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Intervista a Enzo Gravante.

Intervistiamo oggi Enzo Gravante, che ha deciso di lasciare la sua attivita’ di critico musicale per dedicarsi a tempo pieno alla sua inedita ma non del tutto nuova passione: il disegno.  Con un filo conduttore mai spezzato: il Jazz.

Enzo, dunque, da critico musicale a disegnatore, sempre partendo dal legame imprescindibile con il  Jazz.  Forse innanzitutto ci dovresti spiegare come nasce questo tuo amore per questo genere di musica.

“ Ho cominciato a 22 anni scrivendo per il “Giornale di ” nella redazione spettacolo.  Il jazz era una passione personale, che ho sempre coltivato, e che ho cominciato da subito a riversare nel lavoro.  I giornali non sono stati l’ unica mia esperienza: ho collaborato a lungo con Marcello Piras, insieme abbiamo fondato la S.I.S.M.A. (Societa Italiana Studi Musica Afroamericana, n.d.r.), con Mario Schiano.   Ho scritto e condotto programmi per Radio Tre, con Pino Saulo;  ho avuto un’ esperienza molto interessante a Villa Celimontana organizzando la mostra “Il Jazz tra le due guerre” .  Ho lavorato anche a “Musica Jazz” sotto la direzione di Pino Candini.  Tutto questo per circa 24 anni.

Ad un certo punto ti sei fermato….

“ Si.  Circa quattro anni fa, a causa di  seri motivi familiari, ho dovuto sospendere il mio lavoro per circa sei mesi  e questo ha determinato in me una sorta di spartiacque, uno sbandamento.  Fino ad allora  il mio lavoro andava a gonfie vele come quantita’ e qualita’… ma quando mi sono riaffacciato nel mio ambiente, ho trovato uno scenario per il mio sentire molto diverso, direi degradato.  Cosi’, ho preferito fermarmi, prendermi un “anno sabbatico” e capire cosa stava accadendo in base a quello che io volevo dal mio lavoro.  Oltre a cio’ l’ aver scritto il libro con Paolo Fresu “La Sardegna, il Jazz” aveva  ulteriormente rallentato i miei ritmi:  attuando un’ intenzione che stavo già maturando prima del mio “fermo forzato” ho deciso di fermarmi definitivamente, nonostante la consapevolezza che l’ unico lavoro che sapessi veramente fare era quello che avevo appena deciso di lasciare”.

E’  allora che e’ partita l’ idea di avvicinarti al disegno?

“Mi sono ricordato che negli anni avevo sempre  avvertito l’ esigenza di tradurre in un linguaggio di segni e colori le emozioni che mi trasmetteva la musica:  ogniqualvolta che si presentava prepotente questa “ispirazione”, che io fossi a casa, o in una camera d’ albergo, o al giornale in cui lavoravo, mi dilettavo a fare disegni, che ho sempre tenuti da parte come  uno sfogo relativo a momenti emozionali significativi.  Poi un giorno ho incontrato un critico d’ arte, Enzo Battarra, che vedendoli, mi ha convinto a fare una mostra, che è stata intitolata “Segni e disegni sulle corde del jazz”, divenuto poi anche il  titolo del mio sito.

Cosi’ e’ cominciata una nuova esperienza…

“Ripensando a queste cose mi sono detto, perché non continuare? E’ il prosieguo di un percorso, in fondo, piu’ che una vera e propria ripartenza. Ho pensato che il Gravante che scriveva poteva essere il Gravante che scrive ma non con le parole, bensi’attraverso segni e colori.E cosi’ ho iniziato a riordinare tutti i miei disegni.

Quanto  forte e’ rimasto, ai fini di questa tua particolare forma d’ arte, il legame con il Jazz?

“Il Jazz è stato sempre il motivo principale della mia vita: avvertivo da ragazzo una sorta di “incendio emotivo”: impetuosa e’ sempre stata  l’ esigenza di coltivarlo.  E’ uno stimolo e mi porta ad un punto di arrivo, il disegno, che io vivo e riconosco come una sorta di  denuncia / protesta della società in cui viviamo.  E’ un brillante pretesto che mi da la forza di esprimere problemi o disagi che io avverto nei confronti della realta’ che mi circonda”.

Essendo questi disegni estemporanei, non ne preesiste un progetto…

“Fondamentalmente c’e’  una forza di espressione, un impeto che mi porta a realizzare delle cose che rispondono ad una precisa esigenza istintiva.  Ci sono periodi di mesi e mesi e mesi in cui io non faccio niente, infatti”.

Hai una tecnica particolare nel realizzare i tuoi disegni?

“No. Io posso usare pennello, pennarello, matita, proprio perché’ stiamo parlando di un gesto istintivo, emozionale: io non voglio pormi tanti problemi.  Infatti ho voluto anche che il mio sito fosse molto semplice, in linea con l’ elementarità e “l’ infantilismo” che si evince dai miei disegni: due caratteristiche delle quali vado molto fiero, proprio in virtu’ della loro istintivita’”.

Si puo’ dire che l’ improvvisazione, aspetto fondante del jazz, caratterizzi fortemente anche il tuo modo di disegnare…

“L’ improvvisazione  guida l’ emozione che io sento di dover trasferire sul foglio.  Avverto  una sorta di fretta, il disegno lo devo finire al momento, e lo inizio e lo finisco sempre ascoltando la musica.  Uso fogli da disegno, o block notes, il foglio non ha mai una dimensione grande, e’ come prendere appunti.  Il mio era e rimane un gesto istintivo.

Prima di congedarti e di dirti in bocca al lupo da parte di tutta la redazione di “” non posso non approfittare della tua profonda esperienza piu’ che ventennale e ti chiedo, per favore, un tuo parere sullo stato attuale del Jazz oggi in Italia

Certamente andiamo verso uno sfrenato consumismo, e dare la colpa interamente alle nuove generazioni sarebbe un errore. Istituzionalmente non abbiamo mai seminato, quindi è giusto che adesso non raccogliamo.  Pensiamo a quanto ad esempio  Gaslini abbia dovuto lottare per i corsi di Jazz al conservatorio di S.  Cecilia, o anche Mario Schiano.  Per il resto abbiamo solo saputo alimentare i canali delle sagre mangerecce.  C’e’ una produzione sproporzionata, e per una imprescindibile legge di mercato, quando aumenta troppo la produzione diminuisce la qualità.  Credo inoltre che non sia abbastanza valorizzato il jazz italiano, che e’ tra i migliori al mondo.   Senza polemica, ma lo dico convinto:  una mano sicuramente non ce l’ ha data Umbria Jazz, che, pur essendo un positivamente prioritario e di prestigio,  e’ sempre stato connotato da una rilevante esterofilia, e oltretutto ha dato vita ad ibridi che non esito a definire inqualificabili.  In nessuna parte del mondo esiste un dove  suonino solo il 5 o 10% di musicisti “autoctoni”.  Questo non significa essere aperti!!!”

Significa al contrario che siamo chiusi a noi stessi …

“Pericolosamente chiusi a noi stessi!”

Dalla passione con cui parli e’ evidente che il Jazz ci sara’ sempre, nei tuoi disegni…

“Ho accumulato un bagaglio riguardo al Jazz che non è una batteria che si esaurisce, fa parte oramai del metabolismo, del modo di ragionare, di essere, di capire, di fiutare la vita, me la sono iniettata ed è in circolo: non puo’ venir meno, tanto piu’ dal punto di vista figurativo,  perché è la scintilla che ha mosso tutta la mia vita.  Io non ho fatto mai nulla senza il Jazz,  è successo cosi’ , èd e’ talmente importante che sara’ sempre cosi’”.

Il sito che raccoglie i disegni ed il pensiero di Enzo Gravante è: www.zenotravegan.com.

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