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PIER RAFFAELE PLATANIA SIRACUSA

PIER RAFFAELE PLATANIA SIRACUSA

Pensate ad un sassofonista Jazz, uno di quelli che da trent’ anni non solo suonano, ma studiano, viaggiano, si affermano negli Usa, spariscono temporaneamente per scelta, ma rimangono jazzisti fino al midollo.  Pensate ad un altro sassofonista, un mito:  Art Pepper, scomparso nel 1982, indimenticato ma anche pericolosamente in bilico sulla china di quell’ oblio strano, inspiegabile, che colpisce alcuni grandi del Jazz e che a volte non perdona.

Ora unite questi due uomini con un filo neanche tanto invisibile. Il primo si mette sulle tracce del secondo, e contattando  la sua vedova ne recupera i manoscritti. Incontra i musicisti che suonavano con lui  e realizza “Pepper Legacy”: ovvero la musica di Art Pepper suonata con i musicisti di Art Pepper e basandosi sui manoscritti di Art Pepper. Ma interpretandoli secondo la propria passione, la propria intensa anima di artista.  Gaspare Pasini è quel sassofonista, e qui di seguito ci racconta il suo sogno realizzato: concerti in giro per l’ Italia e un Tour ancora da completare tra la primavera e l’ estate.  Il Jazz è fatto , per fortuna, anche di storie come questa che vedrete qui sotto raccontata, con tutti i particolari.

-Caro Gaspare, prima di parlare del tuo progetto “Pepper Legacy”  abbiamo bisogno che ci parli di te: ci fa comprendere meglio il perché del tuo profondo interesse verso Art Pepper.

“ Domanda facile, risposta difficile. Sono nato nel 1958, a sette anni ho iniziato a suonare la batteria – senza studiarla, in realtà – e a 14 anni sono entrato nel mondo del jazz.  Art Pepper ha accompagnato “ live “ i miei esordi, all’epoca privati e personali, con il contralto nel 1976 ( ma il sassofono mi aveva già stregato a tre anni, quando lo vidi per la prima volta in TV ): seguendo  la lettura di “ Musica Jazz “ compravo i dischi – che spesso mi arrivavano su espressa ordinazione – di questo gigante redivivo il cui ritorno sulle scene faceva grande notizia in tutto il mondo. E così, assieme alle magnifiche e doverose scorpacciate di Parker, Coltrane, Ayler, Shepp, Hodges, Coleman, Mc Lean e Barbieri, Pepper prese un posto speciale dentro di me. Forse la vicenda romanzesca della sua vita e il mito della riscossa che incarnava fecero buona presa sullo spirito “ sturm und drang “ di un giovane pieno di studi umanistici, ma di certo il fatto che  i dischi che comperavo fossero freschi di registrazione rendevano la cosa  attuale e quindi intrigante: un mito vivo, un mito che diffondeva il verbo del suo tanto sapere e del suo immenso sentire nei teatri di tutto il mondo mi ricordava l’idea che i greci avevano degli dei – entità divine ma in carne ed ossa che interagivano con il mondo terreno -. Il suono del suo ultimo periodo era spesso sofferto (a volte urlato) ed i sovracuti completavano un bagaglio espressivo vicino a quello utilizzato nel free, al quale avevo dedicato non poco ascolto”.

-Art Pepper è stato uno di quegli artisti giganteschi che però sono sempre sul filo del rasoio tra la mitizzazione e l’ oblio.  Cosa ti ha folgorato di lui come musicista?  “L’esposizione del cuore. Ascoltare l’ultimo Pepper (1975 – 1982) significa ascoltare l’uomo prima del musicista: è come se davvero lui con lo strumento parlasse un gergo umano ancor prima che musicale, come se la mediazione del pentagramma fosse un dettaglio superato all’atto stesso dell’emissione del suono, come se il suo fosse un linguaggio diretto e primordiale immediatamente comprensibile da ogni essere vivente. L’immediatezza della sua comunicazione, tanto nelle ballad più sofferte che negli up tempo più stringenti, è un miracoloso pugno allo stomaco che ci fa ricordare e desiderare di essere più che mai vivi. Dal punto di vista più strettamente musicale, oltre che  dalla sua enciclopedica  preparazione tecnica – forse maggiormente evidente nella sua fase giovanile – sono sempre rimasto affascinato dalla costruzione melodica che non prescinde mai da una solida base blues ( non a caso ne ha scritti ed eseguiti tantissimi ); se ci aggiungiamo poi il suono che aveva…

-Nel Jazz non facciamo che trovarci davanti ad “omaggi” e tributi, ma in “Pepper  Legacy” si intravede qualcosa di più che un semplice riproporre musica… spiegaci in cosa consiste il tuo progetto.

“Il mio progetto non e’ un progetto musicale ma il progetto della realizzazione di un sogno musicale: il sogno della mia vita. Quando nel 1981 vidi Pepper baciare la testa pelata di George (George Cables, il suo pianista, n.d.r.) davanti ad un migliaio di persone, mai e poi mai avrei potuto immaginare ciò che sarebbe accaduto di lì a trent’anni. Non amo il termine “  progetto “ perché oggi come oggi sembra che ogni promoter non possa prescindere da questo vocabolo per invitare qualcuno a suonare ( come se la cosa più importante  non sia la musica  e chi la fa ma che si chiami “ Progetto… “ ); in effetti, però, questo mio sogno ha tutte le caratteristiche di un progetto vero e proprio – quantomeno per gli sforzi profusi, i tempi di gestazione e l’alea sempre incombente -. Ed e’ anche un tributo vero, tanto sotto il punto di vista soggettivo ( il mio profondo amore per la musica di  Art ) che quello oggettivo ( i suoi musicisti, i suoi pezzi originali ). L’idea di poter suonare la sua musica con i suoi ragazzi (George Cables, Bob Magnusson – che sostituisce temporaneamente David Williams al contrabbasso e Carl Burnett alla batteria ) dopo trent’anni dalla morte e’ certamente di difficilissima realizzazione, ma ce l’ho fatta. Phil Woods mi scrisse che facevo bene a provarci, perché nessuno aveva mai più suonato la musica di Art: ci pensai, e mi resi conto che in effetti per potersi immedesimare nelle composizioni dell’ultima sua fase – costruite su geometrie particolari che rispecchiano appieno  la maturazione del suo linguaggio – bisogna  essere davvero “ dentro “ la sua musica con la testa, lo stomaco ed il cuore. Io per tre anni, in gioventù, non ho fatto altro che ascoltare Pepper, continuando poi a godermelo dopo averne acquisito ogni sfumatura. Lo scopo filologico della mia proposta e’ stata dunque quella di proporre le sue splendide composizioni, non certo quello di scimmiottare il suo personalissimo ed inimitabile fraseggio – frutto di un’esperienza musicale e personale assolutamente irriproducibili -. Credo di esserci riuscito, e mi piace riportare alcune parole scritte da Gaetano Celestre sul nostro di Scicli, che mi sento di condividere: “ Non si tratta solo di difendere un genere con argomentazioni fondate sul piacere di ascoltare “ classici “. Pasini ha saputo dare quel tocco interpretativo attualizzante, che e’ la caratteristica fondante del jazz inteso nel suo senso più ampio. Ribadisco, non è affatto cosa da poco, nel 2012, suonare qualcosa di “ vecchio “ e farlo sembrare “ nuovo “. La grandezza di Pepper ? Sì, senza dubbio non si può  prescindere da questo dato, ma si tenga conto che il tutto poteva tramutarsi in una mera esecuzione, riproposizione di classici. E così non e’ stato. “

-La vedova di Art Pepper , Laurie Miller, che hai incontrato appositamente a NY, tra le altre cose ti ha fatto avere i suoi manoscritti.  Che emozione hai provato quando hai avuto in mano la sua musica?

“Non ho mai trovato le parole giuste per riuscire ad esprimerlo (e’ probabile che sia andato oltre l’emozione, in uno stato di trance emotiva). Mi consegno’ questa cartellina di tela blu appena ci sedemmo al tavolo, e dentro c’era il tesoro. Cominciai a cercare “ My friend John “ e dopo poco lo trovai – completo, con le parti di basso, piano e batteria -; e poi Valse Triste, Ophelia, The trip e via via tutte le partiture manoscritte, brutte copie e cancellature comprese. Non ci credevo, davvero, era tutto troppo incredibile per riuscire a capire cosa stesse accadendo. Io, italiano di Pordenone, prendo un volo da New York per Los Angeles e, seduto al tavolo con Laurie assieme al mio idolo Carl Burnett, ho tra le mie mani i manoscritti di tutti (tutti) i pezzi scritti da Art nella sua vita: troppo !”.

-Qual è la difficoltà maggiore che si presenta ad un musicista quando si trova ad affrontare la musica di un gigante del Jazz? Naturalmente non parlo di tecnica, ma della parte espressiva.  Quanto c’è di te, quanto di Art Pepper durante un concerto accanto ai suoi musicisti? 

“ Credo che partendo con le idee chiare difficoltà non ce ne siano, e idee chiare significa sapere chi sei tu e rimanere te stesso sul palco. Conoscere i tuoi pregi e i tuoi difetti e’ fondamentale per rendere un tributo che sia onesto e non presuntuoso. Nella mia recente esperienza gli aspetti ai quali ho maggiormente riposto attenzione sono stati il feeling e l’intensità della performance, elementi che sono alla base della grande forza comunicativa di Pepper. In questo sono stato avvantaggiato, sentendomi così tanto nelle corde di Art proprio perché queste sue  caratteristiche – che rappresentano le basi motivazionali imprescindibili del progetto – sono anche le mie. E naturalmente l’altro aspetto fondamentale è non cercare di imitare (cosa che a volte, sia chiaro, può capitare in perfetta buona fede in chi conosce a memoria nota per nota ogni assolo originale dei pezzi che sta interpretando ): tanto più se, come nel mio caso, oltre alle sentinelle rappresentate dalla coscienza e dal pubblico, sul palco con te ci sono i generali che con il grande capo ci hanno suonato un bel po’. Nello specifico, il mio sound e’ molto diverso da quello di Pepper: perché il suono é più “ grasso “, molto meno tagliente e chirurgico; la pronuncia e’ più “ seduta “, meno in avanti rispetto al beat; il fraseggio e’ più modale, meno cesellato e descrittivo. Ma proprio queste differenze danno corpo e significato alla legittimazione ed al senso musicale dell’operazione se l’intenzione, l’approccio ed il groove sono gli stessi: a queste condizioni si può – come ha scritto Celestre –  suonare qualcosa di “ vecchio “ e farlo diventare “ nuovo” “.

FABIO ORLANDO  LAMEZIA

-Che rapporto si è instaurato tra te e i musicisti di Art Pepper che sei riuscito a riunire?

“ Spero di non cadere nel banale se dico “ bellissimo “. Premetto che, pur essendo un pesce piccolo nell’importante panorama nazionale, già da quasi trent’anni mi trovo a suonare con musicisti americani. Loro hanno un approccio diverso da quello che abbiamo noi, non solo con la musica ma anche con i colleghi: se sei ok sei ok,  fai parte della grande famiglia nel senso più ampio e maturo del termine. Senza entrare nei dettagli dei singoli miei rapporti con i tre, dovete considerare che Burnett ( il vero fulcro dell’operazione: non solo il batterista preferito di Art, ma anche l’unico ) era dato per disperso a Los Angeles dallo stesso Cables non più tardi di due anni fa – quando gli proposi il progetto -, e che Magnusson non suonava con loro da ancora più tempo; è  evidente che la loro e’ stata una vera e propria rimpatriata di vecchi amici, per di più nel paese straniero che amano maggiormente. Va da sé che io, promotore del progetto e della loro rimpatriata, al loro arrivo a Fiumicino sia stato abbracciato anche da Bob – che non avevo mai visto e con cui avevo parlato una sola volta al telefono – come un vecchio caro amico. Il fatto poi che abbia ricoperto tutti i ruoli possibili, autista compreso, senza alcun elemento estraneo o di “ disturbo “ ha reso il sodalizio davvero fraterno in men che non si dica. Siamo stati tutti magnificamente bene, e di questo tutti loro me ne hanno reso merito  anche  ringraziandomi apertamente ( Burnett, qualche giorno dopo il ritorno, mi ha scritto una mail davvero toccante )”.

-Durante i vostri primi incontri, le prime prove, quali sono state le emozioni che hanno prevalso? Nostalgia, per loro, malinconia, o impazienza… prova a descriverci gli stati d’ animo.

“ Il tour l’ho programmato “ comfortable “, e da Fiumicino – dopo una pausa pranzo ad Orvieto, dove Carl ricordo’ di essersi esibito nei 1978 con Freddie Hubbard davanti ad 8.000 persone – siamo andati  a Ferrara il giorno precedente alla prima gig al Torrione. Già da quando li avevo incontrati  si respirava un’aria bellissima, rilassata e sorridente, rispettosa ed affettuosa, un vento caldo di piacere ed amicizia. Io ero in titubante soggezione perché non volevo usurpare il ruolo di direttore musicale a  Cables: ma é stato subito chiaro che lui attendeva disposizioni da me, e che il leader della band ero io (giustamente: lui di cose sue ne ha già abbastanza). La mia trepidazione era rivolta maggiormente a Burnett, il redivivo in carne ed ossa, e la mia maggior emozione era riservata (se mai fosse possibile) più per  lui che per gli altri. Dopo aver distribuito i book delle partiture, iniziavamo con “ Blues for Blanche “, e poi “ The Trip “, e poi “ Landscape “, e poi “ Ophelia “ e, dopo una breve pausa pranzo collettiva con il mio fraterno amico Alessandro Mistri,  via via con “ Straight Life “, “ Our song “ in duo con George, “ Valse Triste “, “ Patricia “, “ My friend John “ (il mio preferito, la bestia nera ), “ Mambo Koyama “. I ragazzi avevano bisogno delle partiture anche per alcuni brani semplici che io davo per scontato ricordassero: Bob e George in realtà non erano mai stati sul palco assieme con Pepper ( Bob ha suonato “solo” con Milcho Leviev e Carl, George con Dumas o Williams e Carl) e c’erano alcuni brani che aveva suonato l’uno ma non l’altro, e viceversa. Ma quando la macchina e’ partita, mi sono trovato nella stessa sensazione che ho avuto la prima volta che ho suonato con Walton-Williams-Higgins: galleggiavo su un mare di swing, portato da loro dove volevo io. Già dopo mezz’ora era chiaro a tutti che quella reunion era stata proprio una bella idea sotto ogni punto di vista. Il feeling interpersonale e’ cresciuto di giorno in giorno, corroborato sul palco dallo spirito di Art: sembra una boutade, ma e’ stato proprio così. La scelta di suonare solo ed esclusivamente i suoi pezzi (non e’ mai stato diversamente da così, nella mia testa) ha consolidato ogni minuto di più la sua presenza tra noi. Mai nella mia vita ho provato la sensazione come quella che mi ha letteralmente pervaso nell’ultimo set del tour, a Messina: l’energia che abbiamo espresso in quell’ora ha trasceso l’aspetto strettamente  musicale, era come un fascio di luce che ci nutriva dall’alto, e io guardavo suonare i ragazzi conscio che lì, tra noi, c’era Art Pepper. Ho pianto, non mi vergogno a dirlo, ed ho ripreso il tema di Valse Triste con le lacrime perché ciò che stavano facendo i ragazzi era troppo bello, troppo importante, troppo sovrumano per non piangere. Alla fine del concerto e del tour abbiamo avuto tutti la consapevolezza di aver fatto davvero una cosa bella, giusta, importante per noi ma anche per la musica, per la musica ma anche per noi”.

-Nella seconda tranche di concerti prevista ci sarà David Williams al contrabbasso?

“ Non so ancora come verra’ impostato il seguito perche’ adesso come adesso sono in attesa della disponibilita’ di Cables, che oltre ad essere impegnato con i concerti ha anche due scuole da seguire. Inoltre Magnusson, che di scuole a San Diego ne segue tre, non puo’ muoversi se non prima di fine maggio. David sarebbe ben felice di essere nella band; e’ stato il primo ad essere entusiasta della cosa e, se non avesse avuto un impegno con Cedar Walton e Piero Odorici – poi saltato – nello stesso periodo del nostro tour, molto probabilmente al contrabbasso ci sarebbe stato lui”.

-Quali sono le tappe che già avete percorso e quali i concerti previsti nei prossimi mesi?

Il primo, piccolo tour si e’ svolto soprattutto al sud (Villa San Giovanni, Catania, Scicli, Siracusa, Lamezia, Messina) e si e’ reso possibile grazie all’interessamento personale di alcuni miei preziosi amici che si sono adoperati fattivamente (il solo Rino Cirinna’ mi ha procurato 3 gig); le due date al nord si sono tenute nei luoghi ai quali tenevo affettivamente di piu’, Ferrara (la mia patria musicale) e Sacile (“ Il volo del Jazz “ , bellissimo e apprezzatissimo dai ragazzi per il tributo trionfale che e’ stato loro reso, e’ senza dubbio in Italia uno dei piu’ importanti del periodo invernale). Per i concerti nei prossimi mesi rimando alla domanda precedente: work in progress, ma credo che almeno una settimana a fine giugno qui in Italia si farà”.

-Per finire ti chiedo, a parte il valore artistico della tua iniziativa, quanto è importante “didatticamente” riproporre la musica di Art Pepper? Pepper Legacy ha anche un valore “divulgativo”?

“Mi piacerebbe che rispondessero i musicisti che hanno assistito alle performance di Pepper Legacy, essere stato sul palco non mi rende un pulpito attendibile. Ho comunque avuto notizia,  anche diretta, della massima soddisfazione da parte di alcuni professionisti; questa e’ la cosa che ritengo più importante, perché se anche è vero che il valore straordinario dei miei compagni di viaggio ne rende di per se’ più che appetibile l’ascolto, è altrettanto vero che non sempre le ciambelle riescono col buco (anzi: nel jazz e’ molto meglio saper fare un buco con una buona ciambella attorno). La didattica della musica di Pepper, oggi – trascurando naturalmente gli aspetti tecnico-strumentali che uno puo’ trovare su internet a tonnellate – e’ che per fare del jazz che sia jazz non bisogna solo essere bravi, ma bisogna avere qualcosa da dire e saper comunicare al pubblico la tua volonta’ di dirlo. Piu’ sopra ho usato un vocabolo che ritengo esprima un concetto chiave: l’intenzione. L’intenzione rappresenta e racchiude in se’ l’incipit, la speranza,  il desiderio, la conoscenza, l’aspettativa, l’energia, la scintilla, la condivisione, l’offerta, la disponibilita’, la sincerita’: se la tua “ intenzione “ ha tutto questo o buona parte di questo, allora fare del jazz ed ascoltarlo (live !) diventano le cose piu’ semplici e naturali del mondo. Allora si’ che ha senso parlare di “ divulgazione “, e Pepper Legacy in questo ha fatto centro perche’ alla fine di ognuno dei concerti ci sono state diverse persone che sono venute a ringraziarci: “ grazie “, “ grazie “, “ grazie “ significa aver dato loro delle emozioni ed aver arricchito il loro cuore, seppur per un’ora. Credo che questo sia il significato piu’ profondo del jazz ed il miglior motivo per cercare di farlo sul serio; con o senza progetto !”.

PAOLO GALLETTA MESSINA 09.12.12

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