Presentato alla Casa del l’album “Zenzi” a tribute to Miriam Makeba

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Dino Rubino

Dino Rubino

Trentunenne, siciliano di Catania, Dino Rubino è di sicuro una delle personalità più affascinanti e convincenti del nuovo panorama jazzistico nazionale. Musicista di grande personalità, Rubino possiede una peculiarità che pochi altri hanno: suonare altrettanto bene, con originalità e padronanza tecnica, due strumenti totalmente diversi come il pianoforte e la tromba. Strumenti che a sentir lui, non lo abbandonano mai e tra cui, di conseguenza, è impossibile scegliere; anche alla domanda precisa, “quale strumento preferisci”, Rubino non può rispondere. E la cosa ancor più stupefacente è che ascoltandolo suonare i due strumenti, si ha quasi la percezione di due artisti diversi: raffinato, elegante, con un tocco squisitamente delicato, quasi minimalista quando suona il piano, irruento, dal fraseggio assai articolato, con un bel suono pieno e rotondo quando si esibisce con la tromba o il flicorno.

E tutte queste doti sono risaltate evidenti nel concerto che il musicista siciliano ha tenuto alla Casa del Jazz di Roma il 30 aprile scorso per presentare l’album “Zenzi” tribute to Miriam Makeba. Sul palco il trio che ha registrato l’album, vale a dire oltre a Rubino al piano, Paolino Dalla Porta al , e alla batteria, come a dire due grossi calibri del jazz made in Italy.

E ancora una volta si è confermato il vecchio detto “l’assente ha sempre torto”.

In effetti i tre hanno offerto al purtroppo scarso pubblico presente un’ora e mezzo di musica di estrema gradevolezza e una tantum anche di grande livello. Tratti dall’album hanno eseguito “Malaika” e “Papa Papa”, provenienti dal repertorio di Miriam Makeba cui sono stati affiancate alcune composizioni di Rubino quali “From Sicily”e “To Africa” legate in una piccola deliziosa suite, e standard quali “How deep is the ocean”. Qualunque fosse il pezzo interpretato, il trio funzionava a meraviglia: Rubino guidava le danze con un pianismo di grande efficacia , trascinante senza esagerare, facendo quasi levitare le note in una sorta di bolla sonora in cui qualsiasi altra nota sarebbe parsa fuori posto; così mentre la destra disegnava agili linee tematiche, la sinistra pensava a trarre dallo strumento preziose armonizzazioni. Dal canto loro i due partners si confermavano strumentisti di livello internazionale. Paolino Dalla Porta, non lo scopriamo certo oggi, è bassista capace di “aprire” la musica verso direzioni più ardite e così spesso le sue sortite hanno evitato il sia pur minimo pericolo che la musica si adagiasse sulle comode sponde del mainstream mentre Stefano Bagnoli, batterista di rara precisione, ha saputo condire il tutto con un filo d’ironia che mai guasta.

Un bis con Rubino al flicorno ha suggellato un concerto davvero entusiasmante, uno di quelli che quando finiscono ti dispiace sinceramente.

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