Tempo di lettura stimato: 4 minuti

marco mengoni sanremo 2013

Come già saprete Marco Mengoni ha vinto il 63° Festival di Sanremo, una edizione strana, dai molteplici aspetti: sonnacchiosa e un po’ noiosa sotto il profilo artistico-musicale, interessante e innovativa dal punto di vista socio-politico. In realtà un evento di tale rilevanza mediatica non può non avere risvolti che in qualche modo vanno al di là del fattore meramente musicale, ed è anche per questo che ogni anno me ne occupo in questa sede.

Ma procediamo con ordine.

Devo confessare che assistere, dal televisore di casa all’ultima serata sanremese è stato particolarmente difficile: nel pomeriggio avevo ascoltato, nell’Aula Magna dell’Università di Roma, uno straordinario concerto del fisarmonicista con l’Orchestra Camerata Ducale (Guido Rimonda violino solista e concertante) su musiche di Bach, Vivaldi, Gardel, Piazzolla e lo stesso Galliano (su cui riferirò quanto prima)… e il contrasto con le performances sanremesi era davvero troppo, troppo stridente. In effetti anche se il livello medio delle canzoni presentate al Festival sia parso accettabile non c’è stato però alcun faro illuminante, senza contare che, a mio avviso, almeno quattro dei cosiddetti big non meritavano la platea sanremese. Ha vinto, come si accennava in apertura, Marco Mengoni e non senza qualche merito: la sua è una canzone ben costruita, ben arrangiata e altrettanto ben eseguita… anche se, personalmente avrei preferito al suo posto i “Modà”, il gruppo più originale ascoltato nelle cinque serate.

Qualcosa in più meritavano forse Daniele Silvestri con “A bocca chiusa” e Raphael Gualazzi con “Sai (ci basta un sogno)”. Deludente Malika Ayane alle prese con un pezzo non particolarmente adatto alle sue straordinarie capacità vocali così come Simona Molinari con Peter Cincotti. Ordinaria amministrazione per Almamegretta, Max Gazzé, Marta sui Tubi, Simone Cristicchi. Due parole in più meritano Annalisa Scarrone, Chiara Galiazzo e Maria Nazionale: la prima ha confermato di essere bravissima nonostante il pezzo affidatole, Chiara ha dimostrato di meritare appieno le lodi di Mina mentre la terza canta indubbiamente bene ma in uno stile che francamente non è in cima alle mie preferenze. Viceversa non ho condiviso l’entusiasmo della cosiddetta “giuria di qualità” e dell’orchestra che hanno premiato “Elio e le storie tese”: sono oramai troppi anni che Elio ci propone la solita solfa, fatta di ironia e dissacrazione: a voi potrà piacere, a me è venuto a noia.

E proprio il discorso sulla giuria di qualità mi porta a sottolineare come questa volta al Festival ci sia stata qualche spruzzatina in più di jazz: nella giuria c’era Rita Marcotulli, come musicisti “aggiunti” nella presentazione di due pezzi abbiamo ascoltato Fabrizio Bosso e Franco Cerri, lo stesso Cincotti ha frequentato assiduamente il mondo del jazz e c’è stato poi un siparietto di qualche minuto interamente dedicato al jazz e vediamo se indovinante chi è stato chiamato da mamma Rai… ma Stefano Bollani naturalmente. Ora sarò accusato di avercela con Bollani, il che non è affatto vero, ma un giorno o l’altro qualcuno dovrà spiegare ai dirigenti Rai che l’eccellenza del jazz italiano non è rappresentata solo da Bollani: se mi telefonano darò loro almeno altri 4 o 5 nomi.

Quanto agli ospiti “musicali” francamente inopportuna la presenza di Carla Bruni: non è un’artista degna di questo nome e quanto ad eventuali altri suoi pregi sono talmente ben nascosti che si fa fatica a individuarli…in questo caso la copia (leggi Fiorello) è meglio dell’originale. Gustose, invece le performances del grande Bocelli che ha presentato il figlio in veste di , di Albano che a Sanremo deve molto e di Lutz Forster, ballerino il cui nome è legato a quello di Pina Bausch ed autore di una coreografia su Leaozinho, un classico di Caetano Veloso.

E veniamo all’altro aspetto del Festival, quello socio- politico. A pochi giorni dalle elezioni era lecito attendersi dagli ospiti invitati un minimo di prudenza che naturalmente non sempre c’è stata. Mi riferisco ovviamente a Crozza che si è mosso con la grazia di un elefante in un negozio di chincaglierie; il buon Maurizio ha inoltre ricevuto un cachet per ripresentare un repertorio che si era già abbondantemente visto su “la 7”: allora qualcuno mi deve dire perché io – in quanto destinatario del canone TV – abbia dovuto pagare per vedere a Sanremo qualcosa che avevo già visto gratuitamente su un’altra emittente. Che si possa parlare di politica con altro garbo e diversa consapevolezza lo ha dimostrato Claudio Bisio: partendo da un monologo sui personaggi di Topolino – anch’esso vecchio – ha poi virato decisamente rovesciando sugli elettori le accuse che di solito vengono rivolte ai politici, per poi tirare qualche stoccata anche a questi ultimi.

Ciò detto occorre dare atto agli autori di aver introdotto argomenti di grande rilevanza sociale. Così i due omosessuali, che saliti sul palco si sono espressi solo attraverso una serie di cartelli, hanno posto con forza l’urgenza di soluzioni legislative ad un problema assai grave: indipendentemente da come la si pensi sul matrimonio tra persone delle stesso sesso, è intollerabile che in un Paese – sedicente civile – due omosessuali non abbiano il diritto di assistersi reciprocamente dopo un percorso di vita compiuto assieme.

Ancora più incisivo il messaggio lanciato da Luciana Littizzetto sulla violenza alle donne. Confesso che la Littizzetto non mi entusiasma soprattutto per il suo bon ton noto anche al di fuori dei confini nazionali; eppure devo sottolineare come nel denunciare un male dei nostri giorni è stata semplicemente superba: finito di dire le sue solite “minchiate”, come lei stessa le chiama, assunto un atteggiamento imprevedibilmente serio, si è rivolta ai telespettatori con intensità scevra da qualsivoglia accenno retorico e con evidente sincerità; anche la voce, abbandonato quel falsetto non sempre gradevole, si è attestata su un registro medio con cui ha sottolineato alcuni punti che vale la pena riportare: 127 donne uccise in un anno, in Italia, da mariti, fidanzati, ex, padri; “Vogliamo rispetto.” – scandisce la Littizzetto – “L’amore con la violenza e le botte non c’entrano niente. Un uomo che ci mena, non ci ama, mettiamocelo in testa”. E la commozione si avverte con il pubblico che applaude convinto.

Servirà: forse sì, forse no…, di sicuro è stato uno dei momenti più belli e significativi dell’intero festival, un momento difficile da dimenticare.

Articoli scelti per te:

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!

Commenti

commenti