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Dino Betti van der Noot – “September’s New Moon”

Dino Betti van der Noot – “September’s New Moon”

Quando un musicista, compositore e direttore d’orchestra possiede inventiva, gusto e soprattutto carisma, dunque la grande capacità di aggregare una Band intorno ad un’idea musicale di fondo molto forte, può accadere che nasca un cd pieno di sorprese, di spunti, di racconti, di suoni come “September’s new Moon”, di Dino Betti van der Noot. L’ incredibile quadratura del cerchio che questo nostro eclettico eppure rigoroso artista riesce ad ottenere e’ quella di creare un substrato sonoro talmente forte e fondante da potersi permettere di lasciare ai suoi orchestrali l’ elettrizzante libertà di improvvisare tutti simultaneamente senza che il risultato sia un confuso insieme di suoni.

Anzi in realtà si percepisce un insieme di suoni che quasi miracolosamente risulta, per chi ascolta, armonico come se ogni singola nota fosse scritta.  Il che equivale a dire che, se un’idea si basa su un’armonia saldissima di fondo, l’improvvisazione può essere totalmente libera, e simultanea mantenendo e perseguendo un senso preciso ed esteticamente bello.  Così, ad esempio, assumono una valenza precisa i silenzi conseguenti ai crescendo, perche’ ogni suono per emergere si fonda sul confronto con il suo contrario.

Per ottenere questo e’ dunque necessario un senso estetico del bilanciamento e della misura che devono appartenere prima di tutto al compositore e arrangiatore, ma e’ necessario che ci siano i presupposti perche’ questi due aspetti fondamentali contagino tutti i musicisti : poiché essi sono allo stesso tempo singoli creatori di suoni improvvisati ma anche costruttori di un suono collettivo, anche nei momenti in cui non e’ la partitura scritta a creare il raccordo.  Betti van der Noot è riuscito ad ottenere il clima giusto, l’armonia di lavoro, di questo non si può che essere certi, perche’ queste condizioni esistessero.   Così ad esempio, in September’s new Moon, brano che da’ il titolo al cd, l’orchestra disegna una base ferma e onirica, nutrendola anche di poderosi momenti di improvvisazione comune, e i fiati su quel substrato creano disegni melodici liberi. Il risultato è a dir poco affascinante.

Un mescolarsi di timbri sapiente, dunque, nel quale persino la voce diventa strumento condiviso da tutti, proprio poiché portatrice di un timbro aggiuntivo assolutamente complementare al “timbro complessivo” di tutta l’orchestra (“When love fails”).  E in “A Muse in wonderland” la disciplina la destrutturazione ritmica – paradossalmente – di un lungo brano costruito con tessuto compositivo complesso, articolato, forte di una trama fittissima di relazioni equilibrate tra suoni che pure all’ascolto risultano “naturali”, evocativi di grandi e meravigliosi paesaggi terrestri ma (secondo l’inclinazione di chi ascolta) anche di stati d’animo interiori.
O ancora, se si ascolta “To Those Who Loved Us – To Those Who’ll Love Us” ci si imbatte in una suite bipartita tra un episodio sospeso, più introspettivo, più lento, con protagonista il pianoforte, per poi sfociare in un secondo episodio più energico, vitale, e concreto…. Dunque dapprima il pianoforte improvvisa su un sottofondo rarefatto ad opera dell’ orchestra, che crea una piacevole entropia quasi nostalgica;  ma, gradualmente l’orchestra stessa, trascinando anche il pianoforte, vira verso uno festoso e coinvolgente, connotato dai fraseggi della tromba e dei fiati tutti, che ricordano atmosfere alla e Oscar Valdambrini, della gloriosa e indimenticata orchestra Rai, per intenderci.  Fatto salvo l’elegante glissare, piano,  verso l’ atmosfera onirica iniziale.

Eleganza, sapienza compositiva, arrangiamenti complessi, massima libertà eppure rigore complessivo fanno di “September’s New Moon” un lavoro di così ampio respiro da non poter essere etichettato in alcun modo se non con il termine (maiuscolo obbligatorio) di “Musica”.  E ad ogni ascolto la convinzione ne esce fortemente rafforzata.

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