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Bungaro – “Arte”

Bungaro – “Arte”

Bungaro – “Arte” – I sogni son desideri  ISSD 001

Ogni tanto mi concedo il lusso di segnalarvi qualche album che pur non rientrando nella categoria “jazz” (ammesso che tale catalogazione abbia ancora un senso), risulta comunque interessante. E’ il caso di questo “Arte” ultima fatica discografica di Bungaro registrato tra Rio De Janiero e Roma  e masterizzato a New York . L’album contiene quattordici brani quasi tutti scritti da  Bungaro e Pino Romanelli frutto di una collaborazione che data oramai da tempo e che ha dato frutti particolarmente succulenti creando testi per grandi artisti italiani  quali , tra gli altri, Ornella Vanoni, Antonella Ruggiero, Nicky Nicolai, Gianni Morandi… In molti di questi brani Bungaro duetta con artisti di grande livello che hanno accettato con piacere questo invito. Così in  ”Il destino infortunato”, brano di Bungaro su testo inedito di Sergio Endrigo,  abbiamo la possibilità di ascoltare niente meno che il celebre pianista cubano Omar Sosa e l’eccellente contrabbassista Ferruccio Spinetti. Di grande suggestione anche i duetti con Fiorella Mannoia in “Il Deserto” e con i due artisti brasiliani, Paula Morelenbaum nel brano che da il titolo all’album, e in”Piccenna mia”, ninna nanna dedicata alla figlia Giulia che degnamente conclude l’album. Insomma un disco , nel suo genere, di eccellente livello che ci consegna un cantautore intelligente, moderno e sinceramente attento a quanto accade attorno.

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Daniele D’Agaro – “Fingerprints”

Daniele D’Agaro – “Fingerprints”

Daniele D’Agaro – “Fingerprints” – artesuono art 092

Sono ovviamente molti, in tutto il mondo, i musicisti che in qualche modo hanno introitato la lezione di Albert Ayler e continuano a riproporne le coordinate stilistiche in continua sfida con il tempo che passa inesorabile. In Italia è soprattutto Daniele D’Agaro a rinverdire i fasti del grande sassofonista e questa volta lo fa in grande stile presentandosi al suo pubblico in trio, con due leader storici del free europeo, il settantaduenne pianista tedesco Alex von Schlippenbach e il sessantottenne batterista olandese Han Bennink . L’album, registrato nel giugno 2010, presenta otto libere improvvisazioni cui si aggiunge il sempre verde “Every Cloud” di Herbie Nichols. Il risultato è assolutamente pari alle aspettative nel senso che quanti amano la musica improvvisata troveranno l’album di loro gradimento… mentre per gli altri… Il fatto è che questi tre musicisti, come si accennava in apertura, sono rimasti fedeli ad un certo linguaggio che ha connotato molti anni della storia del jazz, un linguaggio di negazione di certe regole per affermare una libertà d’espressione che non sempre, nel tempo, è stata però sostanziata da vere e proprie valenze artistiche. Ovviamente non è questo il caso di “Fingeprints” dal  momento che tutti e tre i musicisti sono perfettamente consapevoli di quel che fanno, sono tecnicamente ferrati e conoscono assai bene la tradizione dl jazz da cui si allontanano ma sempre nel più completo rispetto. Una curiosità interessante, grazie alla involontaria mediazione del sassofonista friulano, Alex von Schlippenbach e Han Bennink hanno avuto modo di festeggiare, con questo album, i trent’anni dal loro ultimo concerto con la Globe Unity Orchestra (1970), mentre con “Fingerprints” l’etichetta Artesuono ha festeggiato alla grande il suo ventesimo compleanno.

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Celso Fonseca – “Voz e Violão”

Celso Fonseca – “Voz e Violão”

Celso Fonseca – “Voz e Violão” – microcosmo dischi – MCD027

Eccellente album della “microcosmo dischi” che ci presenta Celso Fonseca in duplice versione, CD e DVD. Comunque, indipendentemente dal supporto, qui è la classe del chitarrista che si staglia cristallina, una classe che si sostanzia nella interpretazione personale di una serie di brani particolarmente cari agli amanti della musica brasiliana… e non solo. L’atmosfera che si respira è particolare: il musicista si presenta al suo pubblico con la voce e la chitarra e lo prende quasi per mano… lo conduce attraverso un viaggio di natura intimista. Contrariamente alla linea seguita in precedenza, questa volta dei diciannove brani contenuti nell’album, diciassette sono riletture mentre solo tre sono originals ( ‘Slow Motion Bossa Nova’, ‘Sorte’ e ‘Febre'”). Insomma una sorta di omaggio agli autori che Celso ha sempre amato e che  anche se indirettamente, lo hanno aiutato a scalare le classifiche di gradimento:  in effetti il chitarrista e vocalist si è fatto conoscere in tutto il mondo per le collaborazioni con Gilberto Gil, Milton Nascimento, Djavan, Gal Costa, Jorge Ben, Chico Buarque, Caetano Veloso e Carlos Santana. E proprio con un brano di Gilberto Gil , “Tempo rei”, si apre l’album che  presenta un repertorio piuttosto variegato. Si passa così dal celeberrimo “Fool on the hill” di beatlesiana memoria interpretato in modo assolutamente magistrale, a “Caso Sério di Rita Lee e Roberto de Carvalho , da  “Beleza Rara” di Edimilson Teles de Souza a “Conquista” di Bochecha… a  “Olha” di Erasmo e Roberto Carlos… allo standard di sapore jazzistico “The More I See You” di Harry Warren e Marck Gordon, brano in cui Fonseca evidenzia altresì un’ottima conoscenza degli stilemi jazzistici ad impreziosire uno stile strumentale e vocale di grande originalità. Il Dvd contiene quattro brani in più tra cui “Lua e Estrela” di Vinicius Cantuária. Un’ultima notazione: gradevole la confezione ma si auspica qualche dato in più, ad esempio gli autori dei pezzi, data e luogo di registrazione.

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Lorenzo Frizzera – “Home”

Lorenzo Frizzera – “Home”

Lorenzo Frizzera – “Home” – nBn records

I nostri lettori ricorderanno forse la recensione apparsa su queste stesse colonne dedicata al primo album di Frizzera su nBn, “Godzilla in Wonderland”, in cui il chitarrista si esprimeva lungo direttrici di un’improvvisazione totale innervata da loops e live electronics. Questa volta il discorso è completamente diverso: il musicista è da solo con le sue chitarre acustica e classica, alle prese con un repertorio che non esiterei a definire intimista, dieci brani racchiusi non a caso sotto il titolo “Home” proprio ad indicare che in qualche modo tutti i brani sono legati alla sua natura, ad una vecchia chitarra classica regalatagli dai genitori quando aveva nove anni. “Tutti i brani – racconta Lorenzo – sono nati da quella chitarra e nei modi più disparati: per un’improvvisa ispirazione arrivata cinque minuti prima di uscire di casa, ritrovato al ritorno, registrati sulla segreteria telefonica …suonando d’estate sulla terrazza oppure al ritorno da un concerto in piena notte…appartengono alla mia storia quotidiana e sono il frutto di viaggi immaginari”. Ed in effetti questo tipo di ispirazione si coglie perfettamente ascoltando l’album che evidenzia sia la bella impostazione tecnica di Frizzera, sia la sua vena creativa che, almeno questa volta, non sembra conoscere momenti di stanca pur nell’omogeneità forse eccessiva dell’album. Solo che a questo unto si pone un problema, almeno per il vostro cronista: qual è il Frizzera vero quello di “Godzilla in Wonderland” o questo di “Home”? Gradito un terzo CD per risolvere l’enigma .

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Marco Giocoli Trio – “Dentro il gusto”

Marco Giocoli Trio – “Dentro il gusto”

Marco Giocoli Trio – “Dentro il gusto” – abeat AB JZ 056

“Un inno alla melodia” si potrebbe definire questo bell’album del chitarrista Marco Giocoli che si presenta al suo pubblico alla testa dell’ abituale trio (Lorenzo Feliciati al contrabbasso e Lucrezio De Seta alla batteria) rinforzato per l’occasione da Fabrizio Mandolini al sax soprano e niente di meno che da Tom Harrell e flicorno. La presenza del trombettista aggiunge un tocco di ulteriore lirismo che impreziosisce l’album ma sarebbe ingiusto trovare la chiave di volta del CD esclusivamente nella prestazione di Harrell. In effetti a rendere eccellente questa produzione “abeat” contribuiscono diversi fattori; innanzitutto il repertorio, otto brani tutti dovuti alla penna di Giocoli (splendido in particolare “L’odore della pioggia”) che si conferma così musicista completo, dotato di una fervida vena creativa. I pezzi sono interessanti ispirandosi da un canto a ben evidenti stilemi jazzistici, dall’altro a coordinate melodiche proprie della musica mediterranea; di qui un felice connubio che occorre però ben interpretare. E su questo terreno si gioca la maestria del trio di base ampiamente dimostrata, ad esempio, nel lungo “Oasi” e in “Apri la finestra” in cui l’intesa tra il chitarrista e i suoi compagni di viaggio è perfetta e l’esecuzione scorre fluida anche senza l’intervento dei due ospiti; in questi due brani si ha tra l’altro modo di apprezzare la sopraffina tecnica del leader che affronta ogni passaggio con estrema disinvoltura, senza alcuna pretesa di stupire con virtuosismi fuori luogo. Dal canto suo Harrell è superlativo in ogni intervento anche se particolarmente trascinante è un  suo duetto con il chitarrista in “Il paradosso”. Dal canto suo Fabrizio Mandolini si fa ammirare soprattutto in “Ghele”.

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Gerardo Iacoucci – “Omaggio a Lennie Tristano”

Gerardo Iacoucci – “Omaggio a Lennie Tristano”

Gerardo Iacoucci – “Omaggio a Lennie Tristano” – Alfa Music AFP CD111

Questo album mi offre l’occasione per un utile chiarimento; alle volte recensiamo i dischi con notevole ritardo rispetto alla loro uscita. Ciò dipende o dal fatto che i CD sono davvero tanti o – come in questo caso – dalla circostanza che sono giunti sul nostro tavolo davvero dopo molto tempo rispetto alla loro comparsa. Di solito in quest’ultima evenienza lasciamo perdere a meno che non si tratti di un album comunque meritevole di essere segnalato. Ecco, questo omaggio di Iacoucci ad uno dei più grandi pianisti della storia del jazz in occasione del trentennale della sua scomoparsa rientra in questa casistica e per più di un motivo. Innanzitutto misurarsi in qualche modo con la musica di questo straordinario personaggio è impresa ardua che non tutti si sentono di affrontare. Gerardo, ottimamente coadiuvato da Stefano Cantarano al contrabbasso, lo ha fatto a modo suo, con originalità, nel senso che non si è limitato ad eseguire musiche di Tristano (solo due le composizioni del Maestro, “Requiem” e “Lennie’s pennies”) ma ha cercato di adattare gli stilemi tristaniani a pezzi originali composti da lui stesso  e in due occasioni da Stefano Cantarano (“Independent lines” e “Lennie’s mood”). In tale contesto particolarmente suggestivi “The light in darkness” e il già citato “Lennie’s mood” in cui si nota la felice vena creativa dei due musicisti. Comunque in tutto l’album aleggia l’ispirazione tristaniana nel senso che si avvertono alcune delle caratteristiche tipiche di Lennie quali l’utilizzo particolare dei bassi, la grande rigorosità del fraseggio, il senso della costruzione, l’essenzialità della stessa.

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Roberto Laneri – “Sentimental Journey”

Roberto Laneri – “Sentimental Journey”

Roberto Laneri – “Sentimental Journey” – Soundfactor – terre sommerse Ts jazzando 009/10  RL001

Sonorita’ old stile anni ’40 (ricordi e base fondante dell’ artista) accostate a tutta la musica con la quale Laneri e’ venuto in contatto e che ha coltivato e studiato nel corso della sua vita di musicista:  in questo ambizioso cd c’e tutto il sapere di questo eclettico strumentista, che sembrerebbe presentarci non tanto il risultato di tanto studio, ma i suoi addendi prima di esserne sommati.  Dunque preparatevi ad ascoltare “Sentimental Journey” cantata dalla vocina sbarazzina di Giuppi Paone su una base di fiati (Laneri e’ polistrumentista) distorta dall’ elettronica, con effetto quasi incubotico anche se dall’ armonizzazione tradizionalissima. Simile alla colonna sonora di un thriller agghiacciante in alcuni momenti, in altri ipnotico:  Laneri suona molto bene didjeridoo e didjeribone sottolineandone la ossessivita’ sonora con riff incalzanti di tastiere elettroniche (vedi Metamorphosis I).  Oppure il suono colto del clarinetto basso su una poco rassicurante melodia di vento che soffia – “Soul Massage” – , e che si tramuta poi invece in un arrangiamento per fiati (senza ritmica, polifonico) quasi “regolamentare” (il quasi e’ d’ obbligo); il quasi e’ d’ obbligo anche nell’ esecuzione “scanzonata” di “Bach Aria” , tra jazz e Bach e stile Bobby Mc Ferrin rivisitato in chiave ironica da Luigi Marino, quasi Bach, quasi jazz, quasi contaminazione musicale ma non proprio:  perche’ il tutto e’, piu’ che novita’ derivante da assimilazione culturale di diversi generi musicali,  “quasi novita’ “ derivante da mescolamento di generi che convivono giustapposti.  Melodie romantiche (“Pienezza di luna”) con eco ad una frazione di secondo, che smuove l’ udito verso un’ inquietante raddoppio (trovata molto accattivante, bisogna dire, presente anche in “Polyphone”); canto armonico (di cui Laneri e’ studioso e praticante) unito al suono affascinante del flauto kontshovka e conseguente ricerca sonora di tipo estatico (“The Landing”); atmosfere oniriche o visionarie dopo trip con acidi (“Dream a Little Dream on me”) che non ci si stupirebbe di ascoltare guardando l’ ennesimo capitolo cinematografico della serie “Saw – L’ enigmista”.

In poche parole, un lavoro che certamente incuriosisce, desta interesse, ma del quale non si trova forse davvero quel senso compiuto a cui spesso la ricerca sonora riesce a tendere, come se tutto questo materiale musicale fosse accumulato in attesa di essere lavorato per diventare un nuovo materiale di ultimissima generazione.  Un cantiere work in progress piu’ che un lavoro finito: o forse un’ opera moderna di cui ancora non esistono parametri interpretativi perche’ troppo rivoluzionaria?  La parola a chi ascoltera’ questo cd, sicuramente interessante e “discutibile” nel senso positivo del termine, cioe’ fonte auspicabile di pareri contrastanti. (Daniela Floris)

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Roberto Laneri, Fabio Sartori – “Escher”

Roberto Laneri, Fabio Sartori – “Escher”

Roberto Laneri, Fabio Sartori – “Escher” – Ts-jazzando008/10

Comincia e finisce con il blues questo cd che e’ certamente innovativo, come impianto e come concetto, ma che gioca con chi ascolta lasciandogli il respiro anche di suggestioni note e non stravolte come nell’ altro lavoro di Laneri recensito in questo stessa newsletter .

Una sorta di viaggio nei suoni, per stessa ammissione dei due artisti, che esplora dei suoni tutti gli aspetti possibili: la morbidezza melodica del sax e del clarino , assecondata dalla morbidezza armonica del pianoforte e dall’ indolenza delle percussioni(“Imaginary Crossroads”); o, quasi in forma di nostalgica reminiscenza, il blues piu’ antico possibile, in cui il pianoforte disegna l’ ostinato che e’ quello che caratterizza proprio il blues tradizionale, per poi sfociare in un breve episodio destrutturante e quasi atonale da musica contemporanea europea, salvo ritornare a quel blues iniziale, “sporcato” pero’ da qualche creativa digressione, anche in forma di “rumore”; o alla dimensione quasi onirica dell’ alternanza dondolante di due accordi solamente, di sapore orientale, in cui l’ atmosfera e’ garantita sia da questa altalenanza armonica, che dagli intervalli aumentati perseguiti da tutti gli strumenti, sia dall’ improvvisazione cullante ma mai ripetitiva del pianoforte; o invece la pungolante – non melodica – non ritmica – “cibernetica” atmosfera di “Wind & Water Dance”, che quando si apre su fraseggi ed accordi di ampio respiro non rinuncia ai suoni birichini e puntuti nel sottofondo; o lo spessore sonoro continuo di “Circular Crossroads” in cui il clarinetto basso disegna uno sfondo scuro su cui i fiati nel registro acuto ricamano digressioni melodiche improvvisate quasi preziose, ricordando visivamente in alcuni tratti dei ghirigori dorati ricamati su una pesante preziosa stoffa nera, fino ad assottigliarsi nel suono affascinante del didjeridoo, che rimane da solo.

E’ un lavoro (a parte i due blues iniziale e finale, registrati in presa diretta) interamente costruito con sovrapposizioni, molto curato, molto interessante e da godersi nel silenzio assoluto senza appigliarsi con la vista e con l’ udito a nessuno spazio o tempo circostante, per tutta l’ ora della sua durata.  Nuovo, esteticamente molto gradevole, rilassante, interessante. (Daniela Floris)

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Manomanouche + Trio Debussy – “Complicity”

Manomanouche + Trio Debussy – “Complicity”

Manomanouche + Trio Debussy – “Complicity” – Blue Serge BLS-017

Disco davvero coraggioso questo “Complicity” dal momento che il produttore ha avuto la bizzarra ma brillante idea di mettere assieme il Manomanouche Quintet (formazione italiana che dal 2001 opera con successo una fusione tra swing, folklore tzigano e melodia di casa nostra) e il Trio Debussy sofisticato ensemble classico (piano, violino, violoncello), vincitore di vari concorsi internazionali. Ad onor del vero non è la prima volta che musicisti di estrazione tanto diversa si incontrano, ma sempre il risultato rimane incerto dal momento che non è facile trovare un comune terreno su cui esprimersi. Questa volta, come avrete già capito, l’intesa è stata trovata e su livelli piuttosto elevati dal momento che ascoltando l’intero CD non un solo passaggio denota staticità o peggio ancora difficoltà d’integrazione, a conferma, se pur ce ne fosse bisogno, che la musica davvero è linguaggio universale… Così i due gruppi si fondono e collaborano per una serie di omaggi ai grandi del passato: da un lato Django Reinhardt e Bill Evans, dall’altro Chopin e Paganini.  E l’omaggio risulta ancor più sentito dal momento che il repertorio si basa tutto su originals scritti dal chitarrista Nunzio Barbieri con l’eccezione di “Interludio Sine Nomine” del fisarmonicista Massimo Pitzianti.

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Stephan Micus – “Bold as Light”

Stephan Micus – “Bold as Light”

Stephan Micus – “Bold as Light” – ECM 2173

Ascoltare la musica di Stephan Micus è come immergersi in un  mondo sonoro “altro”, un mondo fatto di sogni, di fantasie, di memorie antiche eppure così presenti, di suoni che si credevano estinti. Ciò perché questo straordinario musicista concepisce la musica come qualcosa che può nascere esclusivamente dalla pratica strumentale, una pratica e una conoscenza che gli derivano dai numerosi viaggi che almeno per quattro decade egli ha fatto in ogni parte del mondo studiandone la cultura e le tradizioni musicali. Di qui una non comune abilità strumentale  che egli esercita su una miriade di strumenti lontani dal mondo del jazz e provenienti in massima parte da antiche tradizione asiatiche o africane. Ma Stephan – ed è in questo che soprattutto consiste la sua genialità – non si limita a suonare questi strumenti, ci sperimenta su, li usa in modo diverso estraendone sonorità affatto nuove. In questo album, che è il suo diciannovesimo e il primo dopo “Snow” del 2008,  gli strumenti principali sono due:  il “raj nplaim” una sorta di  flauto di bambù originario del Laos e appositamente per questo disco sono stati creati molteplici strumenti di questo tipo modificati fino ad avere nove buchi invece dei tradizionali cinque, e il “nohkan” un altro flauto di bambù, questa volta traverso, di origine giapponese adoperato soprattutto nel teatro “Noh”.  Il tutto viene poi perfezionato, in sala di registrazione, grazie al metodo delle sovra incisioni cosicché da solo riesce a presentarci un album di grande suggestione. Straordinaria la varietà delle tante voci maschili, tutte, ovviamente, cantate da Micus.  Fin dai primi due brani – “Rain” e “Spring dance” – Micus disegna le atmosfere che si respireranno durante tutto l’ascolto dell’album, con quelle strutture magicamente polifoniche dall’andamento spesso incantatorio. Particolarmente coinvolgente anche “The Child” dove Micus adopera la “sinding” un’arpa proveniente dall’Africa occidentale con cinque corde di cotone.

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O.I.D. Orchestra In-Stabile Dis/Accordo – “Live at Mikalsa vol.1”

O.I.D. Orchestra In-Stabile Dis/Accordo – “Live at Mikalsa vol.1”

O.I.D. Orchestra In-Stabile Dis/Accordo – “Live at Mikalsa vol.1” – Fitzcarraldo Records FITZ 101

Arriva da Palermo questa nuova esperienza musicale prodotta dalla Fitzcarraldo Records: si tratta di una big band piuttosto atipica registrata live all’interno del bar Mikalsa della città siciliana. L’O.I.D. nasce nel 2006, grazie alle jam-sessions che si svolgono al Mikalsa, per iniziativa soprattutto del bassista Luca Lo Bianco, del chitarrista Francesco Guaiana e di Lorenzo Quattrocchi e, in due anni di attività, ha raccolto circa una cinquantina di musicisti di nazionalità diversa. Si tratta quindi di una compagine ad organico variabile; attualmente consta di quindici elementi e si ispira ai metodi contemporanei di improvvisazione collettiva creata, almeno in quest’album, attraverso “conduction” guidate da Lo Bianco, da Guaiana e dal contrabbassista Marko Bonarius. Quel che colpisce all’ascolto del CD è la varietà dei linguaggi adoperata dall’orchestra che sa creare atmosfere musicali davvero al di fuori di qualsivoglia confine spaziale, temporale o stilistico.  Ogni singolo musicista ha la possibilità di esprimersi secondo il proprio back ground… spetterà poi al conduttore di turno ricondurre il tutto ad unità, cosa che il più delle volte riesce dando al tutto una coerenza di fondo non facile date le premesse . . Si passa così dai ritmi funky di “Fiati sul collo” e “Milza party” ad una certa evocazione dello stile jungle di ellingtoniana memoria (“It’s a jungle sometimes”), dalle improvvisazioni sul recitativo di Davide Enia (“Il vitello prodigo”) alle iterazioni dal vago sapore free di “Treo”, dai   suoni orientaleggianti di “Sunrise in Japan” al bolero di “Melodic segnature on Mikalsa DIS/accordo”… fino al commovente “Sandro Pizzo” dedicato a Giovanni Falcone ancora con testi e voce di Davide Enia. L’album comprende un video di circa tre minuti di Marta Tagliavia dedicato ai singoli componenti l’orchestra.

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Michel Portal – “Turbulence”

Michel Portal – “Turbulence”

Michel Portal – “Turbulence” – Le Chant du Monde 274 1874

Semplicemente magnifico : non trovo altro termine per definire questo album di Michel Portal che contiene registrazioni effettuate nel 1987. Il polistrumentista francese suona con vari organici avvalendosi della collaborazione di una fitta schiera di grandi artisti quali, tanto per citare qualche nome, i batteristi André Ceccarelli e Daniel Humair, il percussionista Mino Cinelu già con Miles Davis ad esempio in “Amandla”, il bassista Jean-François Jenny-Clark, il fisarmonicista Richard Galliano, il chitarrista Claude Barthélemy… Il tutto a costituire un mosaico dalle tinte meravigliose i cui tasselli si amalgamano alla perfezione. In effetti, in questo album, Portal da vita a tutta una serie di situazioni musicali estremamente differenziate in ciò tenendo fede ad una sua ben precisa caratteristica: la costante ricerca di novità mai fine a sé stessa. Se si compara diversi album del musicista francese si vedrà che gli stessi poco o nulla si somigliano dal momento che Michel ama sempre inventare, inventare suoni, forme, strutture all’insegna della massima libertà che gli consente di adoperare con disinvoltura qualsivoglia materiale, sia lo stesso di provenienza classica, jazzistica o folkloristica. Per lui queste etichette non esistono, la musica non conosce barriere e la sintesi che egli fa è un qualcosa di completamente diverso dai vari segmenti che la compongono né può in alcun modo essere avvicinata a certi terrificanti episodi di world-music in sui si mette assieme tutto e di più al solo scopo magari di stupire l’ascoltatore. In Portal c’è la sostanza del grande musicista, la piena consapevolezza di ciò che si fa e soprattutto l’imperativo categorico di rispondere sempre e comunque alla propria ispirazione. Insomma un disco formidabile che non dovrebbe mancare nella vostra discoteca.

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Quartetto Alborada – “Ethos” - Tuk Music   8034135080110

Quartetto Alborada – “Ethos” - Tuk Music 8034135080110

Quartetto Alborada – “Ethos” – Tuk Music   8034135080110

E’ bello andare a ritroso per descrivere questo cd affascinante e senza tempo, rivolgendo l’ attenzione all’ ultimo brano, l’ “Ave Maria” tradizionale sarda, che incanta per l’ armonia con cui racchiude musica colta, popolare e jazz, in una atmosfera sospesa e intensa, carezzata dalla tromba di Fresu, cantata con la voce piena di Elena Ledda , arrangiata con gli accordi jazzistici da ballad del pianoforte di Diederik Wissels (autore anche di molti degli arrangiamenti) , e con un sottofondo morbido e dalle dinamiche struggenti del quartetto Alborada.  Bisogna ascoltarlo piu’ volte questo brano per capirne la raffinatezza dell’ impianto armonico, che lascia alcuni agganci fondamentali al brano originale ma che vola in zone inaspettate e a volte sospese.

Certo questo non e’ un disco facile da inserire nel genere “Jazz”, ammesso che agli artisti che ci lavorano interessi una qualsivoglia etichetta.  La musica e’ musica, e parla linguaggi percepibili in mille modi a seconda di chi l’ ascolta.  E’ semplicemente un disco incantevole per morbidezza, per ricchezza di spunti, per profondita’ sonora ed accuratezza, si potrebbe dire semplicemente per bellezza, una bellezza non certo manieristica.  Il quartetto Alborada  porta con se quella delicata e allo stesso tempo forte sapienza della musica classica, della musica da camera, che ha in se la perfezione dei fraseggi, delle dinamiche, l’ espressivita’ che si studia con amore e disciplina ferrei; e poi ci sono gli ospiti, i solisti,che intrecciano con questi quattro strepitosi musicisti le loro note dialogando a livelli espressivi notevolissimi.  Basti ascoltare l’ “Andante dal concerto per armonica” di Villa Lobos, in cui l’ armonica cromatica di Giorgio Adamo strappa il cuore da quanto e’ struggente e allo stesso tempo energica, anche nei pianissimo; o la voce intensa ed impercettibilmente (e volutamente)  quasi scomposta di una De Vito  appassionata e drammaticamente quasi  rassegnata di “Gitanes”; o il bandoneon senza luogo e tempo di Daniele Di Bonaventura che e’ tutt’ altro che colorato sottofondo, ma piuttosto disegna scenari fondamentali per l’ atmosfera dei brani (“Canto”); o ancora il pianoforte e la voce gentili di Rita Marcotulli , onirici e fiabeschi, come il suo arrangiamento.  O l’ intervento elegante ed accennato di Cristian Orsini,  con i suoi effetti in “Quartetto n. 2 – tempo II” di Nyman.

Se abbiamo iniziato con l’ “Ave Maria”, mirabile sintesi di mondi sonori, e’ bello terminare questo articolo con “Veronica” , di Sonia Peana, in cui il quartetto dipinge una atmosfera malinconica quasi  settecentesca veramente emozionante, eseguita con una cura da Maestri di musica. (Daniela Floris)

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Christian Ravaglioli – “Una frase, un rigo appena”

Christian Ravaglioli – “Una frase, un rigo appena”

Christian Ravaglioli – “Una frase, un rigo appena” – pus(H)in – PH 1003.2

Polistrumentista di sicuro interesse, il ravennate Christian Ravaglioli evidenzia in questo album tutte le sue notevoli doti di compositore, arrangiatore ed esecutore. Abituato da sempre a frequentare territori di confine, “Una frase un rigo appena” si caratterizza proprio per l’indefinibilità della musica, una musica che appartiene ad universi sonori diversi e riconducibili ad unità solo grazie alla maestria innanzitutto del laeder e poi dei vari musicisti che l’accompagnano. In effetti, oltre a suonare egli stesso una varietà di strumenti (dal corno inglese, al piano… all’oboe) nei nove brani del CD ascoltiamo ben nove organici diversi in cui ascoltiamo strumenti non proprio facenti parte della tradizione jazz quali il corno inglese, il theremin (un antico strumento elettronico inventato ne 1919), il duduk (una sorta di flauto di derivazione armena), l’oboe e il fagotto; inoltre anche nei tre brani in cui Ravaglioli si esibisce da solo lo fa suonando strumenti diversi: il piano preparato ed effetti elettronici in “Escodaunmito”, l’oboe, il corno inglese ed effetti sonori in “Verso il segno” e il pianoforte nel pezzo di chiusura “Stone of heart”. Per il resto il leader si esibisce in duo , in trio, in quartetto e in settetto contribuendo così, in maniera decisiva, a quella indefinibilità cui si faceva cenno. Tra i brani particolarmente interessanti “Cammino” impreziosito da violino, viola e cello suonati i primi due da Barbara Savioli e il terzo da Elisa Segurini e “The last wood child” in duo con Ravaglioli al piano e Marco La Manna al fagotto.

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Luigi Ruberti – “Dedicated to Bill Evans”

Luigi Ruberti – “Dedicated to Bill Evans”

Luigi Ruberti – “Dedicated to Bill Evans” – Splasc(H) CDH 1549.2

Normalmente a dedicare un album a Bill Evans sono i pianisti; questa volta è invece un contrabbassista… e a ben vedere la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga presente quale e quanta sia stata l’importanza data da Evans al contrabbasso. Non a caso nel suo storico trio hanno militato alcuni tra i migliori bassisti che la storia del jazz possa vantare, vale a dire Scott LaFaro (la cui perdita fu a lungo pianta dal pianista), Eddie Gomez e Mark Johnson. Adesso Luigi Ruberti, contrabbassista napoletano al suo terzo album (dopo “Mosaico” del 2004 e “Sud a Levante” del 2007) prende il coraggio a due mani e decide di incidere un intero album di composizioni – nove – firmate dal grande pianista e quindi legate alla sua poetica. E lo fa chiedendo la collaborazione di altri eccellenti musicisti quali il trombettista e flicornista Gianfranco Campagnoli, il pianista Mimmo Napolitano, il batterista Giuseppe La Pusata e soprattutto il vibrafonista americano Mark Sherman presente in sei brani. Il risultato bisogna considerarlo prescindendo dall’originale: in effetti qualsivoglia rielaborazione della musica “evasiana” sbiadisce se la si paragona con le splendide registrazioni effettuate dal pianista; se, invece, si prescinde dalle stesse allora questo album assume una sua precisa dignità dovuta soprattutto all’atmosfera di fondo che il contrabbassista ha saputo instaurare, un’atmosfera sicuramente fedele alle esigenze interpretative di Evans. In effetti Ruberti, di solida preparazione classica, ha saputo integrare perfettamente il proprio linguaggio con quello dell’illustre ospite americano (vincitore nel 2007, 2008 e 2009 del Rising Vibesin indetto da Downbeat e collaboratore di Joe Lovano e di Winton Marsalis) arrangiando con equilibrio tutti e nove i brani presenti nel CD.

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Sabor de Gracia – Sabor pa’ rato”

Sabor de Gracia – Sabor pa’ rato”

Sabor de Gracia – Sabor pa’ rato” – world village WV498037

Il gruppo “Sabor de Gracia” si pone sulla stessa linea stilistica di altre formazioni quali, ad esempio, i “Tekameli”, vale a dire una riproposizione in forme moderne ed originali di un genere nato a Barcellona a metà degli anni cinquanta, la cosiddetta Rumba Catalana. Questa musica si crea per la confluenza di due tradizioni musicali molto forti, quella del flamenco e quella afro-cubana. Di qui una sorta di nuovo folklore urbano, assimilato molto presto dai gitani che ci costruiscono un nuovo linguaggio esportandolo dapprima in tutta Europa e poi in tutto il mondo.

Ecco “Sabor de Gracia” è uno degli interpreti più genuini di questa nuova Rumba; nato nel 1994  per iniziativa di musicisti già abbastanza affermati, il gruppo registra il suo primo album nel 1997 dopo di che è tutta una sequela di successi culminata, quest’anno, con la nomination al Premio Goya nella categoria Miglior Canzone Originale grazie a “Podemos Volar Juntos” inserita nel film  “El Patio de mi carcel”. In questo loro quarto album “Sabor de Gracia” mostrano di aver particolarmente interiorizzato le musiche caraibiche, in special modo cubane, cosicché la loro espressività si pone a cavallo tra i Gipsy King, il funk statunitense e la salsa cubana a costituire un ibrido tanto originale quanto coinvolgente. E tale mescolamento di carte lo si nota anche nell’organico dato che la combinazione di chitarra spagnola, basso, fiati, pianoforte e percussioni afro-latine non è certo usuale. Si ascolti, al riguardo, soprattutto “Hambre, basta ya,” , “Nuestra cultura,” “Siéntelo,” “Sinelas Capoeira” e “Gracias corazón”. In altri brani (ad esempio “Despierta”) è soprattutto l’influenza del flamenco a farsi sentire  mentre ovunque si nota l’entusiasmo e la gioia di suonare assieme.

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Giulio Stracciati Trio Boy – “Mares”

Giulio Stracciati Trio Boy – “Mares”

Giulio Stracciati Trio Boy – “Mares” – Drycastle

E’ passato oramai qualche anno da quando – lo ricordo perfettamente – ricevetti un primo album di un chitarrista allora del tutto sconosciuto: Giulio Stracciati. Da allora il musicista ne ha fatto di strada grazie ad un impegno che mai sembra venuto meno. Questo album è un’ulteriore tappa del suo cammino che oramai l’ha portato ai vertici della chitarra jazz italiana. Questa volta si presenta con il suo trio (Franco Fabbrini contrabbasso e Francesco Petreni batteria) impreziosito dalla presenza, come ospite d’onore del sassofonista Stefano “Cocco” Cantini. Il repertorio si basa ancora una volta su composizioni originali (sei di Stracciati e una di Petreni) cui si affiancano “Realx” di Franco Godi, “Yours is the light” di Carlos Santana e “Taste of honey” di Bobby Scott e Ric Marlow. ED è forse in quest’ultimo pezzo che Stracciati da il meglio di sé: alle prese con un pezzo assai conosciuto, il chitarrista lo affronta con personalità e senza snaturarne l’intima essenza riesce a fornirne una interpretazione assolutamente originale e convincente, in ciò perfettamente coadiuvato dall’eccellente sezione ritmica con un Fabbrini in grande spolvero. Sarebbe però ingiusto non ricordare anche il notevole contributo apportato alla riuscita dell’impresa dal sassofonista Stefano “Cocco” Cantini con il suo linguaggio così asciutto e moderno.

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Tenor Legacy – “Tenor Legacy”

Tenor Legacy – “Tenor Legacy”

Tenor Legacy – “Tenor Legacy” – Picanto Records PIC014

Tenor Legacy è un quartetto costituito dai tenoristi Daniele Scannapieco e Max Ionata, dal contrabbassista Reuben Rogers e dal batterista Clarence Penn, quindi un quartetto “piano-less” che rappresenta uno progetto assai interessante. In effetti l’organico è di tutto rispetto, i due sassofonisti sono considerati al top del mondo jazzistico nazionale mente la sezione ritmica è tra le più richieste della scena contemporanea newyorkese: Reuben Rogers  ha collaborato, tra gli altri, con Joshua Redman, , Nicholas Payton, Charles Loyd, Dianne Reeves… mentre Clarence Penn lo si è ascoltato a fianco di Dizzy Gilespie, Dave Douglas, Wynton Marsalis…. Ciò detto risalta abbastanza evidente quale sia il linguaggio del gruppo: un hard-bop di eccellente fattura, ben ancorato alle radici della più genuina tradizione con un repertorio basato quasi unicamente su composizioni originali, cui si affiancano “Wala Wala” di Rogers e il sempre splendido “Chelsea Bridge” di Strayhorn – Wilson. Certo, siamo ben lontani da qualsivoglia sperimentazione, ma per chi ama questo genere il CD costituisce un’occasione di rituffarsi in un passato che nulla ha perso dell’originario fascino… a patto che a resuscitarlo siano musicisti come questi di “Tenor Legacy”.

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Matteo Negrin – “Glocal Sound” - Autoprodotto (PW201001)

Matteo Negrin – “Glocal Sound” - Autoprodotto (PW201001)

Matteo Negrin – “Glocal Sound” – Autoprodotto (PW201001)
“Glocal” nasce dall’ unione di due termini opposti, “Global” e Local” e dunque gia’ il titolo di questo “concept album” e’ gia’ un concetto, di per se, importante: perche’ prevede l’ interazione e l’ integrazione di due realta’ che devono trovare una possibilita’ di convivenza. Ed in effetti questo cd nasce nel quartiere Torinese di San Salvario, in cui convivono – in una realta’ circoscritta del quartiere cittadino uomini e donne di moltissime etnie diverse. “Glocal” e’ proprio concettualmente il cercare un termine che sintetizzi cio’ che apparentemente non e’ sintetizzabile, e Negrin, notevole chitarrista torinese da’ suoni e parole a quella che puo’ essere definita un’ auspicabile intenzione di pacifica e fruttuosa convivenza.
E cosi’ le parole descrivono giochi tradizionali italiani (dallo schiaffo del soldato, alla Palla avvelenata), ma poi siamo davvero sicuri che questi giochi non abbiano i loro corrispondenti in Cina, Marocco, Ucraina, Romania, Peru’? Ma ci sono anche le parole degli abitanti di San Salvario, che parlano nelle loro lingue originarie facendoci viaggiare in tutto il mondo “a chilometri zero”, senza bisogno di spostarsi, come spiega lo stesso Negrin. Un mondo intero in pochi chilometri quadrati, e San Salvario rappresenta anche Piazza Vittorio o l’ Esquilino a Roma, e tutte le citta’ d’ Italia con il loro aspetto Locale e Globale. Simmetricamente, anche i musicisti convivono paritari all’ interno di “Glocal”, persino Negrin (che e’ l’ autore di testi e musiche, e arrangiamenti) non vuole primeggiare con pianoforte (Diego Mingolla, divertente, tecnicamente impeccabile ed eclettico, come e’ giusto essere in questo particolare contesto), violino e violoncello (Monica Tasinato e Paola Perardi, che danno un sapiente tocco “colto – europeo” a contrasto con il multietnico sapore delle voci), fisarmonica (Matteo Castellan, che con il suo strumento sa rappresentare il nostro lato “etnico” – non siamo solo musica colta!), contrabbasso e batteria (Marco Piccirillo e Giuseppe Dimasi, che specialmente in “Lacrime di Giulietta” dolcemente e liricamente sottolineano una speranza, che viene disegnata in un piccolo e poetico video che integra pentagrammi ed immagini di fiori ed alberi in citta’) . Negrin suona la chitarra non per emergere dunque ma per costruire, intrecciare, ricamare un progetto che VUOLE fortemente corale, come corale dovrebbe essere la convivenza tra culture differenti. Una cosa e’ il chiasso, una cosa e’ l’ armonico arrangiamento di voci diverse, che questo “concept album” cosi’ efficacemente rappresenta. (Daniela FLoris)

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