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Jason Moran (foto Luciano Rossetti)

Jason Moran (foto Luciano Rossetti)

Si è conclusa all’insegna della varietà la 34’ edizione di Bergamo Jazz, che per la prima volta dopo anni di direzione artistica di Paolo Fresu ha visto come patron, applauditissimo anch’ egli, Enrico Rava.
Come il suo predecessore sempre presente sul palco a presentare tutti i concerti (numerosi) del festival, Rava ha presentato un programma che ha spaziato proficuamente tra jazz classico, sperimentale, musica tradizionale, artisti affermatissimi e nuovi giovani talenti, in una maratona che ha potuto dunque accontentare ogni tipo di aspettativa in un pubblico che è sembrato molto preparato e aperto a ogni tipo di suggestione.
Daniela Floris ha seguito tutti i concerti in programma, perdendo con dispiacere solo quello di apertura del tubista Oren Marshall.

Gerlando Gatto

Teatro Donizetti, venerdì 23 marzo, ore 21
Jason Moran: un istrione dalle potenzialità espressive nascoste

Jason Moran ha swing, una bella tecnica pianistica, ha ascoltato e metabolizzato molto jazz. Ha un tocco particolare specialmente della mano destra – incisivo, secco, intenso anche nei volumi bassi. Ha gusto nel proporre temi melodici, che fa viaggiare proficuamente lungo la tastiera mescolandoli e mimetizzandoli in mille modi (come accaduto in “Body and Soul”, ad esempio). Ha anche fantasia, Moran, e gioca sulla registrazione della voce del grande Fats Waller, proposta “a loop”: improvvisa, inizialmente riproponendo quel frammento melodico, poi sviluppandolo e infine ritornandovi su. Allo stesso modo si concentra su Thelonius Monk: ne afferra temi melodici, anche frammenti di essi, vi si dondola a lungo per poi procedere di nuovo in avanti. E’ un piacevole “stilista della musica”, che si diletta a rimescolare le carte delle sue passioni jazzistiche. Persegue, estemporaneamente, una continua di suoni accattivanti più che un’espressività profonda. E’ un divertente e divertito intrattenitore, non esente da momenti più introspettivi, che si mantiene giocoso anche nel caso di dissonanze più aspre, che contrastano sempre però con momenti di omaggio al mainstream, o persino al dixieland. Una cura quasi estetizzante del viaggio musicale che cambia inaspettatamente registro quando appare la voce di Billie Holiday. Qui Moran procede quasi in punta di piedi, dolcemente: sembrerebbe, il suo, un omaggio quasi commosso, che sfocia in momenti di “pianissimo” molto intensi e lirici. Questi minuti notevolmente vibranti dedicati a Lady Day sono i più profondi ed espressivi di tutto il concerto. Poi Moran riprende a giocare, persino con un campanaccio sfregato sulla meccanica del pianoforte, suoni di corde che s’intrecciano le corde registrate di una blues.
La dimensione del gioco, dell’accattivante trovata che stupisce e diverte, la conoscenza stilistica di tutto il jazz ascoltato fanno di Jason Moran un musicista interessante, piacevole, fantasioso e dalle mille risorse formali e stilistiche: tutti aspetti positivi che vanno, di contro, ad assottigliarne lo spessore espressivo, che pure ha fatto capolino proprio nel su citato omaggio a Lady Day… un lato più nascosto che ci si augura di esplorare in futuro perché è apparso notevolmente intenso.

Fresu - A Filetta - Di Bonaventura (foto Luciano Rossetti)

Fresu - A Filetta - Di Bonaventura (foto Luciano Rossetti)

Teatro Donizetti, venerdì 23 marzo, ore 22,30
Paolo Fresu, Daniele Bonaventura, A filetta
L’emozionante incontro tra il nuovo e l’antico

Va dato atto a Paolo Fresu di essere un musicista di grande apertura mentale, ed anche di essere permeato da quel garbato coraggio che permette di aprire le porte a realtà musicali che pur vicine ci appaiono totalmente nuove, come quella della Corsica, isola ancora oggi per molti versi culturalmente per noi misteriosa, seppur così geograficamente vicina. Il fascino della musica è essere potenzialmente infinita nel nuovo “prossimo” che ci aspetta, ma anche nelle antiche tradizioni del mondo. Ed è potenzialmente infinita anche nell’incontro tra il nuovo e l’antico.
Questa magica interazione tra antico e nuovo è andata in scena sul palco del Donizetti, nei suggestivi intrecci sonori tra il Coro A Filetta, la tromba ed il flicorno di Paolo Fresu, e il bandoneon di Daniele di Bonaventura. Non si può parlare di Jazz in senso stretto, salvo che non si faccia riferimento alla capacità del Jazz di riformularsi in contaminazioni con ogni tipo di musica. In questo caso il pubblico di Bergamo Jazz ha potuto ascoltare un coro polifonico di sette elementi, moderno, tripartito su tre voci, che pur eseguendo quasi esclusivamente brani originali ha strutturato la sua musica (di stampo sociale e religioso) su antichissime strutture armoniche e stilistiche tradizionali. Suoni che hanno una forte componente sonora mistica, e che Fresu ha gradatamente intrecciato nel tempo con i suoni della sua tromba e del bandoneon di Daniele Bonaventura fino ad arrivare al definitivo progetto che si è ascoltato qui a Bergamo Jazz. Bisogna da subito sottolineare che Fresu e Bonaventura si uniscono a questi sette straordinari cantori con un grande rispetto e senza fagocitarne o snaturarne neanche un passaggio armonico o una nota. Il bandoneon di Bonaventura riesce persino ad apparire come un ecclesiastico, sia come suono sia come arrangiamento, e la tromba di Fresu accarezza cadenze classiche o fraseggi assolutamente connotati a quel tipo di atmosfera. Il coro a Filetta lo si ascolta rapiti in quel suo sistema armonico per noi nuovo, inusuale: ma non così diverso da lasciarci interdetti. Si viaggia costantemente sul filo del rasoio di musica per noi strana ma non estranea, “quasi” a noi vicina, e in quel “quasi” è il fascino che lascia ipnotizzati per innegabile bellezza. La voce solista di Jean-Claude Acquaviva è affascinante, il coro costruisce polifonie mirabili, e forse la tromba e il bandoneon sono il tramite tra queste sonorità così vicine a noi eppure così “quasi” diverse, e il pubblico, che ne ascolta il progredire. Quando “A Filetta” tace, i duetti fra tromba e bandoneon sono costruiti su quell’atmosfera malinconica, ancestrale, evocativa, ma anche sanguigna e a volte lenta, in una continuità che tende mantenere integra l’atmosfera sonora per tutta la durata del concerto. Sembra di scorgere musica rinascimentale profana, religiosa, etnica, contrappunto, il Jazz certamente, persino la musica balcanica, ma si rinuncia quasi subito a cercare dei riferimenti: ci si lascia trascinare in questo procedere di suoni incredibilmente nuovi e antichi allo stesso tempo.
Un’esibizione un po’ meno lunga forse avrebbe giovato al concerto, per lasciarne intatto l’impatto di forte affascinata suggestione. L’atmosfera mistica e solenne così uniforme, negli ultimi minuti ha spento un po’ lo stupore iniziale che sarebbe stato bello mantenere invece vivo lasciando ancora la voglia di ascoltare. La musica tradizionale è ricca di piccole varianti percepibili solo da orecchie esperte o appartenenti a quello stesso mondo di provenienza, e il rischio è che a lungo andare essa sia purtroppo percepita come “monocorde”: il che è lungi dall’essere vero, naturalmente.

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