Intervista con il pianista campano dopo l’uscita del suo ultimo album in piano solo

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Vittorio Mezza

Vittorio Mezza

E’ uscito in questi giorni, per l’Abeat Records, l’ottimo album di Vittorio Mezza, “Life process”. Si tratta di un piano solo con cui il pianista campano evidenzia la raggiunta maturità di un musicista perfettamente consapevole delle proprie possibilità e quindi dei risultati che intende raggiungere. E proprio sul significato di “Life process” e più in generale sul modo di intendere il jazz lo abbiamo lungamente intervistato.

Lei può vantare un’ottima preparazione di base: cosa l’ha spinta verso il jazz e quale ritiene sia stato, per Lei, l’insegnamento più significativo?
“Sicuramente durante il percorso di studi al Conservatorio ho sempre pensato alla musica in senso più generale, scrivendo piccole composizioni e, pian piano, iniziando ad improvvisare al pianoforte e alle diverse tastiere che man mano alternavo. Da ragazzo, in realtà, ho sempre sentito l’esigenza di non fermarmi solo alla musica classica, per cui affiancavo ad essa il rock, la progressive, il pop e, appunto, il jazz. La spinta all’approfondimento è stata dovuta sicuramente alle possibilità che iniziavo ad intravedere nel jazz, nelle sue forme e linguaggi: grande libertà creativa, sviluppo di un personale linguaggio improvvisativo, interazione incredibile con gli altri musicisti, fascino dell’intrascrivibilità stessa dell’improvvisazione e dei vari paramenti relativi al suono – musica audiotattile -, tutte caratteristiche peculiari di questa musica. Perciò, non restava altro da fare che assicurarsi di convogliare il bagaglio acquisito negli anni di studio della musica classica nella dimensione di una nuova esperienza, per non disperderlo e inutilizzarlo (come spesso accade a molti musicisti che si cimentano col jazz o con altre musiche). L’insegnamento più significativo, oltre a quello dell’ascolto dei dischi, risiede nel tentativo di riuscire – anche solo in parte – a trovare la strada per conoscersi attraverso la musica, tirando fuori le motivazioni e le emozioni giuste – mettendosi in gioco senza certezze, rischiando per vincere -, con la consapevolezza dell’esperienza e degli obiettivi da raggiungere, parallelamente allo scorrere della vita, insieme alle esperienze professionali sia in Italia che all’estero”.

Partendo da queste premesse, pensa che si possa insegnare il jazz?
“Sicuramente sì. Il jazz, a mio avviso, è una forma d’arte che deve essere in qualche modo ‘passata’ e acquista una forza crescente proprio nello scambio e nell’interazione più alta con l’altro. Quindi, da un lato vi è la necessità di uno studio – anche rigido, mirato e costante – per costruire delle solide basi mentre, dall’altro, troviamo il contatto diretto con i musicisti che trasmettono più di ogni libro: il linguaggio jazzistico nasce dall’interazione profonda delle parti al di là dell’esecuzione di una forma. Gli Americani hanno strutturato da anni percorsi di studi per il jazz, cristallizzando i linguaggi e sviluppando metodologie ad hoc per una solida formazione totale. A ogni modo, pur non raggiungendoli ancora sotto vari punti di vista, anche in Europa – e soprattutto in Italia – vantiamo ormai da tempo un ottimo livello di preparazione”.

E veniamo all’ultima sua fatica discografica. Innanzitutto i miei più sinceri complimenti perché si tratta di un album, davvero eccellente. Lei arriva al piano solo dopo un’attività discografica non particolarmente intensa anche se di qualità. Cosa l’ha spinta ad intraprendere questa difficile prova?
“Grazie per i complimenti, soprattutto se è Lei a farli. Nei dischi precedenti suono in duo, trio e quartetto poiché amo molto sia il ‘riserbo’ che le possibilità intrinseche alle piccole formazioni. Il piano solo è un po’ un’esplorazione del sé, la focalizzazione di un rapporto – non dico un resoconto ma quasi – intimo e personale con lo strumento; rappresenta un momento di forte spinta emozionale e di stimolo ad andare avanti nel percorso musicale, con un tipo di comunicazione senza dubbio diversa dalle altre formazioni che, probabilmente, innesta un senso di maggiore responsabilità, coerenza e verità: chi o che cosa sono da solo, nudo, senza il filtro interattivo dell’altro. Forse, in un’ottica così globale, tra velocità e crollo della socioeconomia, sembra strana persino l’idea di proporre un piano solo. Credo che il senso di questo lavoro vada cercato nella voglia di sfida, di continua di un equilibrio e nel rinnovamento di quello che sembra perpetrarsi come un ‘rapporto di solitudine strumentale’ – spesso incondivisibile – che ogni musicista può vantare”.

Il titolo del disco ha una ragione particolare?
“Sì. Life process intende la musica come processo di vita: due dimensioni inscindibili che danno senso, coerenza e struttura ad un percorso artistico. Per cui l’essere stesso si compenetra ogni attimo in questo processo – forse irreversibile – al di là di ogni sua singola scelta quotidiana”.

Parliamo del repertorio: lei alterna cinque originals a cinque composizioni per altro non omogenee: quale criterio ha seguito nello scegliere i pezzi? In particolare perché ?
Per quanto concerne le mie composizioni, si tratta di materiale piuttosto variegato: da brani più timbrici ad altri più incalzanti o melodicamente intensi etc. etc. Ma proprio questa convergenza con gli standards, diramandosi su una sottile linea di sospensione comune, credo ci restituisca lo sforzo di un’unica visione d’insieme, cosa tra l’altro non sempre facile da raggiungere. Veniamo a “Quando” di Pino Daniele. E’ un brano che sin dal primo momento ha catturato la mia attenzione e non solo; l’ascoltai da ragazzo durante un film dello straordinario Massimo Troisi rimanendone profondamente colpito. Dopo circa vent’anni ho maturato la consapevolezza che avevo atteso il momento giusto per farne una mia versione, nata questa semplicemente dalla disarmante embrionale bellezza melodico-, vero abbrivio per lo sviluppo del percorso improvvisativo”.

A conti fatti ritiene più soddisfacente suonare in trio o in piano solo?
Beh, sono due dimensioni diverse, anche se entrambe intime: il trio, luogo misterioso, formazione da camera, in cui intrecci di voci si fondono in un unico flusso dal sottile e fragile equilibrio, pronto a sgretolarsi alla minima esitazione o, al contrario, ad acquistare una coesione naturalmente magica che irradia una forza stupefacente; il piano solo, puro, con una grande orchestra di tasti a disposizione, da controllare, da dosare in maniera alchemica, senza poter contare su nessuno altro all’infuori di se stessi: lo strumento come un bestia da domare – così scrivo nelle righe della leggenda all’interno del booklet – che può in qualsiasi momento far crollare tutto quello che si è costruito, ma che può regalare un’apertura dimensionale che rasenta, a tratti, quella del demiurgo”.

Che tipo di accoglienza pensa avrà il suo album tra i critici e il pubblico, fermo restando che solo di rado le due valutazioni coincidono.
“Innanzitutto mi auguro che piaccia sia agli uni che agli altri. Quando si lavora con onestà, sacrificio, determinazione e una forte spinta motivazionale credo che ci siano già tutte le premesse per raggiungere risultati confortanti, al di là dei gusti. Mi piacerebbe che la gente avesse un approccio all’ascolto diverso, libero e senza barriere, e che potesse trovare nella mia musica qualcosa di vero, come lo è stato per me il tempo trascorso nel tentativo di affrontare questo lavoro con responsabilità, senso di sfida e ricerca”.

Come valuta l’attuale situazione del “mercato” jazzistico italiano?
“Oggi in Italia ci sono tantissimi ottimi musicisti che purtroppo stentano a svettare, c’è chi resta e chi preferisce vivere all’estero per cercare di svolgere al meglio la propria attività. Cionondimeno, vi è una notevole proliferazione di Jazz Festival e rassegne in ogni angolo della Penisola e, anche se in maniera più ridimensionata rispetto al passato, la sensazione è che la maggior parte dei concerti cosiddetti ‘importanti’ continuino ad essere appannaggio soprattutto dei musicisti delle vecchie generazioni. Questo favorisce un riversamento nell’ambito dell’attività didattica di quei musicisti che fino a qualche anno fa non consideravano nemmeno l’idea dell’insegnamento e che ora continuano a penalizzare quelli più giovani ma in un altro settore, quello scolastico. Del resto attraversiamo un delicato momento storico e, ancor di più rispetto al passato, solo chi crede nel proprio lavoro e non molla mai può aspirare a fare la differenza”.

Tra le sue tante esperienze professionali, ce n’è una che Le è rimasta particolarmente nel cuore?
“Ce ne sono state diverse. L’apertura al Wayne Shorter Quartet al Festival di Roccella Jazz o il piano solo nell’ambito del Montreux Jazz Festival in Svizzera, entrambi nel 2005; o l’esperienza americana con i concerti in USA e Canada nel 2009: è indescrivibile quello che si prova suonando, condividendo e dando tutto se stessi nella propria musica, così lontano”.

Ha già in mente qualche nuovo progetto?
“Innanzitutto mi piacerebbe intraprendere un tour in piano solo – andrò in Africa dopo l’estate per una serie di concerti – e iniziare a pensare magari ad un secondo disco in trio (il primo è stato edito nel 2010 dalla Abeat Records, con Massimo Moriconi al contrabbasso ed Ettore Fioravanti alla batteria) formazione a me cara. Poi, per questa estate, c’è un progetto con il grande saxofonista tedesco David Milzow; ci siamo conosciuti a New York – eravamo gli unici due europei in un contest internazionale – e, tra vari discorsi, in piena comunione di intenti, abbiamo deciso di dar vita ad una collaborazione italo-tedesca piuttosto sui generis”.

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