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Fabrizio Bosso

Fabrizio Bosso

Si è conclusa anche l’edizione 2010 del Roma Jazz Festival per cui, prima della cronaca degli ultimi due concerti cui il vostro cronista ha assistito, si impone un seppur breve bilancio della manifestazione. Ebbene, la politica perseguita da Mario Ciampà di puntare da un canto sul nuovo jazz italiano e dall’altro su una politica di bassi prezzi ha ottenuto gli scopi che ci si prefiggeva. Così, il livello artistico della manifestazione è stato sempre molto elevato – con punte di assoluta eccellenza – ed in più si è visto un pubblico numeroso come non mai che ha seguito con sincera partecipazione tutti i concerti in programma. E al riguardo veniamo alle performances dei due trombettisti Fabrizio Bosso e Paolo Fresu con Uri Caine svoltesi rispettivamente il 25 e il 30 novembre scorsi.

Bosso si è presentato con la sua attuale formazione vale a dire Luca Mannutza e Fender Rhodes, Luca Bulgarelli contrabbasso, Lorenzi Tucci batteria e il chitarrista Roberto Cecchetto in veste di ospite d’onore. Una formazione, guest compreso, oramai rodata da tanti concerti che in effetti anche questa volta ha evidenziato una compattezza notevole. I cinque si muovono su un terreno comune, senza la minima esitazione o il minimo calo di tensione, sapendo benissimo ascoltarsi reciprocamente e dando così l’opportunità a tutti e cinque di mettersi in bella evidenza. Ad onor del vero, ad un orecchio poco attento poteva sembrare che ogni qualvolta Cecchetto entrava in scena per eseguire il suo assolo, l’atmosfera generale si raffreddasse; ciò perché il chitarrista invece di proseguire lungo la linea melodica tracciata da chi lo precedeva, preferiva cambiare radicalmente strada e magari improvvisare sulle armonie spiazzando così l’ascoltatore… ma era davvero questione di attimi ché poi anche il pubblico meno avvezzo ad ascolti sofisticati riusciva a percepire quanto in realtà anche questo tipo di fraseggio fosse funzionale al linguaggio del gruppo guidato con mano sicura dal trombettista. Al riguardo Fabrizio ha evidenziato ancora una volta tutta la sua tecnica sopraffina. A suo agio sia alla sia al flicorno, sia nelle ballads sia nei tempi molto veloci, sia negli standards sia nei pezzi più moderni, Bosso ha sinceramente impressionato per la sapienza tecnica con cui affronta qualsivoglia situazione: insomma attualmente da un punto di vista prettamente tecnico è un musicista “arrivato”. Ovviamente, però, ciò non basta in quanto, come ben sappiamo, la musica non è soltanto tecnica ma anche espressività: ecco, partendo dalla considerazione che Bosso oramai non deve dimostrare di essere bravo (ne siamo tutti più che consapevoli) sarebbe forse opportuno che curasse un po’ di più l’espressività per raggiungere livelli di assoluta eccellenza internazionale.

Paolo Fresu

Paolo Fresu

Chi, invece, dell’espressività ha fatto la chiave di volta della sua cifra stilistica è sicuramente Paolo Fresu. Una doverosa premessa prima di affrontare quest’ultimo evento: il vostro cronista, stanco dopo una giornata di intenso lavoro, non ce l’ha fatta a seguire tutto il concerto per cui si è arreso dopo il primo set. E al riguardo consentitemi di insistere su un concetto già espresso altre volte: specie nel corso della settimana, organizzare una performance in due set significa chiudere all’incirca a mezzanotte, troppo tardi per chi ha già lavorato tutto il giorno e deve alzarsi presto la mattina dopo… fermo restando che anche l’età in questo discorso gioca un ruolo non secondario. Di qui l’invito a prendere le seguenti considerazioni “cum grano salis” nel senso che forse l’ascolto dell’intero concerto avrebbe potuto indurmi a valutazioni leggermente diverse. Ma tant’è: meglio mezzo concerto che nulla!

Ciò detto è apprezzabile il coraggio con cui Paolo Fresu e Uri Caine si sono dedicati a questo nuovo progetto; “Barocco in Pispisi”, dedicato alla musica di Barbara Strozzi (1619-1677) compositrice e soprano italiana del periodo barocco.
“In pispisi” significa in lingua sarda berchiddese (il paese di Paolo Fresu) “in punta di piedi”. Ed è proprio in punta di piedi o meglio di dita (come ha affermato lo stesso Fresu) che i due celebrati jazzisti, hanno voluto incamminarsi nel mondo del barocco. Il progetto avrà un suo naturale sviluppo nel corso dei prossimi anni e in futuro verrà proposto con una formazione di scelti jazzisti e musicisti dell’area contemporanea accompagnati da un’orchestra da camera e da una sinfonica, in due nuove differenti versioni.

Venendo al concerto del 30, credo che la performance possa dividersi in due parti ben distinte. Quando i sei si muovono su un terreno prevalentemente calligrafico, nel senso che tendono a riprodurre le partiture barocche quasi così come sono, si nota qualche discrasia di troppo; la musica del seicento, al di là delle apparenze, è estremamente difficile da eseguire necessitando una estrema precisione cosa che non sempre si è notata nel concerto in esame. Viceversa quando a prevalere è l’arrangiamento in chiave jazzistica il clima cambia rapidamente e si avverte la mano di due grandi maestri quali Fresu e Caine ottimamente coadiuvati dall’Alborada Quartet. Insomma è probabile che l’operazione abbia bisogno ancora di qualche tempo per una messa a punto di sicuro non particolarmente complessa.

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