Intervista con il leader di Enten Eller dopo l’uscita dello straordinario Exstinzione

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exstinzione“Exstinzione” è un titolo amaro, che parla di un processo di progressiva, inizialmente impercettibile ma via via crescente e dunque inesorabile decadenza. Per Enten Eller (Mandarini, Brunod, Maier, Barbiero) la decadenza coincide con quella della società industriale in cui sono cresciuti e di cui hanno visto la fine, forse annunciata, forse voluta. Eppure, allontanandosi dalla specifica realtà territoriale, nell’ estinguersi c’è un che di naturale, di fisico, di ineluttabile. E ascoltando questo doppio cd, registrato live a Banchette durante l’ Open Jazz Festival del 2012, voi ascolterete tutto il dolore dell’ estinguersi e soprattutto dell’ assistere quasi impotenti all’ estinzione di organismi che lentamente erano arrivati al loro massimo di efficienza e perché no, di bellezza.

Ma ascoltando “Exstinzione” voi ascolterete anche l’ impellenza di quell’ istinto naturale di conservazione che – durante la fine di una vita, o di una specie, o di una realtà – non può che emergere, vibrando, in una ineluttabile e pressante ed imminenza di rinascita. Un vitale avvicendarsi di cicli opposti che vedono l’ apparire di sempre nuovi organismi, diversi ma vibranti di impulsi. Non può che essere così, perché in “Exstinzione”, in queste note registrate in un concerto dal “vivo” non si sente morte e distruzione: ma nostalgia, dolore e volontà di creare di nuovo. Questa volontà, che è più che una speranza ma una istintiva e benefica e forse inconsapevole fiducia, trapela dall’ energia che scorre potente tra i musicisti sul palco: trapela dalla loro musica e anche dalle parole che si alternano ai brani suonati, che raccontano, così come la musica racconta. Ci vuole energia per morire, poiché solo una volta morti l’ energia cessa di esistere: ma ce ne vuole tantissima per nascere, o rinascere come “nuove specie” dopo un’ estinzione. E quella che ascolterete in questo cd è troppa per non essere l’ energia “fondante” che spesso, o sempre, è propria della cultura, e della musica: è da esse che è possibile la ripresa.

Ma , stante la forza della cultura e della musica, le altre forze presenti nell’agone sociale permetteranno davvero questa rinascita? E servono le battaglie per assicurare ancora un minimo di sopravvivenza all’arte in questo nostro Paese?
“Dipende – risponde amaro Massimo Barbiero – È inutile dire che se i contenuti per cui ci si batte sono sinceri, sarei ovviamente d’accordo con queste battaglie; le cose cambiano quando si ha la sensazione che troppo spesso l’alzare la voce, organizzare manifestazioni serva solo se a mettersi in mostra magari a futura memoria”.

Massimo Barbiero (foto Luca d'Agostino)

Massimo Barbiero (foto Luca d’Agostino)

Mi stai dicendo che oramai è tutto inutile o quasi?
“Non proprio… ma volevo proporti una riflessione, porre la questione di uno stato che non sostiene l’arte e la cultura, la musica jazz….quel che rappresenta il jazz…libertà e tutto quello che ne deriva, non è forse sin troppo facile davanti a questa classe politica? Che da oltre venti anni ha un livello che rasenta l’analfabetismo ? Che porta Allevi in parlamento…..Che avalla la cultura in tutte le sue forme solo come intrattenimento…..e questo da Berlusconi ai Monti passando per quella Sinistra radicalchic che non distingue Jarrett da Allevi….che confondeva Claudio Lolli con Venditti…”

Massimo Barbiero (foto Luca d'Agostino)

Massimo Barbiero (foto Luca d’Agostino)

E su questo hai perfettamente ragione…anzi il cahier de doleances potrebbe continuare molto a lungo e sarebbe fin troppo facile. Basti considerare la vera e propria macelleria sociale in atto senza che alcuno osi sollevare il problema. Ma noi ci occupiamo in promo luogo di musica e dunque dobbiamo capire, tutti insieme – musicisti, critici, organizzatori, operatori di settore – in che modo invertire la tendenza. Darsi per vinti a mio avviso è sempre sbagliato…
“ Ok, allora mettiamola giù in questo modo: adesso finalmente i musicisti cominciano a lamentarsi ma dove erano tutti questi jazzisti in questi anni, è possibile una passività simile….un’assenza di senso politico ? Non c’è l’ho con nessuno in particolare, ma oggi ascoltavo “Freedom now suite”, e nemmeno in Europa mancavano artisti che davano un senso al loro lavoro, penso alle composizioni di Gaslini o Liguori… E sia altrettanto chiaro non credo che si debbano fare le rivoluzioni suonando o alzando il pugno, spesso chi lo ha fatto aveva i suoi interessi….”

Su questo campo mi trovi perfettamente d’accordo. L’artista deve ovviamente pungolare, criticare il potere ma deve farlo attraverso la sua arte non facendo comizi…così personalmente detesto quanti, prima di cominciare a suonare, ci propinano il solito discorsetto spiegandoci che la loro musica è diretta contro questo o quest’altro. Ad esempio il discorso che tu fai con “Exstinzione” è è perfetto sotto questo aspetto e soprattutto risulta del tutto coerente con quanto vai dicendo da sempre…
“ Ecco; hai toccato un altro punto dolens: dopo l’uscita di “Exstinzione” ci sono tutte queste recensioni entusiaste, dal Corriere della Sera con Sessa ad Alias di Onori….ne saranno uscite 30 in tre mesi….ovviamente sono contento…ma…. questo stupirsi che ci sono dei “contenuti” non è paradossale ? Non dovrebbe essere normale per questa musica….avere dei contenuti. O ci si è abituati ormai, anche quelli bravi, bravissimi….che è meglio intrattenere, una sorta di zio tomismo bianco….”

Massimo Barbiero (foto Luca d'Agostino)

Massimo Barbiero (foto Luca d’Agostino)

Credo proprio di sì: basta vedere come si comportano alcuni jazzisti che pure sono davvero bravi, anzi bravissimi come dici tu
“Capisci… voglio dire che per avere diritti ci si devono assumere anche dei doveri….delle cose da dire… i progetti devono essere tali non pensati su misura per esser venduti…”.

Il mercato, altro problema gravissimo per la musica Jazz. Tu forse ricorderai un mio editoriale in cui denunciavo la situazione paradossale in cui versa oggi il jazz italiano.
“Certo… e lo condivido in toto . Ribadisco non c’è l’ho con nessuno in particolare, ma c’è un’onda di superficialità impressionante, ne abbiamo discusso anche al convegno ad Ivrea recentemente con Sessa e Pollastri e concordo che si può essere anche solo poeti suonando, penso a Chet Baker, Coltrane, Miles….ma tutti questi artisti denunciavano qualcosa, con la loro musica interpretavano i tempi che vivevano…senza assumere le posizioni più forti di Roach o Shepp… ma la distanza tra loro non era così estrema…anzi…. Oggi non c’è, salvo rari casi, né l’uno né l’altro….Non è per fatto personale ma per scendere sul concreto: raccolgo elogi da anni, ma suono pochissimo, non parlerò certo a te del rapporto che la critica “illuminata”del jazz d’Italia ha con simili spinosi argomenti ….ma credi che sia in grado questa “critica” di cogliere un simile dibattito o una riflessione sul senso del jazz come ricerca (non di avanguardia) ricerca intima, politica, filosofica….?Pensi che sappia ancora quale sia il suo “ruolo”, politico, estetico, filologico…sociale…o si sia trasformata in descrizioni di concerti aperitivi, e di redazionali travestiti da articoli…..credi veramente che ricordino le “motivazioni” di quella musica di cui scrivono, di Leroy Jones (Amiri Baraka)o di “Free Jazz. Black Power”,certo va tutto contestualizzato reso attuale…ma come direbbe Gaber…”non vedo proprio nulla che assomigli al vero” Insomma io penso che se si deve parlare di un musicista si deve parlare della sua musica di cosa racconta, se racconta qualcosa….Non solo della sua tecnica, di quanto è carino o veloce a far le scale…”.

E come dargli torto?

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