La complessa semplicità del e della musica colta ed un solo interprete

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Enrico Pieranunzi (foto Daniela Crevena)

Enrico Pieranunzi (foto Daniela Crevena)

Cinque bis, ben cinque bis alla Sala Petrassi – richiesti dal pubblico al termine di un concerto che pure sulla carta sarebbe potuto risultare difficile: Enrico Pieranunzi è un jazzista ma all’Auditorium il programma parlava di Bach, Scarlatti, Handel, (protagonisti del nuovo cd 1685 uscito per la ), e di Aldo Clementi, Luciano Berio, Ennio Morricone, Franco Donatoni… musica classica e arte del contrappunto ma anche il contrappunto rigoroso di grandi autori contemporanei. Musica colta dunque decrittabile solo da esperti ed  appassionati? Certamente sì. Eppure all’ per merito di Pieranunzi sono crollate (beneficamente) almeno due certezze.

La prima è quella che vuole che la musica colta (settecentesca e contemporanea) sia solo per pochi eletti… perché’ certo il pubblico dell’ auditorium è selezionato, ma non si può ipotizzare che tutti i presenti – tanti nonostante alla Sala Santa Cecilia ci fosse un mostro sacro del Jazz, Wayne Shorter – fossero musicologi, musicisti, critici musicali.  Eppure i consensi dopo un’ora di musica sono stati entusiastici.  Dunque la musica colta se interpretata non solo con perizia e virtuosismo ma con il cuore e con la volontà di arrivare al cuore di chi ascolta, è Musica, ed al di  là della complessità è bella ed nasce per essere ascoltata. E se è scritta in maniera complessa, ma è resa come dovrebbe essere sempre resa, cioè come un flusso di suoni che si librino nell’aria in maniera semplice e che esprimano qualcosa d’interiore, anche la musica “colta”, “difficile” arriva a chi ascolta non più come un groviglio inesplicabile di note adatte solo e soltanto a chi abbia gli strumenti per capirla.  E, paradossalmente, questo accade quando chi la interpreta, è talmente bravo e sensibile da vivere interiormente quei suoni e presentarli come espressione di un suo umano ed intenso vissuto interiore.  I suoni vibrano, veicolano un vissuto profondo e colpiscono il vissuto profondo di chi li ascolta.

Se ragioniamo così, capiamo anche qual è la seconda certezza beneficamente crollata per merito di Pieranunzi: e cioè la certezza che il Jazz non sia in alcun modo accomunabile alla musica colta.  Il Jazz è stato presente ed intimamente legato per tutto il concerto ad ognuno dei coltissimi compositori che Pieranunzi ha voluto interpretare… ovvero il Jazz (Pieranunzi) e Bach, Scarlatti, Handel, Clementi, Berio, Donatoni, Morricone hanno in comune anche la complessità esecutiva, la complessità armonica, la struttura di base..  Il Jazz è tutt’altro che semplice! Tanto che ancora oggi è considerato musica “di nicchia”. Improvvisare non significa certo assemblare note a caso, e improvvisare è possibile solo perché’ esiste una struttura armonico/ritmico/melodica a disciplinare l’improvvisazione.  Lo stesso Free Jazz è superamento di un qualcosa di ben strutturato.  D’altro canto, come lo stesso Pieranunzi ha sottolineato spiegando, con la sua solita amorevole e appassionata cura, la musica colta è improvvisazione: il compositore quando compone per prima cosa improvvisa.  Poi scrive.  L’affascinante connubio di due realtà musicali così apparentemente lontane fra loro, voluto e veicolato da un pianista – jazzista – musicista – compositore d’eccezione ha fatto si che tutta la complessità sonora si sia dipanata in un concerto talmente coinvolgente da sfociare in cinque, ben cinque bis… c’è’ fame di musica, e di musica di livello.  Pieranunzi ha fatto centro.

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