Girotto e Bosso (foto di Fabrizio Caperchi)

Girotto e Bosso (foto di Fabrizio Caperchi)

Innanzitutto una premessa: io ho una passione per il Latin Jazz.  Proprio per questo, quando mi trovo a un che prevede questo genere di musica, m’impongo un rigore se possibile ancora maggiore di quello che prevedo di solito: non voglio perdere l’obiettività lasciandomi trascinare da ritmi accattivanti, trovate “acchiappa applausi” e ammiccamenti di cui spesso il Latin è infarcito e di cui io stessa potrei cadere vittima presa dall’ entusiasmo. Certo la musica è anche divertimento, e con il Latin si balla… ma la musica latina è a mio parere anche potenzialmente molto espressiva e intensa e per suonarla bene bisogna essere bravi a non derubricarla a mero spettacolare dipanarsi di trovate ridanciane.

Detto questo, indossati i panni severi del critico musicale inflessibile, è a ragion veduta che posso parlare del concerto dei Latin Mood (Bosso, Girotto, Bulgarelli, Mangalavite, Tucci, Marcozzi) come di un concerto in cui mi sono “seriamente divertita”.  Molto divertimento ma musicisti seri, che non hanno ceduto a facilonerie per accattivarsi qualche applauso in più: non ce ne sarebbe comunque stato bisogno.
Quasi tutti brani originali (a firma Girotto – Mangalavite) tratti dal nuovo cd “Vamos” (che uscirà in febbraio, e che è andato a ruba nelle poche copie che i musicisti avevano messo a disposizione nella libreria dell’auditorium), connotati quasi tutti da una cura che è a monte già dal punto di vista compositivo: temi melodici semplici ma non banali, armonizzazioni jazzistiche, ritmi sudamericani in alcuni momenti anche puramente tribali.

Un mix irresistibile, e una formazione di musicisti molto bilanciata anche come “inclinazione” musicale.  Girotto e Mangalavite, jazzisti, naturalmente, argentini di nascita: la parte realmente sudamericana, ricca di stilemi appropriatamente latini.  Marcozzi, percussionista che naturalmente si trova a suo perfetto agio nello strutturare e assecondare quegli stilemi, a lui perfettamente connaturati.  Bosso, Tucci, Bulgarelli, la parte più jazzistica in senso stretto, dunque anche il rigore, le asperità, quelle positive, del jazz.  Tutti, è doveroso sottolineare, virtuosi del proprio strumento: tutti in questa serata straordinariamente espressivi e non certo sul palco per mostrare ognuno le proprie muscolari capacità.  ormai rinuncia a numeri virtuosistici fini a se stessi (nonostante sia uno strumentista prodigioso), inserendoli come “camei” con logica e senza alcuna spacconeria nel contesto musicale generale: in una serata in cui la tentazione di ammiccare al pubblico sarebbe stata altissima ha optato invece per un’esibizione complessa ma non vacua.  Ha alternato dunque momenti di lirismo, altri di espressività ottenuta con la propria bravura tecnica, e ascolto proficuo degli altri musicisti.

Javier Girotto ha fatto realmente cantare i suoi sassofoni (baritono e soprano), esponendo temi melodici  con energia, cura delle accentuazioni dinamiche, divertendo e contemporaneamente dando una lettura molto profonda e lirica di temi melodici anche semplici, evitando ogni banalizzazione.  Natalio Luis Mangalavite se da un lato ha portato tuttala sua Argentina negli accordi e nella sincopazione ritmica della mano sinistra, ha disegnato soli che si sono distinti per un poetico minimalismo di accenni della mano destra, e ha cantato, anche, riportando un po’ alla memoria quella vocalità dolce e “narrativa” dei Buena Vista Social Club.  Lorenzo Tucci, batterista che sa unire una tecnica perfetta a una sensibilità musicale raffinata, è stato artefice consapevole, determinato e fantasioso di un groove di altissimo livello jazzistico, mostrandosi a suo perfetto agio nei dialoghi e impegnandosi in soli di difficoltà funambolica ma di scorrevolezza e gusto notevoli.  A scambiare battute con la in episodi divertenti e pieni di idee e stimoli reciproci c’erano le percussioni di Bruno Marcozzi.  Irrefrenabile eppure attentissimo alla grande melodicità’ che i propri strumenti permettono: il risultato è stato estremamente positivo, e Marcozzi ha dato il colore fondamentale a un repertorio che necessitava proprio di quel tocco, connotato ma non da “cartolina sonora”.  Bulgarelli dal canto suo è stato versatile e ha mostrato la capacità di sapersi rapportare con gli altri in ogni momento con creativa precisione, sia negli assoli sia nei momenti in duo che in trio che in quelli di massimo spessore e volume.

Si può far divertire avendo la disinvoltura che proviene semplicemente dal saper suonare: e, infatti, chi era all’auditorium si è (seriamente) divertito.  Con una difficoltà: provate voi ad ascoltare un concerto simile incastonati nelle serissime sedie della sala Petrassi…! Quasi impossibile cedere all’ineluttabile e gioiosa impellente  voglia di ballare che i Latin Mood sono riusciti a provocare: chi era presente sa di cosa parlo.

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