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di Luigi Bozzolan ed Alessandra Bossa

Da Gotheborg (Svezia)  7 febbraio 2011

Per  la stagione concertistica 2010-2011 il jazz club Nefertiti è ospite della prestigiosa Konserthus, sede dell‘Orchestra Sinfonica Svedese. C’è da precisare che l’intero abbonamento ai concerti , per gli studenti costa 600 KR ( Euro 63 ) per 10 concerti, ma quasi ogni sera è possibile aggiudicarsi i “sista minuten” ovvero i biglietti “all’ultimo minuto” ed entrare solo con 20 KR ( 2 euro e mezzo ).

Bobo Stensson Trio , Stefano Bollani Danish Trio , Dave Holland Quintet…questi sono alcuni dei protagonisti della stagione concertistica fino ad ora visti da noi.

Ieri sera è toccato al Duo Lars Danielson –  Leszek Mozdzer, rispettivamente contrabbasso e . Siamo andati al , come si suol dire, a scatola chiusa. Ammettiamo che non conoscevamo né l’ uno né l’altro musicista. Nel gioco degli abbonamenti concertistici comunque si incappa in qualche meno conosciuto o magari meno entusiasmante. L’essere abbonati , per fortuna, porta gli spettatori sempre e comunque ad andare e vedere…

Senza troppi giri di parole, possiamo invece scrivere tranquillamente che ci siamo trovati di fronte a due eccellenze di primo ordine.

Leszek Mozdzer, classe 1971 è un polacco , che della tecnica ha fatto un mezzo per esprimersi senza rimandi espliciti ne classici ne di stampo jazzistico.

Suona il pianoforte in modo sbalorditivo, con intelligenza e capacità di creare improvvisazioni raffinate , ora cantabili ora frenetiche e ritmiche, grazie anche ad una eccellente tecnica pianistica.

Mozdzer, si diverte ed ha anche studiato a fondo le risorse dello strumento “preparando” in molti brani il pianoforte con stoffe, sordine e parti metalliche che rapidamente e con precisione inserice durante le improvvisazioni sapendo sempre misurare il gesto sonoro a quello esecutivo. Alla sua sinistra troneggiava una Celeste ( strumento che nella storia del jazz è stato usato molto di rado , si ricorda l’utilizzo che ne ha fatto Monk durante la sessione di registrazione di “Brillant Corners” nell’ esecuzione di “Pannonica”) , che spesso suona all’unisono con il pianoforte a dare supporto sonoro.

Timido, suona quasi di spalle , ma a noi tutti è bastato ascoltarlo e vedere come muoveva le mani sul pianoforte.

Lars Danielson ( classe 1958 ) , sul palco ha un contrabbasso ed un violoncello entrambe collegati ad una pedaliera dove si scorgono , loop station ed effetti di vario genere. Basterebbe solo ascoltare e vedere come Lars imbraccia il violoncello per capire che anche in questo caso siamo davanti ad un musicista raro per quanto riguarda tecnica, fraseggio gusto e padtonanza dello strumento. Lui , Lars e la mano sinistra di Mozdzer spesso lavorano su groove contrappuntistici che esaltano il pubblico.

Poi Lars suona il contrabbasso usando tutta la tastiera dello strumento , la zona oltre il ponticello. Sfrutta gli armonici , l’arco ed un pizzicato perfettamnete intonato anche nei salti piu ardui e lunghi.Di tanto in tanto quando il pezzo lo richiede gioca con gli effetti in maniera discreto senza mai uscire dal contesto musicale assecondando sempre il pianista compagno.

Che musica suonano Leszek Mozdzer e Lars Danielson ?

Non si sa, non lo sa nessuno.

Hanno suonato due set di brani originali molto complessi, ma allo stesso tempo molto facili all’ascolto, ora melodici e cantabili , ora ritmici; comunque sempre arrangiati in modo cerebrale. Un suono di insieme coeso soprattutto sugli unisoni, difficili e bellissimi.

Inutile cercare di riportare qualche titolo , Lars presenta i brani in Svedese e noi siamo ancora troppo inesperti per prendere appunti.

Musica, musica con la M maiuscola perché quando la Musica è cosi bella non importa chiedersi cosa si sta ascoltando; si gode e ci si diverte come bambini.

Forse si possono azzardare delle similitudini con altri musicisti , ed allora dentro alle sonorità del duo possiamo aver ascoltato un po di Esbjorn Svensson trio ( EST Trio ) , Mirolas Vitous, Tomasz Stanko, il tango e la milonga, ma anche i pedali “Hollandiani” e la poesia del fraseggio che era propria di un altro grandissimo pianista Jan Johansson.

L’unico omaggio esplicito al jazz è stato il bis…una funambolica “So Wath” senza assoli modali o rimandi davisiani né tanto meno evansiani, ma solo groove, un bis fast tempo con profumo di funk…pubblico in piedi.

Ma tutto questo importa poco; a fine concerto siamo davvero felici di essere stati sorpresi da due gradi musicisti che hanno portato in scena un lavoro eccellente, originale e comunicativo,  e che magari vorremo vedere in cartellone anche dalle nostre parti Italiane, magari…

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