Intervista con Luisiana Lorusso

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Luisiana Lorusso - Upwards

Luisiana Lorusso - Upwards

Luisiana Lorusso, violinista, jazzista, . Una giovane, talentuosa musicista, la cui formazione è stata, prima di tutto, di violinista classica

“Il mio percorso violinistico parte certamente da una formazione accademica, come la maggior parte dei violinisti qui in Italia, anche se, provenendo da una famiglia di tradizione jazzistica, ho sempre ascoltato, a volte anche mio malgrado, il ed i grandi jazzisti che mio padre tuttora ascolta e predilige. Qualche nome per tutti: Parker, Coltrane, Montgomery, Pass, Fitzgerald e tanti altri. La scoperta ed il primo vero contatto con la musica classica sono avvenuti dunque al mio sesto anno di violino, quando il mio insegnante di allora, appena conosciuto, si rese conto che i miei ascolti erano ben lontani dal repertorio “colto” e risentivano di una formazione “uditiva” atipica per un violinista. Così mi preparò un inventario discografico di tutto ciò che rappresentava la storia ed il repertorio del violino nella musica occidentale”.

-Nell’ ambito della musica classica in quali ambiti hai lavorato?

“ Nel mio periodo di immersione totale in ambito classico ho avuto la fortuna di conoscere e seguire per un periodo uno dei più interessanti maestri di violino che transitavano in Italia, soprattutto nelle masterclass estive: Corrado Romano. Poi l’incontro con Alberto Lysy in Svizzera, con Massimo Quarta a Bologna, per citarne alcuni. Ho avuto il piacere di collaborare con la Filarmonica della Scala in qualità di tutor (all’interno dei corsi di alta formazione con finanziamenti CE) e di violinista, tuttora collaboro sempre con grande entusiasmo con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di qui a Roma e poi altre orchestre più e meno note, oltre a numerosi gruppi da camera. Una delle esperienze passate che ricordo con più emozione è stata l’apertura del Ravenna Festival con un Don Giovanni di Mozart diretto da Riccardo Muti, in cui facevo parte del piccolo gruppo scelto di musicisti che suonavano in scena, con i meravigliosi Wiener Philarmoniker in buca! E’ stato meravigliosamente emozionante ed esaltante: ero poco più che ventenne… “.

 

-Come nasce il tuo amore per il Jazz? Cosa e’ che ha fatto scattare la scintilla? Un artista, un brano, un concerto, un disco?

“ Sono cresciuta un po’ dicotomizzata tra la violinista che aveva appena scoperto il mondo della musica classica e ne era rimasta folgorata e la ragazzetta che cantava la musica che ascoltava in casa da sempre, che le era stranamente familiare, imitando ora le vorticose acrobazie vocali della Fitzgerald, ora i fraseggi di Parker, sperimentando in una piccola band, ma soprattutto seguendo mio padre in tutti i concerti jazz che la Puglia poteva offrire in quegli anni e che erano rito di famiglia”.

 

-Quanto e’ difficile per una violinista classica accreditarsi nel mondo del jazz, che per di più e’ prevalentemente maschile, a parte il gran numero di cantanti?

“ La difficoltà più grande per un musicista credo sia trovare il suo personale linguaggio, la sua via di comunicare ed esprimere con autenticità se stesso ed i propri racconti. Mi capita spessissimo di dover rispondere alla domanda: “Che musica fai?”, oppure: “Suoni il violino, allora sei una musicista classica?”; domande che generalmente ti vengono poste da coloro che a tutti i costi hanno bisogno di catalogarti in uno o in un altro scaffale. A dire il vero io non mi sento né jazzista, né musicista classica (che è tra l’altro una definizione che non amo), semplicemente non mi pongo il problema e continuo a ricercare con amore me stessa e la bellezza in tutto ciò che faccio… raccogliendo sempre nuove sfide (musicali) certa che possano solo arricchirmi. Non credo sia un problema dell’artista inscatolarsi od etichettarsi, l’artista per me è un ricercatore, semplicemente uno che curiosamente, con coraggio ed a volte pericolosamente esplora la realtà, si pone domande e cerca risposte. Certamente trovo sia molto difficile essere accettata da coloro i quali identificano il jazz con il bebop o il mainstream, ma la parola jazz per me ha altro senso e significato, meno riduttivo ed autoreferenziale, se mi è concesso”.

 

-Tu sei Pugliese, e bisogna dire che la Puglia e’ una regione che dal punto di vista musicale  e’ sempre stata molto prolifica di validi musicisti. E’ difficile svicolare dalle solite trite “contaminazioni” che seguono come ombre qualsiasi artista proveniente da questa terra?

“ Non so rispondere a questa domanda. Amo la Puglia profondamente, i suoi colori, la sua gente, i suoi numerosi e validissimi talenti. Conosco poco la tradizione musicale popolare pugliese, ma come ho detto, se la contaminazione avviene in un modo naturale e non è fine a se stessa o ad una manovra di marketing, se è gradevole ed emozionante, perché no! Credo molto nel come, non solo nel cosa”.

 

-In “Upwards”, il tuo cd di esordio, la tua musica nasce dalle suggestioni provenienti da diversi colori. Spiegaci qual e’ la genesi di questa scelta stilistica che unisce arte visiva e musica.

“ Upwards nasce da un’urgenza, quella di esorcizzare un fatto accaduto raccontando un percorso di rottura che credo si possa ritrovare nella vita di tutti: un evento di rinascita, di cambio scena, di volta pagina. L’eterogeneità della mia storia musicale costituiva il “corredo” di possibilità espressive a cui non avevo nessuna intenzione di rinunciare: ho cominciato a considerare tutto ciò un punto di forza. Non restava quindi che trovare un filo conduttore che mi desse la possibilità di raccontare una storia: la mia, attraverso una modalità che però fosse facilmente condivisibile, in cui chiunque potesse ritrovarsi. E’ stato allora che ho scelto la forma e la forza del concept per raccontare l’effetto travolgente e nello stesso tempo rigenerante che l’imprevisto, il non atteso, il cambiamento apportano nella vita di ognuno allorché irrompono senza avvisare, stravolgendo gli equilibri precostituiti. Ho sempre amato l’arte figurativa e mi sembrava calzante rappresentare il momento di rottura, di crisi, come il buio, l’assenza di colore, che si riesce a percepire allorché subentra la luce. Mi sono molto documentata sulla storia del colore, sui suoi archetipi ed i suoi significati prima di cominciare a lavorare su questo, poiché sentivo forte in me il bisogno di una “drammaturgia” solida, che conferisse credibilità all’intero lavoro. Poi ho cercato di mettere in musica stati d’animo, situazioni e status quo giocando su analogie associative e di corrispondenze tra suoni e colori. Un viaggio all’interno delle emozioni e delle sensazioni evocate dai singoli colori, che vengono sinesteticamente “musicate” di volta in volta, conservando come comune denominatore l’improvvisazione. I testi delle tracce cantate del disco sono parte intrinseca del progetto e tendono a destare nell’ascoltatore un proprio percorso emozionale mediato solo dal personale immaginario storico.

Una “audizione cromatica”, dunque, (che in poesia ebbe il suo grande maestro in Arthur Rimbaud) che per me rappresenta tutt’ora una mirabile sfida; un esperimento arduo e impegnativo, ma affascinante e dettato da entusiasmo, desiderio di sperimentare ed esprimersi. L’immagine scelta a rappresentare questo viaggio è una esplicita citazione ed un esplicito omaggio ad uno dei più significativi artisti figurativi del secolo scorso a me molto caro: Kandinsky. UPWARDS è il titolo del quadro a cui mi sono ispirata per il facepainting della copertina” .

 

-In “Upwards” e’ evidente un grande feeling con i musicisti che hanno partecipato al progetto. La vostra e’ una collaborazione già’ sperimentata o e’ stato un primo incontro particolarmente felice da subito?

“ I musicisti che ho scelto non sono stati scelti a caso e ci tengo molto a dire che sono stati tutti fondamentali e preziosi per me. Tante le cose in comune: lo stesso slancio e un affine sentire, nonché percorsi formativi che hanno per comune denominatore la varietà e la versatilità a cui la personale curiosità ha fatto da guida. Ad alcuni di loro ho commissionato brani per UPWARDS (vivevo all’epoca una sorta di timore reverenziale verso la composizione), spiegando di volta in volta l’atmosfera da evocare, il significato che volevo esprimere, l’emozione che volevo comunicare. E’ stato come spogliarsi completamente mostrandosi senza veli, per poi rivestirmi degli slanci creativi del gruppo, in un gioco di squadra il cui obiettivo è l’autenticità” .

 

-Quanto e’ difficile suonare e far ascoltare la propria musica in Italia se si e’ artisti giovani e non ancora inseriti nei soliti circuiti? Parlo di Festival, concerti nei club o negli spazi destinati alla musica. Sembra di sentire sempre la solita musica, non e’ cosi’?

“ Le difficoltà sono molteplici e di varia natura. Quella più grande che io vivo, quotidianamente, è certamente quell’enorme muro di indifferenza che regna ormai dovunque, non solo in ambito strettamente musicale. Non mi spaventa non piacere o non riscuotere successi, quello che mi mortifica davvero è la sensazione di non avere diritto ad esistere, ad esprimersi. A volte mi sembra che acquisire questo diritto sia dato solo (un malcostume particolarmente italiano) cavalcando o percorrendo sentieri che con la musica, la ricerca, l’arte hanno ben poco a che vedere! Io, nel mio piccolissimo, coraggiosamente ed impavida proseguo e preparo il mio prossimo “viaggio”!

 

Ad ascoltare il tuo cd direi che vale la pena di proseguire impavida…Dunque buon viaggio, “A proposito di Jazz” aspetta di documentarlo!

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