Due giorni a Bergamo, sei concerti da raccontare

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Nils Landgren (foto Daniela Crevena)

Nils Landgren (foto Daniela Crevena)

Bergamo Jazz 2011, March’ in jazz, 33’ edizion. Ultimo anno di direzione artistica di Paolo Fresu per questo 33’ Bergamo Jazz, e l’ impronta dello stesso Fresu (che ha passato le consegne ad durante una telefonata di effetto quasi “televisivo” in teatro prima dell’ ultimo concerto di questa edizione) c’e’ stata, potente, come ogni anno.  Grande varieta’ di artisti, di suggestioni, di generi: dal Brasile di Gil, alle meraviglie di Chick Corea e Gary Burton, al funky di Landgren, al piano solo di Pieranunzi, a Bollani che interpreta Frank Zappa e molto altro ancora.  Daniela Floris ha seguito per voi sei dei concerti di sabato 18 e domenica 19 marzo e ve li racconta con il prezioso ausilio delle fotografie di Daniela Crevena.

Sabato 18 marzo
Ex Chiesa della Maddalena, ore 11

Tomasz Stanko: tromba
Alexi Tuomarilla: pianoforte

Stanko-Tuomarilla (foto Daniela Crevena)

Stanko-Tuomarilla (foto Daniela Crevena)

Il sabato comincia con un suggestivo concerto nella chiesa della misericordia del trombettista Tomasz Stanko e del pianista Alexi Tuomarilla. Una tromba dalle note lunghe ed intense, un timbro delicato, soffiato, ma anche uno stile a tratti spezzato, “free”, un timbro quindi cangiante e mai uguale a se stesso; alle note lunghe e dritte corrisponde un dolce tramestio di note del pianoforte; ai momenti trombettisticamente piu’ funambolici corrispondono invece ostinati piu’ statici. Il lirismo e’ presente in entrambi i casi: i due strumenti appaiono sempre complementari, Stanko e Tuomarilla si scambiano frasi, spunti tematici, o semplici suggestioni, ognuno con un suo preciso stile: il pianoforte riempie di sonorita’ ogni istante, poche le pause ed i respiri, e’ un vero vortice sonoro; Stanko improvvisa tornando spessissimo al tema iniziale, alternando volumi intensi e delicati con momenti quasi drammatici.
E’ poetica ed efficace la continua ricerca di un dialogo e di un assestamento negli scambi, e questa va dagli unisoni alle dissonanze: il pianoforte non garantisce solo una base ritmico – armonica ma da’ nerbo e sostanza alla lirica leggerezza della tromba.

 

Teatro Donizetti, ore 21

Pieranunzi plays Scarlatti

Pieranunzi (foto Daniela Crevena)

Pieranunzi (foto Daniela Crevena)

Non e’ la prima volta che chi scrive si trova ad assistere a questo concerto (Pieranunzi ha portato Scarlatti ovunque in Italia e all’ estero, suonandone brani persino al Village Vanguard di Ny, dato il grandissimo successo che questo suo album ha ottenuto), eppure ogni concerto ha dimostrato una sua particolare caratteristica rispetto ai precedenti. Si tratta di un percorso che non si puo’ definire evolutivo, nel senso della qualita’, che dai primissimi eventi e’ stata indiscutibilmente elevatissima, ma che dimostra quanto vitale sia questo progetto e quanto vitale sia il “dialogo” tra due musicisti separati cronologicamente, certo, ma sempre piu’ in simbiosi dal punto di vista artistico: tanto che il passaggio dall’ improvvisazione di Pieranunzi alla sonata scritta di Scarlatti e viceversa e’ stato stavolta quasi impercettibile, talmente sono avvinghiate tra loro frasi, cellule melodiche e ritmiche, modulazioni, dinamiche ed intenzioni. E’ un flusso di suoni quello che si ascolta, come se ognuno fosse la naturale conseguenza degli altri, come se ogni spunto scarlattiano fosse talmente pieno di energia in se stesso da travalicare i secoli e le differenze tra artisti che (come spiega lo stesso Pieranunzi) sono comunque entrambi prima di tutto musicisti “improvvisatori”. Talmente forte e’ questa componente comune che in questa occasione, a Bergamo Jazz, il pubblico del teatro Donizetti ha ascoltato un concerto di musica ancora una volta nuova, in cui e’ avvenuta una vera e propria affascinante “fusione” stilistica tra musicisti solo in apparenza distanti tra loro. Come sia stata possibile questa magica compatibilita’ artistica si spiega (forse?) con la comune tensione armonica, con la cura del particolare dinamico, il retroterra culturale “geografico” mediterraneo, la ricchezza degli spunti melodici. Ma ha senso ricostruire il perche’ di un piccolo miracolo musicale? Forse se ne snaturerebbe il senso. Dunque probabilmente vale solo la pena di documentare che partendo da una sonata, passando per un vero e proprio blues nero che piu’ nero sarebbe difficile immaginare, svoltando per un ritmo latino e ritornando ad una commovente sonata finale lenta, dolcissima ed intensa , Pieranunzi e Scarlatti hanno regalato momenti di musica che non si dimenticheranno facilmente.

 

Teatro Donizetti, ore 2230

Gilberto Gil,: voce,
Jaques Morelenbaum: violoncello
Bem Gil: chitarra , percussioni
The String Concert

Il trio di Gilberto Gil (foto Daniela Crevena)

Il trio di Gilberto Gil (foto Daniela Crevena)

Piu’ che generoso Gilberto Gil, che ha suonato per quasi due ore e mezzo senza una minima smagliatura e con la passione di sempre, insieme al figlio Bem Gil e al violoncellista Jaques Morelenbaum. Non solo Brasile, non solo “Tropicalismo” , eppure un clima uniforme che parla di un retroterra fortissimo anche quando sfiora il country o il jazz o la musica colta: sfiora, appunto, perche’ Gil ha una sua poetica precisa, che uniforma ogni brano egli decida di interpretare. Le dinamiche si tramutano in ritmo, le parole diventano ritmo poetico e metrica, persino quando la sua voce e’ espressivamente stentorea o fuori tono, e’ funzionale al clima che Gil vuole (e riesce) fortemente a dipingere. E si potrebbe dire di piu’, si potrebbe dire che anche senza la chitarra la stessa voce di Gilberto Gil e’ Brasile, bossanova, tropicalismo: per gli accenti, per le ruvidezze, per le improvvise incursioni in lunghi falsetti o profondi suoni gravi, da raffinatamente delicata a pressoche’ “tribale” in alcuni tratti. Il violoncello di Morelenbaum , veramente bellissimo, e’ sembrato quanto mai adatto, anzi connaturato all’ interpretazione di Gil, data la ampia gamma di suoni che lo stesso ha saputo conferire al suo strumento. Del resto anche Gil , che ha proficuamente dialogato anche con la chitarra del figlio Bem , ha usato il suo strumento a tutto tondo, anche come percussione. Un lungo, forse un tantino troppo lungo concerto di voce e corde, che ha entusiasmato il pubblico, con il quale Gil ha dialogato e anche giocato molto, creando un clima caldissimo fin dai suoi primi istanti sul palco.

 

Domenica 19 marzo
Teatro Sociale, ore 18

Alboran Trio
Paolo Paliaga (pianoforte)
Dino Contenti ()
Mattia Barbieri (batteria)
Scenografia video di Simone Tormento – Accademia Carrara di Belle Arti

Lo stesso Paolo Fresu, che ha come sempre aperto con le sue parole anche questo concerto pomeridiano, ha sottolineato che questo Trio ha suonato piu’ all’ estero che in Italia: per questo ne e’stata da lui fortemente voluta la presenza ad un importante festival Jazz, che facesse da vetrina ad una formazione di artisti italiani validi ma non ancora addentro ai circuiti “noti” in cui, in fondo, si sente sempre la stessa musica.
In effetti Alboran Trio ha un suo stile gradevole. Una inclinazione netta verso tonalita’ minori, intro pianistiche morbide e liriche, tempi inizialmente lenti che si intensificano via via anche per l’ apporto del fantasioso e “superaccessoriato” (per bacchette, spazzole, piattini ed accessori vari) batterista Mattia Barbieri, alla continua ricerca di sonorita’ che parlino di suoni per noi “altri” eppure cosi’ vicini: “Alboran” , come lo stesso gruppo fa notare e’ il mare che congiunge Africa ed Europa. Atmosfere variegate, incontro tra musica jazz e musica colta, dunque America, Europa, musica balcanica, musica araba, e composizioni quasi tutte originali per un Trio molto affiatato musicalmente: i temi melodici vengono presentati alternativamente dal pianoforte e dal contrabbasso, che Contenti fa cantare molto anche con l’ archetto; lo schema stilistico e’ saldamente strutturato sul crescendo emotivo / espressivo dall’ introspezione alla “drammatizzazione” sonora. I brani, mediterranei e jazzistici (non manca qualche reminiscenza Jarretiana) ad un tempo sono evocativi ed in alcuni casi suggestivi ( “5 lunghissimi minuti”, “Balcan air” e “Also sprach Raul”). Il “Ponciana”del bis e’ stato rivisitato in modo da non essere cosi’ scontato come il titolo, plurieseguito ovunque, poteva risultare.

 

Teatro Donizetti, ore 21

Chick Corea, pianoforte
Gary Burton, vibrafono

Chic Corea e Gary Burton (foto Daniela Crevena)

Chic Corea e Gary Burton (foto Daniela Crevena)

Come lo stesso Corea ha sottolineato durante introducendo il concerto, e’ dal 1971 che lui e Burton duettano dal vivo e nei fortunati album da loro registrati: dunque al Donizetti si e’ visto il Jazz, quello di alto livello, quello connotato dal feeling, dallo swing all’ ennesima potenza, e dalla tecnica eccelsa non fine a se stessa ma propria dei grandi artisti che la finalizzano appropriatamente alla musica che vogliono creare. Brillanti, energici, divertenti, con un repertorio esso stesso divertente perche’ basato su standards anche arcinoti, Corea e Burton hanno mostrato tutta la loro freschezza e sono due artisti che non e’ esagerato definire irrefrenabili, rimanendo allo stesso tempo misurati e musicalmente perfetti e mai, in nessun momento, eccessivi, neanche quando eseguono brani per loro divenuti cavalli di battaglia, come “Senor Mouse” o “Can we be friends”. Precisi, ma tutt’ altro che freddi, per tutto il concerto hanno mostrato una vena melodica portentosa, anche durante le improvvisazioni piu’ ardite, e di volta in volta hanno anche saputo assecondare lo stile dei musicisti dei quali hanno voluto eseguire ed interpretare i brani, cogliendone, quasi in maniera affettuosa, l’ essenza. Si sono scambiati i ruoli in maniera divertita ma anche impeccabile, reggendosi reciprocamente il gioco: se in “Eleanor Rigby” Gary Burton ha presentato il tema, Chick Corea ha trovato una soluzione melodica reiterata di sottofondo che ha esaltato le prodezze del vibrafonista: ed anche in altri brani Corea ha saputo trovare ostinati geniali. In “Chega De Saudade” di Jobim quando e’ Corea a prendere tra le sue dita il tema, lo stravolge, con accordi armonicamente distanti dall’ originale, ma lascia intatti i punti cardine del tema stesso, e questi punti cardine sono stati di volta in volta frammenti melodici, o ritmici, o passaggi accordali fondamentali per la riconoscibilita’ del brano: il che ha creato una positiva tensione sonora, mantenuta alta semplicemente con la bravura, l’ esperienza, la sapienza pianistica di un leone del jazz. Ne’ Corea ne’ Burton hanno mai tradito l’ atmosfera del pezzo interpretato, hanno destrutturato e creato mostrando una vivacita’ ed una fantasia contagiose e veramente d’ effetto, e il lato virtuosistico non ha mai avuto la meglio su quello espressivo.

 

Teatro Donizetti, ore 2230

Nils Landgren, Funk Unit
Funk for Life
Nils Landgren: trombone, voce
Sebastian Studnitzky: tromba, tastiere
Jonas Wall: sassofoni
Magnus Lindgren: sassofoni
Andy Pfeiler: chitarra
Magnum Coltrane Price: basso elettrico, voce
Robert Ikiz: batteria

Nils Landgren (foto Daniela Crevena)

Nils Landgren (foto Daniela Crevena)

Vale la pena di sottolineare che al termine di questo scoppiettante concerto che ha chiuso March ‘ in Jazz, tutti i cd “Funk of Life” che erano in vendita nel foyer del teatro sono stati venduti in un battibaleno: il che e’ particolarmente bello, perche’ quest’ album e’ nato per sostenere “Medici senza Frontiere”. Poi c’e’ da dire che Landgren, con il suo trombone rosso fuoco ha suonato insieme ai suoi musicisti un funky energico, divertente, ballereccio, trascinante e fatto con tutti i crismi, fatto di backgrounds molto azzeccati, soli di fiati trascinanti, anche nei pezzi lenti, scambi creativi tra musicisti perfetti, da manuale: divertenti ma professionalissimi, tecnicamente ferrati, energici. Landgren suona il trombone con una agilita’ tecnica pazzesca. Paolo Fresu si e’ unito al gruppo improvvisando accendendo un pubblico gia’ molto coinvolto. Uno spettacolo che ha suscitato applausi meritatissimi, anche quando i musicisti sono scesi in platea, nonostante Landgren, in teoria freddo scandinavo, abbia dovuto faticare per far alzare in piedi il pubblico in sala, italianissimo (il che ha fatto crollare diversi luoghi comuni sul presunto temperamento di entrambi i popoli). Acclamatissimo per il bis Landgren si e’ esibito in un solo di trombone suonando ogni elemento del suo strumento smontandolo progressivamente, per poi rimontarlo ed esplodere in un classico swing. Tutto fa spettacolo, in questo caso lo spettacolo e’ stato uno spettacolo divertente, ben confezionato e con un fine benefico, e si e’ ascoltata, nel suo genere, davvero ottima musica.

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