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John Potter e Ambrose Field

John Potter e Ambrose Field

– 26 febbraio – Auditorium Parco della Musica

Il video della performance di John Potter con Ambrose Field  all’elettronica dovrebbe essere adottato come testo obbligatorio in tutti i talent show che attualmente agitano i palinsesti; certo, visto il punto di partenza, all’inizio i ragazzi lo troveranno noioso, ma se avranno la pazienza di arrivare alla fine, quanto meno avranno la percezione di due o tre cosucce per loro molto importanti, vale a dire: a) che significa cantare intonati e con perfetta padronanza dell’emissione; b) che è sempre possibile riattualizzare qualsivoglia musica purché si abbia la capacità e la professionalità per farlo; c) che ci si può inserire in un contesto assai diverso dal nostro senza perdere alcunché della propria cifra stilistica… insomma se avranno la fortuna di gustare per intero questo ipotetico video, capiranno, al di là di mille parole, cosa vuol dire essere artisti e la differenza che passa tra un e per l’appunto un artista.

Confesso che ero andato all’Auditorium un po’ dubbioso, non avendo avuto la fortuna di ascoltare l’album di Potter, e invece l’esibizione del tenore inglese mi ha conquistato fin dalle primissime note. Era straordinario ascoltare come Potter riuscisse a riproporre la musica di Guillaume Dufay (1397–1474),   nella sua bellezza originaria mentre Field imbastiva con le sue raffinate ed avanzate tecniche digitali un tappeto sonoro che, ad un primo ascolto, risultava poco coerente con il discorso generale. Ed invece, ad un certo punto voce e musica si incontravano per dar vita a qualcosa di straordinariamente emozionante, coinvolgente. E allora l’ascoltatore veniva davvero portato in un’altra dimensione, senza spazio, senza tempo in cui i brani scritti qualche secolo fa da Dufay, il maggior esponente della cosiddetta “Scuola di Borgogna”, avrebbero potuto essere frutto della istantanea dei due straordinari personaggi.

Il tutto impreziosito da bellissime immagini che, sullo schermo posto alle spalle dei musicisti, si componevano e scomponevano come in un grande puzzle meravigliosamente  colorato e del tutto in linea con quello che Potter e Ambrose ci stavano raccontando: insomma un’esperienza sensoriale tanto esaustiva quanto raffinata.

Ed il pubblico l’ha vissuta in questo modo se è vero, come è vero, che alla fine del concerto ha richiamato per ben quattro volte gli artisti sul palco, sostanzialmente “costringendoli” ad un applaudito bis.

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