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Milano 31 ottobre 2010 Teatro Manzoni “Aperitivo in concerto”

Dopo un’ apertura anche troppo inscritta nel “mainstream” Charlie Haden ed i suoi musicisti sono entrati nel vivo di un jazz tutt’ altro che prevedibile: tradizionale ma non scontato.  Ed è in fondo ciò che ci si aspettava,  perché Charlie Haden ha la caratteristica di suonare il suo contrabbasso estrapolandone non tanto azzardate e trasgressive digressioni melodico ritmiche mai ascoltate prima,  ma un’ espressività che convenzionale non è affatto, persino nel piu’ “scolastico” dei “walkin’ bass”.  I fraseggi, il timbro, le dinamiche,  per il loro sorgere da una base che appare soprattutto emozionale, rendono il contrabbasso di Haden riconoscibile tra mille.

Evocativo piu’ che descrittivo o ridondante, anche in questa occasione Haden ha mostrato una tendenza all’ introspezione che non è mai sfociata in un linguaggio musicale criptico e dunque difficile da comprendere.  E’ un linguaggio, che  sembra influenzare moltissimo i musicisti che si trovano a suonare con lui: dunque, come si diceva più su, persino il più semplice dei walkin’ bass ha spinto fortemente sul pianoforte di Alan Broadbent– per la volontà espressiva, per l’ alto tasso di swing insito più che nella progressione melodico ritmica delle note, nel tocco particolare di questo straordinario contrabbassista.

Durante i suoi soli Haden canta nuovi piccoli brani nel brano: crea, e canta con i suo strumento, veri e propri temi nuovi di zecca, spesso trasponendoli piu’ volte di tono, e questo fa si che chi ascolta abbia il tempo di orecchiarli e farli propri, quasi di affezionarvisi. Piccoli “temi nel tema” che, anche se uguali, sono mirabilmente diversi come tocco, dinamiche, vibrazioni e suono, poiché la loro intensità aumenta di pathos o se ne affievolisce; e  nel silenzio che c’è intorno ad un solo di contrabbasso creano una tensione sonora che inevitabilmente si tramuta in emozione.  Tutto questo è avvenuto sia durante pezzi più swinganti che nel corso di intense ballads , tra cui la immancabile – per fortuna – “First Song” , che non è mai, bisogna dire, uguale a se stessa, anche se la si può ritenere un “cavallo di battaglia” di Haden.  In questo caso dalla parte struggente, lirica iniziale, si è passati ad un intensissimo raddoppio di tempo  che ha parlato anche di blues, compreso un suggestivo “stop time” inaspettato che ha quasi tolto il respiro, un ritorno allo slow e la conclusione di nuovo raddoppiata che improvvisamente è rimasta appesa al solo di sax nel silenzio assoluto.  Haden ha improvvisato ancora una volta con fraseggi nuovi eppure così profondamente puliti e semplici da essere commovente.

I musicisti che hanno suonato con Haden lo hanno fatto con un analogo stile elegante ed intenso, non urlato,  non certo per stupire con effetti speciali.  Il pianoforte di Broadbent (capace di rievocare piu’ stili diversi, dalla musica classica, a Peterson, a Garner, al blues e via dicendo)  si è preso nei lunghi soli il suo giusto spazio di creatività. La di Rodney Green è stata decisiva nel dare la giusta sferzata di energia, senza mai strafare, ad un’ atmosfera che potenzialmente poteva divenire anche troppo sofisticata, per i toni misurati da cui partiva; il sax tenore di Ernie Watts ha stupito per la infinita varietà di idee musicali che ha offerto,  generosamente incorniciate, bisogna dire, dal gigante Haden che non ha esitato a “tirarsi indietro” al momento opportuno fornendo un sottofondo sommesso ma prezioso, di una semplicità mai sfociata nella monotonia o nella banalità.

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