i musicisti coinvolti: farlo in questo modo così efficace, divertente e complesso allo stesso tempo è davvero impresa difficile. Così come non è da tutti fare jazz di altissimo livello facendo ballare chi ascolta. Vuole dire quadrare il cerchio… Ecco perchè questo “Live at Birdland” dell’ “Enrico Pieranunzi latin jazz quintet” si puo’ definire, senza tema di smentita, imperdibile. (Daniela Floris)

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Norma Winstone – “Storie yet to yell”

Norma Winstone – “Storie yet to yell”

Norma Winstone – “Storie yet to yell” – Ecm 2158
Questo, dopo “Distances” del 2008, è il secondo album inciso per la ECM dalla vocalist inglese assieme a Klaus Gesing sax e clarinetto basso e Glauco Venier pianoforte. Anche questa volta il livello del CD è assai alto: la bella vocalità della Winstone si sposa magnificamente sia con i fiati del tedesco Klaus sia con il piano di Glauco tanto che l’empatia fra i tre costituisce senza dubbio la carta vincente del trio. Tutti si muovono avendo ben precisa l’idea di dove andare e soprattutto sapendo perfettamente cosa il partner farà l’attimo dopo. Di qui una musica in cui linea melodica e spirito poetico coesistono con le capacità improvvisativa dei tre che alternano magnificamente scrittura a piena libertà esecutiva. La dimensione è quella che abbiamo imparato a conoscere ed ammirare già dal precedente album, vale a dire un jazz di chiara impronta cameristica con grande attenzione alla linea melodica, alle sfumature di linguaggio pur nella varietà del repertorio. Così accanto ad originals firmati da tutti e tre i musicisti, compaiono, tra gli altri, due brani tradizionali arrangiati da Venier, il bellissimo “Among the clouds” di Maria Schneider, adattamenti di pezzi da camera influenzati sia dalla musica classica sia da quella contemporanea…per comprendere anche un brano brasiliano di Dori Caymmi (“Like a lover”) arrangiato splendidamente da Gesing e ottimamente interpretato dai tre e una vecchia ninna-nanna armena di Komitas ripresa e riarrangiata da Tigran Mansurian.

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