Tempo di lettura stimato: 19 minuti


Rita Pacilio – “Infedele”

Rita Pacilio – “Infedele”

Rita Pacilio – “Infedele” – Splasc(H) CDH 1552.2

Qualcuno di voi si chiederà, forse, come mai lo spazio dedicato alle recensioni discografiche si apre non rispettando il solito ordine alfabetico: la spiegazione è molto semplice. Questo è stato il primo disco giunto in redazione nel 2011 e trattandosi di un album di sicuro interesse ho deciso di segnalarvelo per primo. Dico interessante, dicevo, in quanto la vocalist Rita Pacilio ha scelto una strada tutt’altro che facile, vale a dire fondere poesia e jazz. In effetti mentre come interprete jazz è ai primi passi – almeno dal punto di vista discografico – come poetessa ha invece già dato alle stampe parecchi volumi a partire dal 2003. Non a caso tutti i testi di “Infedele” sono tratti dalle raccolte poetiche “Alle lumache di aprile” (Lietocolle 2010) e “Tra sbarre di tulipani” (Lietocolle 2008). Per dar corpo ad un progetto tanto impegnativo, la Pacilio si è circondata di musicisti a lei cari come il pianista e tastierista Antonello Rapuano, il chitarrista Giovanni Francesca, il batterista Carlo Lomanto, il trombettista Luca Aquino che suona solo nel brano da lui stesso composto (“Sopra le nuvole”) e soprattutto il ben noto sassofonista veneziano Claudio Fasoli che viene definito dalla stessa Pacilio “mio grande maestro e special guest del mio disco”. In effetti Fasoli ha dato un grosso contributo all’ottima riuscita dell’album dal punto di vista sia strumentale (splendidi alcuni suoi interventi) sia compositivo dato che ben sei pezzi sono opera sua. Ma, Fasoli a parte, è tutto l’impianto che funziona bene: i testi della Pacilio sono tutt’altro che banali, arguti musicali e vestirli di note è stata un’impresa sicuramente entusiasmante. Insomma è la prova provata di come se si hanno le carte in regola qualsiasi terreno può essere attraversato con successo, rendendo possibili imprese sulla carta improbabili come quella di coniugare emozioni, pensieri, immagini, armonia, melodia e “parola poetica” come la stessa Pacilio definisce i suoi testi. Come si diceva in apertura, un album fresco, nuovo, davvero interessante, da ascoltare con partecipe attenzione.

torna su

Ars 3 – “Promemoria”

Ars 3 – “Promemoria”

Ars 3 – “Promemoria” – abeat AB JZ 079

Attualmente, nel mondo del jazz italiano, è invalso l’uso e l’abuso del “progetto”: non si sa come rendere interessante un disco, un concerto, una tournée? ecco pronta, dietro l’angolo, la fatidica parolina , “progetto”, e tutto assume una luce diversa. Che poi il progetto sia realmente vissuto è tutt’altra storia che però, il più delle volte, poco interessa. Di qui la mia personalissima avversione per tutto ciò che odori di “progetto” nel senso suddetto; naturalmente ogni regola soffre le sue bravi eccezioni e a questa categoria appartiene l’album “Promemoria” registrato dal trio Ars3 ovvero Mauro Grossi al piano, Attilio Zanchi al contrabbasso e Marco Castiglioni alla batteria, giunto al suo secondo album dopo il notevole “Distanze”.

I tre hanno deciso di dedicare questo lavoro al tema della pace e lo hanno fatto con una umiltà, dedizione, partecipazione davvero encomiabili già a partire dalla copertina che ritrae alcuni bambini guerrieri. Fissato l’obiettivo si trattava di raggiungerlo.. ma come, atteso che la musica, per giunta strumentale, non è semantica. La scelta è caduta su un repertorio fatto di canzoni pacifiste ben note al pubblico, presentate alcune nel quasi totale rispetto dell’originale, altre arrangiate in chiave jazzistica cercando, però, di rimanere il più fedele possibile alle intenzioni dell’autore. Così ascoltiamo in rapida successione pezzi di Bob Dylan, Boris Vian, Pete Seeger nonché celebri canzoni made in Italy quali “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, “Poca voglia di fare il soldato” (splendido l’assolo di Attilio Zanchi), “Un mondo d’amore”… Per condurre felicemente in porto l’operazione, certo non facile, i tre hanno chiamato due splendidi vocalist quali Gianmaria Testa che interpreta in modo assai pertinente il celebre canto della grande guerra “Monte Canino” e il già citato “Poca voglia di fare il soldato” di Ivano Fossati, e la splendida Sheila Jordan superlativa in “Peace” di Horace Silver. Assai pertinente l’inserimento di documenti sonori d’epoca originali come le voci di M.L King, di John Kennedy, di Joan Baez ed altre. Dal punto di vista squisitamente musicale l’album si fa apprezzare per la squisita sensibilità dei tre musicisti che interpretano ogni brano con il giusto mood, evidenziando le complesse personalità di Grossi, Zanchi e Castiglione che sicuramente meriterebbero di raccogliere molto più di quanto abbiano finora fatto. Un’ultima considerazione: l’atmosfera generale è quella di una malcelata malinconia, che alle volte trasborda in vere a propria amarezza…e non potrebbe essere altrimenti dato che molti sogni degli anni ’70 sono andati miseramente in fumo.

torna su

Paul Bley – “Annette”

Paul Bley – “Annette”

Paul Bley – “Annette” – hat Ology 674

Straordinario album che venne registrato nell’aprile del 1992 e che ora rivede la luce per la gioia degli ascoltatori. La formazione è inusuale: Paul Bley al piano, Franz Koglmann alla tromba e flicorno, Gary Peacock al contrabbasso; il repertorio dodici brani composti da Annette Peacock alla quale, per l’appunto, è dedicato il CD.

Indubbiamente si è trattato di una bella sfida per il pianista: in effetti se è vero che molte sono le affinità stilistiche tra Paul Bley e Annette Peaocock, è altrettanto vero che la musica della pianista-vocalist si caratterizza anche per le liriche che nello svolgimento della sua azione musicale hanno un posto di assoluto rilievo. Così interpretare le musiche di Annette facendo a meno delle parole non è impresa del tutto semplice.

Ciononostante Pauyl Bley è riuscito perfettamente nell’impresa rendendo al meglio le altrui composizioni: il suo pianismo sempre così essenziale, molto legato all’improvvisazione, a tratti minimalista si sposa meravigliosamente con le musiche della Peacock, frutto di un’intesa di fondo che tra i due è sempre esistita e molta della musica che troviamo nell’album è stata composta e registratta proorio nel periodo in cui non a caso sono stati marito e moglie per un certo periodo)

The slashing experimentalism of that music was, however, almost certainly an invention of Bley’s as much as it was Peacock’s. They were husband and wife during the time most of this music was composed and recorded, though they were not even remotely connected when this album was made in 1992. So Bley ‘s remarkable intimacy in interpreting these songs instrumentally is astounding, notwithstanding his being ably abetted by another of Peacock’s ex-husbands, bassist, Gary Peacock, who

brings his robust melodism to this date as well. To complete the trio, which surreptitiously inhabit Peacock’s bitter oeuvre is Franz Koglmann, credited with originating the idea before he took some charts to Bley, who was in the unique position of making, just five months prior to this album, another record featuring the music of his another significant ex-other,Carla Bley, on Plays Carla, (SteepleChase, 1992).

Deeply influenced by the early psychedelic era as well as elements of the Way of Zen, Annette Peacock composed works that were characterized as much by hypnotic whorls as by the use of silence and harmonic space between phrases and lines. Right from the early mid-sixties, when Peacock joined Albert Ayler, her earliest work was marked by an invention all her own, an idiom that she called “free-form song.” One of these is the miraculously beautiful, “Albert’s Love Theme,” which she composed to mark her devoted friendship with the great saxophonist. Her songs were designed for sound and silence, a sonic architecture that she continues to work with to this day, as even her most recent work shows.

Bley remains true to Peacock’s stylistic idiosyncrasies throughout this album. His heart-wrenching performances of “Touching” and “Blood” cast Peacock as a musical doppelganger of author Sylvia Plath. Peacock’s originals possess stripped down emotions that bare her soul, and Bley’s versions emanate directly from his artistic soul. His astounding work is matched, note-for-note by the ingenious soul-searching minimalism of Peacock’s sinewy pizzicato playing, as well as the lonesome, electrifying beauty of Koglmann’s trumpet and flugelhorn, capturing Peacock’s sensibilities ever so accurately, especially on Miracles.” Small wonder this album remains as fresh 18 years on as it was when it was originally released.

torna su

Luigi Campoccia – “On the way to Damascus”

Luigi Campoccia – “On the way to Damascus”

Luigi Campoccia – “On the way to Damascus” – Dodicilune Dischi Ed275

Luigi Campoccia (piano e tastiere), Paolo Corsi (batteria e percussioni), Rossano Gasperini (contrabbasso), Daniele Malvisi (sax tenore e soprano), Aziz Senol Filz (ney, una sorta di flauto molto antico), Onder Focan (chitarra) sono i protagonisti di questo interessante album. E già dalla lettura di questi nomi vi sarete resi conto della specialità del progetto: in effetti,, accanto all’italico italiano, figurano gli ultimi due musicisti che italiani non sono provenendo dalla vicina Turchia. E l’album, come sottolinea acutamente il titolo, è proprio una sorta di ponte tra l’Italia e la Turchia, un incontro musicale sull’onda del jazz che lungi dal negare le rispettive tradizioni dei due Paesi, ne evidenzia i punti in comune, l’appartenere ambedue a quella vastissima cultura nata e cresciuta sulle sponde del Mediterraneo. Di qui una musica sicuramente ricercata, studiata ma che mai sfiora il manierismo, una musica intelligente che si fa ammirare anche per il modo in cui all’interno del CD riesce ad inserire con estrema naturalezza, accanto alle sette composizioni firmate dallo stesso Campoccia, due celebri brani della tradizione musicale turca. Ed è forse in questi pezzi, “Cici Kiz” e “Kacsam Birakip” (quest’ultimo caratterizzato da uno splendido duetto piano-flauto di canna), che il gruppo riesce a raggiungere i risultati migliori dal momento che Campoccia e compagni sono riusciti a cogliere in modo straordinario l’essenza della musica dando così la possibilità ai due ospiti turchi di esprimersi al meglio, senza alcun timore di non essere capiti nello svolgimento del loro discorso. Ma al di là di questi due perle, è tutto l’album che si ascolta con grande interesse, dalla suggestiva apertura che da il titolo all’intero album, al trascinante tango “Over the carpet” fino al conclusivo “Belly Dance” in un’alternanza di atmosfere che la dice lunga sulla sagacia artistica di Campoccia e compagni.

torna su

François Couturier – “Un jour si blanc”

François Couturier – “Un jour si blanc”

François Couturier – “Un jour si blanc” – ECM 2103

Questo è il primo album per piano solo del pianista francese che abbiamo avuto modo di ascoltare in altri CD ECM quali “Khomsa” con leader il suonatore di oud tunisino Anouar Brahem o “Poros” del violinista Dominique Pifarely, del 1997. Qui il discorso è ovviamente molto, molto diverso; l’album, come spiega lo stesso pianista nel libretto del CD, è un secondo omaggio al regista russo Andrei Tarkovski (dopo “Nostalghia – Song for Tarkovsky” del 2005) attraverso un poema scritto dal padre, Arseni Tarkovski, che si chiamava per l’appunto “White Day” e che Andrei aveva scelto dapprima come titolo del suo film “Le miroir”. Couturier definisce l’album una sorta di passeggiata calma dall’alba al tramonto in un mondo ideale dove , per dirla con Baudelaire, “i profumi , i colori e i suoni corrispondono”.Ma come tradurre in musica queste parole? L’artista ha scelto una via certo non facile: diciassette composizioni di durata variabile da poco più di un minuto a circa sei minuti in cui il pianista evidenzia appieno tutte le sue potenzialità. Musicista completo, dotato di una non superficiale conoscenza della letteratura pianistica senza barriera alcuna, di una grande preparazione tecnica e di una felice vena compositiva e improvvisativa, François da vita ad una performance del tutto convincente. Sia che suoni seguendo una ben precisa traccia, sia che improvvisi completamente, il suo pianismo è sempre lucido, coerente, fluido, perfettamente in linea con le esigenze espressive del compositore-esecutore. Di conseguenza, anche se il terreno preferito dall’artista è quello dell’improvvisazione, tuttavia l’ancoraggio a stilemi jazzistici è piuttosto forte, anche se ovviamente si tratta di una concezione del jazz che farà storcere il naso a molti ascoltatori: si ascolti al riguardo “L’intemporel” (omaggio a J. S. Bach) in cui il barocco viene rivissuto alla luce di una squisita moderna sensibilità che l’accomuna ad altri pianisti di oggi quali, tanto per citare qualche nome, Keith Jarrett e GonzaloRubalcaba, e “Voyage d’hiver” caratterizzato da una bella ed ampia linea melodica.

torna su

Mariano Di Nunzio – “Sonata a 3+2”

Mariano Di Nunzio – “Sonata a 3+2”

Mariano Di Nunzio – “Sonata a 3+2” – Dodicilune Dischi Ed274

“Grazie a Oscar Wilde e alle sue poesie che hanno ispirato questo disco” è la frase con cui il leader dedica questa sua fatica discografica al grande poeta; altro discorso è cercare poi di capire in che modo Wilde abbia influenzato il trombettista napoletano. Enigma che lasciamo volentieri ad altri per concentrarci sulla musica e rilevare innanzitutto come si tratti di un disco ben equilibrato, strutturato in cui la felice penna di Di Nunzio, autore di tutti i brani, abbia saputo lasciare spazio ad ogni solista per esprimere appieno le proprie potenzialità, ben dosando parti improvvisate e musica scritta. In effetti Di Nunzio, accanto all’abituale Trio Barracina con Massimo De Stephanis al contrabbasso e Daniele Fusi alla batteria, ha chiamato accanto a sé due ospiti di grosso livello quali Sandro Marra al sax alto e clarinetto e Andrea Rellini al cello, ospiti che sono risultati fondamentali per la bella riuscita dell’album. In quest’ambito particolarmente apprezzabile l’Adagio della durata di oltre 15 minuti; il peso maggiore dell’esecuzione ricade questa volta sulle robuste spalle del violoncellista Andrea Rellini che si dimostra in grado di dialogare perfettamente con batteria e contrabbasso e nello stesso tempo di rispondere quasi con lo stesso impatto agli interventi dei fiati mentre la sottile e suadente linea melodica accompagna quasi sottotraccia l’intera esecuzione del brano. Particolarmente riuscito anche il “Finale con brio” caratterizzato da una prima parte di sapore latineggiante ed un’ultima parte più intimista grazie anche alla tromba sordinata.

torna su

Simone Guiducci – “Django new directions”

Simone Guiducci – “Django new directions”

Simone Guiducci – “Django new directions” – TRJ 2010 – 0028

L’obiettivo dell’album è reso palese dallo stesso Simone nelle brevi note di copertina: “in questo “Django New Directions” che viene e a coincidere con il Centennale della nascita di Django, la mia intenzione è mettere sul piedistallo non tanto la sua prodigiosa tecnica chitarristica, già omaggiata da tanti artisti straordinari, ma piuttosto il suo geniale talento compositivo”. Di qui la scelta di un repertorio non proprio battuto, con la presentazione di brani quali, ad esempio, “Vamp” o “Rythe future” che non si ascoltano tanto spesso. Il fatto è che ,ben a ragione, Simone non ha voluto riproporre la musica di Django secondo stilemi usati e abusati, ma introitarne le direttrici fondamentali per riproporla in una veste diversa pur salvaguardandone l’integrità. Insomma si è trattato di un’operazione assai rischiosa ché quando si affronta il patrimonio dei “mostri sacri” ogni piccolo scostamento può essere vissuto, dai puristi, come una sorta di tradimento. Ecco speriamo che la stessa cosa con accada con questo album che viceversa andrebbe premiato anche per la chiave di lettura che ha voluto applicare alla musica di Django. Naturalmente per un obiettivo così ambizioso, Simone ha dovuto scegliere partners particolarmente adatti e così la scelta è caduta, per quanto riguarda la sezione ritmica, su due artisti quali Gallo e De Rossi che si sono forgiati nell’ambito del ‘Gallo Rojo’, mentre l’intesa tra Guiducci e Achille Succi è stata ben rodata dai tanti anni di collaborazione all’interno del “Gramelot Ensemble”. La formazione veniva completata dal violinista Emanuele Parrini a richiamare (si badi bene non imitare) la voce di Stephane Grappelli mentre Mauro Ottolini rappresenta uno dei migliori specialisti di tuba che calchino le scene internazionali. Insomma un gruppo eccellente alle prese con una musica senza tempo. Risultato: un album da ascoltare con interesse curiosità dal primo all’ultimo minuto.

torna su

Manu Katché – “Third round”

Manu Katché – “Third round”

Manu Katché – “Third round” – ECM 2156

Disco assolutamente strano questa della ECM… ma una tantum strano non ha una connotazione negativa in quanto si riferisce più all’organico che al risultato finale. In effetti vedendo uno accanto all’altro i nomi del sassofonista norvegese Tore Brunborg e del percussionista Manu Katché c’era da chiedersi come avrebbero fatto i due a conciliare le rispettive poetiche e soprattutto se ci sarebbe stata una prevalenza dell’uno sull’altro. A conti fatti la risposta è piuttosto facile nel senso che la coabitazione è riuscita perfettamente grazie al fatto che Katché sembra aver scritto composizioni adatte proprio alle esigenze espressive del sassofonista. Di qui una musica tutta giocata su atmosfere soffuse, sognanti, tempi medio lenti e largo spazio ad ampie e suadenti melodie. Il tutto eseguito alla grande da un gruppo che oltre ai già citati artisti comprende l’inglese Jason Rebello al pianoforte e al Fender Rhodes, Pino Palladino al , il chitarrista Victor Young presente in tre brani e Kami Lyle in veste di cantante in un brano e come trombettista in altri due pezzi. Ovviamente il ruolo di primo piano spetta al batterista e al sassofonista; il drummer franco – ivoriano, già al fianco di Sting, Peter Gabriel, Jan Garbarek, Joni Mitchel, Dire Straits, Pink Floyd, King Crimson, ha dato ancora una volta prova di grande versatilità e maturità con un drumming sempre preciso, pertinente, mai soverchiante; dal canto suo Tore Brunborg, già sentito con artisti del calibro di collaborato con Lars Danielson, Billy Cobham, Bugge Wesseltoft, ha evidenziato uno stile oramai maturo le cui coordinate stilistiche si muovono sulla ricerca del suono e sul perfetto controllo dello strumento senza alcunché togliere all’espressività dello stesso. Insomma un disco perfettamente godibile anche se forse non proprio emozionante.

torna su

Sinikka Langeland – “Maria’s song”

Sinikka Langeland – “Maria’s song”

Sinikka Langeland – “Maria’s song” – ECM 2127

Per favore, risparmiatevi la solita obiezione: ma questo non è jazz! Certo che non lo è ma, come spesso accade da queste parti, ve lo segnalo egualmente perché lo considero un album degno di attenzione. Sinikka Langeland, cantante norvegese nonché grande specialista di kantele (lo strumento tradizionale finlandese), si è fatta conoscere anche negli ambienti del jazz più radicale per i suoi tentativi di riattualizzare la musica folk portandola in contesti assai più moderni. Esemplare, al riguardo, l’album d’esordio con la ECM vale a dire quel “Starflowers” del 2006 che tanti riconoscimenti ottenne sia dal pubblico sia dalla critica: la voce e soprattutto le capacità improvvisative e interpretative della cantante sembrarono assolutamente straordinarie. Stessa sensazione si ha ascoltando questo secondo album registrato nella splendida Nidaros Cathedral di Trondheim, famosa per il suo organo barocco che si ascolta nel disco; in compagnia di due grandi personalità della musica colta come, per l’appunto, l’organista Kåre Nordstoga e lo specialista della “viola nordica” Lars Anders Tomter, Sinikka stupisce ancora chi la ascolta: la sua voce è, infatti, allo stesso tempo ancestrale e modernissima come a voler racchiudere l’intima essenza della voce umana. Il tutto alle prese con un repertorio assai difficile, richiamato già nel titolo stesso del CD. In effetti l’album è interamente dedicato ai canti Mariani, così importanti nell’ambito della musica folk norvegese tanto da essere stati studiati e tramandati ai posteri da studiosi dell’ottocento quali Ludvig Mathias Lindeman, Olea Crøeger e Magnus Brostrup Landstad; ebbene Sinikka ripropone queste gemme in un diverso contesto in cui le melodie folk si intrecciano strettamente con le invenzioni senza tempo di J. S. Bach. Di qui una musica dal fascino straordinario che ci fa rivivere emozioni inspiegabili.

torna su

Roberto Marino – “Trasparenze”

Roberto Marino – “Trasparenze”

Roberto Marino – “Trasparenze” – Dodicilune Dischi Ed272

Bella prova del musicista salernitano Roberto Marino che si presenta al pubblico degli appassionati nella duplice veste di esecutore e compositore. Nell’album in oggetto esegue, infatti, ben dieci sue composizioni che racchiudono il mondo da cui egli trae ispirazione. E non v’è dubbio che questo mondo comprenda da un canto la musica colta da lui “frequentata” con appassionata attenzione, dall’altro il jazz, in un costante equilibrio difficile da raggiungere ma da Marino felicemente conquistato e altrettanto felicemente mantenuto per tutta la durata dell’album. Così i vari brani scorrono fluidi l’uno dopo l’altro regalandoci un pianista dalla profonda ispirazione, dalla tecnica raffinata sempre al servizio dell’idea compositiva e soprattutto un musicista che mai si sofferma sul facile effetto, sulla melodia particolarmente “ruffiana” o su certa ripetitività di moduli minimali oggi tanto di moda. Si ascoltino, ad esempio, il brano d’apertura “Dalla fine” che introduce come meglio non si potrebbe l’atmosfera generale dell’album e “Il finestrino” , forse il brano più intenso e coinvolgente dell’intero album, in cui, contrariamente a quanto scritto nell’album Marino non suona da solo essendo accompagnato, per altro in maniera davvero superlativa, dal violoncello di Laura Pierazzuoli.

torna su

Pepe Ragonese, Giovanni Giorgi, Pancho Ragonese – “The Thrust Little Wonder”

Pepe Ragonese, Giovanni Giorgi, Pancho Ragonese – “The Thrust Little Wonder”

Pepe Ragonese, Giovanni Giorgi, Pancho Ragonese – “The Thrust Little Wonder” – My Favorite Records 8034135080103

E’ un lavoro gradevole, raffinato per arrangiamenti e sonorita’ questo “Little Wonder” che comprende suggestioni variegate tra jazz, musica d’ atmosfera nel senso migliore del termine, evocativa, a tratti rilassante, delicata ma senza rimanere in superficie come accade quando il fine e’ solo quello estetico e funzionale al mero raggiungimento del “relax sensoriale” di chi ascolta.

I volumi sono volutamente misurati, ma questo non incide affatto su un notevole estro compositivo dei musicisti (vedi la batteria di Giorgi che pur rispettando la delicatezza della tromba di Pepe Ragonese non rinuncia mai alla creativita’ e ad una certa melodicita’ delle sue linee ritmiche, come in “Little Wonder”); e l’ apporto dei sintetizzatori crea di volta in volta un quasi benefico clima di sospensione (“Aspettando Isa”) o un’ andamento quasi “lounge” senza pero’ che esso dilaghi connotando troppo il pezzo, se non altro per il piacevole e proficuo contrasto tra elettronica ed acustica: in “Che Gira” ad esempio, e’ apprezzabilissima la fantasia dell’ arrangiamento, in cui la batteria bilancia appunto il sapore “lounge” con un andamento percussivo quasi “afro”, nel quale e’ certamente elegante e misurata ma anche molto incalzante. Pancho Ragonese al piano e al rhodes non rinuncia ne’ ad armonizzare creativamente ne’ a sciogliersi in soli fluidi che trovano spunti ( e ne regalano, all’ inverso) nella linee della batteria e del basso elettrico.

Un cd piacevole, da ascoltare piu’ volte perche’ ad ogni ascolto si svelano molti particolari che rivelano una notevole complessita’ sonora che, per la sua immediata rilassante e godibilita’ , non viene percepita nella sua raffinata interezza. (Daniela Floris)

torna su

Radici Ensemble – “Radici”

Radici Ensemble – “Radici”

Radici Ensemble – “Radici” – Dodicilune Dischi Ed273

Ecco un album che per quanto abbiamo ascoltato con attenzione non è riuscito a convincermi. E lo dico con sincero dispiacere in quanto, all’inizio di quest’anno, voglio fare un altro “outing”: non mi piace parlare male dei musicisti e delle loro produzioni. Questo perché avendo studiato musica e frequentato per un certo lasso di tempo pianoforte e sax tenore so bene quanto sia difficile suonare e comporre. Di qui un’ammirazione a priori per quanti riescono comunque a stare su un palco e a produrre degli album. Ovviamente il tutto viene poi filtrato dalla necessità di esprimere comunque delle valutazioni che andranno ad influenzare il potenziale acquirente dell’album per cui si impone una dose massiccia di onestà intellettuale. Scusate questa divagazione del tutto personale e veniamo all’album in oggetto. Il proposito dei musicisti è abbastanza chiaro: esplorare quei territori di nessuno che stanno al confine tra la musica popolare e quella contemporanea. In particolare per questa loro prima fatica discografica il quartetto (voce femminile, clarinetto , chitarra e percussioni) ha registrato undici tracce che prendono forma da sei canti popolari ognuno costituendo una radice da cui – si spiega nelle note che accompagnano il CD – nasce e si sviluppa il flusso musicale. Ecco, forse l’intrinseca debolezza dell’album sta proprio in questo procedimento nel senso che l’album soffre di una eccessiva omogeneità che non agevola l’attenzione.

torna su

Dino Saluzzi – “El Encuentro”

Dino Saluzzi – “El Encuentro”

Dino Saluzzi – “El Encuentro” – ECM 2155

Opera di largo respiro questo “El Encuentro” di Dino Saluzzi registrato dal vivo ad Amsterdam nel febbraio del 2009; il maestro argentino, autore delle musiche, nonché solista egli stesso al bandoneon, suona con Anja Lechner al violoncello, Felix Saluzzi al sax tenore e The Metropole Orchestra guidata da Jules Buckley, una formazione particolarmente prestigiosa ed importante nel panorama musicale olandese avendo accompagnato, dal lontano 1945 anno della sua fondazione, artisti di diversa estrazione come Ella Fitzgerald, Dizzy Gillespie, Pat Metheny, Philip Glass, Maria Schneider, Egberto Gismonti, Mikis Teodorakis.

Questo nuovo lavoro si svolge lungo binari formalmente classici: sinfonia concertante in quattro movimenti, “Vals de los dias”, “Plegaria Andina”, “El Encuentro”, “Miserere”; ho parlato di binari formalmente classici in quanto nella musica c’è molto altro: ovvii i riferimenti alla musica colta, accanto a cui ci sono evidenti richiami alla musica folk già ampiamente frequentata da Saluzzi, per non parlare della sempiterna lezione di Piazzolla che della sintesi tra diverse espressioni musicali ha fatto il suo credo. Un’opera, quindi, affascinante: attimo dopo attimo ti fa scoprire nuove possibilità dell’incredibile tavolozza espressiva a disposizione del maestro argentino che si serve con grande discrezione anche della grande orchestra chiamata, per altro, ad un’opera di non facile decifrazione.

torna su

Gaetano Valli – “Suoni & Luoghi”

Gaetano Valli – “Suoni & Luoghi”

Gaetano Valli – “Suoni & Luoghi” – artesuono art 095

Questa bella produzione della artesuono presenta un CD ed un DVD il cui protagonista è il chitarrista friulano di origine siciliana Gaetano Valli. Valli ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio in cui la musica, come egli stesso spiega nelle note che accompagnano il CD, è fortemente condizionata dall’ambiente in cui il musicista si trova… nel senso che, scrive Valli, “esistono delle condizioni in cui è possibile astrarsi dalla realtà ma nello stesso tempo inconsapevolmente restarne coinvolti”. Non a caso ogni brano è accompagnato dall’indicazione di località che si riferiscono a viaggi reali o immaginari che hanno ispirato la stessa. Questo spiega la diversa natura dei brani che vanno dal ritmo vagamente tanghero di “Morar” ispirato dalla natura delle campagne friulane, alla espressa solarità di “Trio Bianco” composta davanti alle montagne innevate del Cadore, da “Lin” ispirato in qualche modo dall’India così come descritta da Gregory David Rodgers al brano che chiude l’album, un dolente “Haiti 98” brano di grande suggestione che evidentemente Valli ha sentito fortemente sull’onda dell’emozione suscitata dalla catastrofe che si è abbattuta sul piccolo Stato caraibico, emozione talmente forte che ha convinto il musicista a lanciare un progetto pro Haiti dal significativo titolo “Pane condiviso onlus”. E non possiamo chiudere questa segnalazione senza segnalare che tutti i componenti il quintetto si esprimo su livelli di eccellenza, indipendentemente dai brani che si trovano ad affrontare.

torna su

Wasabi – “Closer”

Wasabi – “Closer”

Wasabi – “Closer” – Via Veneto Jazz VVJ 069

Eccellente anche questo secondo album di Wasabi, un giovane gruppo romano che si muove lungo coordinate moderne ed intelligenti che testimoniano, innanzitutto, una buona originalità ed una buona conoscenza di quanto accaduto nel mondo del jazz durante gli ultimi quarant’anni. In effetti, sempre con un occhio rivolto alla grande tradizione, il gruppo si ispira più decisamente a quei fenomeni che hanno preso piede a partire dagli anni ’80 tendenti a mescolare stilemi jazzistici con influenze provenienti da altri mondi sonori. Procedimento, tutto sommato, oramai comune a molte realtà ma proprio per questo assai rischioso dal momento che si può facilmente cadere nella banalità del già sentito. Pericolo che Wasabi dribbla brillantemente grazie ad una musica ben costruita, melodicamente suadente, armonicamente ricca, ritmicamente quanto mai variegata che cattura l’attenzione dell’ascoltatore… anche perché ad eseguirla sono strumentisti di grande caratura. Così Alessandro Gwis – che abbiamo imparato ad apprezzare negli Aires Tango – è pianista completo in grado di affrontare qualsivoglia situazione con grande nonchalance e soprattutto dotato di grande capacità improvvisative; Lorenzo Feliciati, oltre a contrabbassista di grande precisione si fa ammirare per la sua vena creativa avendo firmato ben sei delle undici composizioni presenti nell’album mentre il drumming di Emanuele Smimmo mai oltrepassa i limiti di un accompagnamento pertinente e misurato. In questa occasione i tre hanno poi chiamato un ospite straniero, il trombettista vietnamita Cuong Vu che in effetti da un grosso contributo all’ottima riuscita dell’album. Così i tre brani in cui suona risultano tra i meglio riusciti con una menzione particolare per “Langhe oscure” di Gwis.

torna su

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!

Commenti

commenti