Roma, Auditorium Parco della Musica, 21 marzo 2012

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Dino Saluzzi

Dino Saluzzi

Sono le 21.00 inpunto quando Dino Saluzzi, suo fratello Felix e Anja Lechner compaiono sul palcoscenico della sala Petrassi. Ad accoglierli c’è una sala non gremita, ma in fremente attesa del concerto. E’ lo spagnolo la lingua più parlata nel parterre, ma questo Saluzzi non lo sa. Utilizzerà l’italiano e a volte un po’ d’inglese per parlare della musica, del tango, della cultura andina e della spiritualità che è alla base della buona musica. L’atmosfera è rilassata, da riunione di famiglia. I tre musicisti sembrano essere nel salotto di casa propria, rilassati e sorridenti. Mancano solo caffè e mate. Il trio bandoneon, sax e violoncello comincia a intrattenere gli ospiti. La musica nasce poco a poco, crescendo dal , costruendosi via via in spirali da cui emergono spunti melodici. Il tocco è impressionista, il tango è presente ma nella sua essenza più intima e spirituale, più che nella sua forma “terrena”.

Marco Giorgi
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Ci torna alla mente Borges quando scriveva di ricordare il suo quartiere Palermo, prima di perderela vista. Quelricordo racchiudeva l’essenza di un quartiere che in cinquant’anni si era completamente trasformato nelle costruzioni, nelle vie, nei negozi, nei vestiti della gente, ma che manteneva salda la sua matrice culturale. Così del tango dei Gardel, dei Pugliese, dei Canaro, e anche dei Piazzolla rimane solo l’essenza spirituale che Saluzzi sa cogliere e riproporre in forma rarefatta e sublimata. La piccola formazione con cui Saluzzi si esibisce, accompagnato dal violoncello e alternativamente dal sax tenore e dal clarinetto, rimanda al tango dei postriboli, dove flauto e violino e solo successivamente fisarmonica e bandoneon erano gli strumenti principali. Il violoncello della Lechner evoca la nostalgia delle cose perdute, il bandoneon di Saluzzi suona talvolta senza emettere alcun suono, scandendo il ritmo con la sola percussione dei tasti, il sax o il clarinetto disegnano melodie a pastello. Saluzzi dopo i brani introduttivi comincia a parlare. I suoi discorsi sono come la sua musica, sospesi tra cielo e terra, spesso non conclusi, ma non per questo difettano di trasmettere immagini. Annuncia Flor de Tuna dicendo che quello che eseguirà è la sua idea della musica delle Ande, un luogo che non riesce “a promozionare la sua cultura”. E’ questo, idealmente, il brano che chiude la prima parte del concerto, quella maggiormente astratta, e che introduce una sezione in cui Saluzzi rivisita le forme classiche della milonga e del tango. Prima di eseguire ”Ojos negros”, in con suo fratello Felix al clarinetto, Saluzzi si sofferma a parlare di Vincente Greco che trasformò il tango da ballo in una forma musicale intrisa di spiritualità e poi, prima di eseguire Soledad, ricorda di come Gardel leggendo il testo del tango, rivoluzionò completamente la melodia, utilizzando la tecnica del “rubato”. “Recuerdos de Bohemia” di Enrico Delfino è lo spunto per parlare del ricordo, concetto che Saluzzi sottolinea anche al termine del brano. Poi, in conclusione di concerto, Saluzzi affronta il tema di cosa sia la buona musica. Per lui la soluzione del problema è semplice. Buona musica è quella che promana dallo spirito, è quella libera da qualsiasi costrizione, quella consola l’uomo dalle sue traversie terrene.

Fioccano le richieste di bis che Saluzzi concede due volte. La terza volta che rientra sul palcoscenico è solo per salutare il pubblico al grido di “viva la melodia!”.

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