Il del 27 luglio alla Cavea dell’Auditorium di Roma

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Sting (Foto Musacchio & Ianniello)

Sting (Foto Musacchio & Ianniello)

Spero che gli amici “jazzofili” non si scandalizzino se confesso loro che per me, ascoltare dal vivo Sting, è sempre un’esperienza quanto meno interessante. E la regola non ha subito eccezioni nel concerto di sabato 27 luglio che l’ex Police ha tenuto alla Cavea dell’Auditorium Parco della musica di Roma. Sessant’anni ma portati splendidamente, con un fisico asciutto da far invidia ad un qualsivoglia quarantenne, il inglese è salito sul palco alle 21,15 ed è stata subito ovazione. Ricolma in ogni ordine di posti la Cavea ha risposto alla grande alle suggestioni del vocalist quasi accompagnandolo fino alla fine in un crescente entusiasmo.

Il fatto è che Sting, come tutti i grandi artisti, emana una sorta di magnetismo che non può non affascinare chi lo guarda e lo ascolta, e ciò anche se il concerto non è proprio perfetto. Così l’altra sera, come mi facevano notare due giovanissimi ma competentissimi e rigorosissimi amici (figli di qualcuno che mastica buona musica da mane a sera) l’orchestra di Massa e Carrara non erail massimoedurante l’esecuzione del delicato e splendido “Fragile” eseguito da Sting con la sola acustica il sudore sulle corde ha prodotto dei suoni non perfetti.

Ma tutto ciò passa in seconda linea di fronte alla performance di Sting che ho sempre ammirato per una serie di valutazioni che tenterò di esprimere. Innanzitutto la splendida vocalità. Sting è dotato di una voce dalla tonalità assai particolare, una voce di gola che sembra doversi spezzare da un momento all’altro e che invece fuoriesce dritta e tagliente come una lama, senza alcun vibrato, capace di tenere una nota lunga come pochi e quindi di raggiungere anche quei registri alti che gli sembrerebbero negati. Il tutto accompagnato da una intonazione più che buona e da una capacità interpretativa non comune… per non parlare della facilità di scrittura che gli ha consentito di comporre alcune pagine davvero assai belle.

Così, accompagnato come si diceva dall’orchestra di Massa e Carrara, e da alcuni solisti di livello quali il chitarrista Dominic Miller (con Sting da lungo tempo), il bassista Ira Coleman ela vocalist JoLawry(tutti diretti da Sarah Hicks) Sting ha dato fuoco alle polveri con una convincente esecuzione di “Magic” cui ha fatto seguito “Englishman in New York” tratto dall’ultimo album “Symphonicities” del luglio2010. Ineffetti il tour di Sting (che l’ha riportato anche a Roma) prende le mosse proprio da quest’ultimo CD che ripropone in chiave sinfonica alcuni dei pezzi più apprezzati e conosciuti dei Police. L’operazione era rischiosa in quanto si sarebbe potuta sostanziare in uno di quei fiaschi clamorosi che spesso si sono verificati nel mondo del jazz quando si è tentato, per fini chiaramente commerciali, di affiancare degli archi ad un grande solista (vedi Charlie Parker). Invece questa volta le cose sono andate bene dal momento che gli arrangiamenti orchestrali hanno viepiù messo in luce il lato melodico delle canzoni, riproponendole in una veste più elegante e raffinata.

E questo elemento è risaltato evidente anche nel concerto di Roma caratterizzato, tra l’altro, da una scaletta che comprendeva una sorta di enciclopedia della carriera di Sting; abbiamo così ascoltato, in rapida successione, tutta una serie di straordinari successi: da “Roxanne” a “Russians” da “Why should I cry” dedicata al padre, a “This cowboy song”… fino a chiudere la serie di ben quattro bis con “Message in a bottle”.

Anche in questa occasione non è mancato il figlio di Sting, Joe Sumner, che ha cantato con il padre “Two sisters”  e suonato la chitarra nella successiva “Next to you”.

Alla fine pubblico in delirio e Sting chiaramente soddisfatto… così come, ad onor del vero, anche il vostro cronista.

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