Week end di eccellente musica nella Capitale

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Enzo Pietropaoli

Enzo Pietropaoli

Due concerti di buon livello hanno allietato il fine settimana degli appassionati romani. Venerdì 6 maggio la Centrale Montemartini ha riaperto i battenti per la rassegna “Blue Note” 2011. Nove serate con altrettanti doppi concerti, e cinque gruppi ben scelti da una direzione artistica tutt’altro che banale.

L’onore dell’apertura è toccato al nuovo quartetto di Enzo Pietropaoli che si è esibito anche sabato 7 maggio, serata in cui l’ha ascoltato il vostro cronista. Il quartetto, completato da Fulvio Sigurtà tromba e flicorno, Julian Mazzariello piano e batteria, presentava il suo primo CD, “Yatra”, frutto di una collaborazione tra la Jando Music e quella Via Veneto che dal 1997 ha seguito con particolare attenzione le vicende artistiche del talentuoso contrabbassista.

Ma come si inserisce questo “Yatra” nell’oramai cospicua discografia di Pietropaoli, anche se, sostanzialmente, per lui l’attività di leader comincia solo adesso? Nel corso di una lunga intervista televisiva che feci al contrabbassista circa due anni fa, Pietropaoli mi confidò di avere un sogno: riuscire, un giorno, ad incidere almeno qualcuna delle molte composizioni che aveva scritto e riposto in un cassetto. Questo sogno si è realizzato dal momento che sia nel corso del concerto sia nel disco il quartetto ha eseguito prevalentemente le composizioni del leader. In particolare durante la serata alla Montemartini il quartetto ha suonato “Smooth and blue”, “Il cuore e l’azzurro”, “Onda minore” tutti scritti da Pietropaoli, “Pour que l’amour me quitte” di Camille, per chiudere con un’altra di Enzo, “Elliptical song”, tutti brani ovviamente contenuti nell’album anche se non nello stesso ordine. Ebbene occorre sottolineare come il Pietropaoli compositore sia una bellissima sorpresa: la sua musica è fresca, sincera, venata da una leggera malinconia e caratterizzata, sempre, da una suadente linea melodica, una musica, comunque, non facilissima da eseguire tali e tante sono le sfumature insite nella stessa. E qui entra in gioco la consistenza del quartetto, un gruppo assai bene assortito in cui le singole individualità si fondono in un unicum di rara compattezza, eleganza e raffinatezza. In particolare Fulvio Sigurtà ha evidenziato una sicurezza straordinaria: nel brano “Il cuore e l’azzurro” in particolare ha sciorinato un controllo sulle dinamiche davvero impressionante mai smarrendo il filo del discorso e soprattutto dialogando con il giusto feeling con i compagni di viaggio, senza mai imporre la sonorità del suo strumento naturalmente portato ad emergere quanto a volume di suono. Mazzariello è pianista completo che conosce a fondo l’arte dell’assolo e quella dell’accompagnamento in grado perciò di costruire sia lunghe ed articolate frasi in orizzontale, sia potenti e ardite strutture armoniche mentre Paternesi è un giovane che migliora a vista d’occhio. Quanto a Pietropaoli è sufficiente ripetere, per l’ennesima volta, che si tratta di uno dei migliori contrabbassisti almeno a livello europeo.

Chucho e Omara

Chucho e Omara

Domenica 8 maggio eccomi in sala S. Cecilia all’Auditorium per seguire, nell’ambito della rassegna “Santa Cecilia It’s Wonderful”, l’atteso concerto di due vere e proprie icone della musica cubana per la prima volta assieme sullo stesso palco: il pianista Chucho Valdés e la cantante Omara Portuondo per presentare il loro ultimo Cd, “Omara & Chucho” (feat. Wynton Marsalis- World Village 2011). A Roma, invece, oltre al pianista e alla cantante ci sono Julio Barreto alla batteria, Lazaro Rivero al contrabbasso e Andrés Coayo alle percussioni. In un ambiente “riscaldato” dalla presenza di molti cubani, i due ripropongono un repertorio classico con arrangiamenti moderni e piuttosto impegnativi. Così, uno dopo l’altro, ascoltiamo pezzi celebri come “Esta tarde vi Llover” di Manzanero, “Que quieres que te diga” di Almeida, “20 años” di M. Teresa Vera, “Babalu Aye” di Lecuona e “Huesito” di Matamoros, in un voluto alternarsi di pezzi lenti e ritmati che servono allo spettacolo. Ed in effetti il pubblico, sollecitato dalla stessa Portuondo, partecipa attivamente alla performance sottolineando con una messe di applausi i passaggi più significativi. Ma tanto entusiasmo non può nascondere, purtroppo, l’ingiuria del tempo. Così mentre Chucho rimane artista di eccezionale livello, con un pianismo funambolico frutto di una tecnica davvero prodigiosa (che poi possa anche non piacere per l’ innata carica virtuosistica è altro discorso che non intacca il suo valore) , per Omara il discorso è un tantino diverso. Quando dispiega la voce la cantante è ancora in grado di tenere ottimamente la scena, ma quando passa sul registro medio-grave le cose si complicano e deve far ricorso alle sua straordinarie arti interpretative per soggiogare ancora una volta il “suo” pubblico. In effetti la vocalist nata nel quartiere habanero di Cayo Hueso, ad ottant’anni suonati, conserva intatta quella carica comunicativa e di seduzione propria solo delle grandi artiste… e non è certo un caso che continui ad ammaliare le platee da oltre sessant’anni, da quando cioè nei primi anni ’50 si affacciò alla ribalta cubana interpretando gli standard di jazz americani con un gruppo di amici comprendente, tra gli altri, Cesar Portillo de la Luz, José Antonio Méndez e il pianista Frank Emilio Flynn. La collaborazione con Chucho Valdés risale, invece, al 1997 quando registrarono una canzone inserita nell’album “Desafíos” e rinvigorita di recente con “Omara & Chucho” un album di eccellente livello che vale la pena ascoltare.

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