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I alla Casa del Jazz di Roma – Domenica 28 luglio 2013

20130802-191939.jpgDave Pell è stato musicista molto attivo sulla West Coast negli anni Cinquanta e Sessanta. Si era fatto le ossa nell’orchestra di Les Brown ed aveva poi formato un suo ottetto con cui aveva ottenuto un ottimo successo di pubblico. Le sue numerose incisioni per diverse etichette discografiche testimoniano del suo jazz molto morbido, leggero che strizzando l’occhio alla commercialità coniugava il jazz della West Coast con la tradizione delle dance band. Come molti musicisti del periodo Pell divideva la sua attività professionale tra concerti, incisioni e lavoro negli studi cinematografici e televisivi. Pell appartiene a quella schiera di giovani sassofonisti che elessero Lester Young a proprio mentore stilistico e che ne perpetuarono l’eredità dando vita alla grande stagione del jazz californiano.

Marco Giorgi
per www.red-ki.com

Sul palco della Casa del Jazz di Roma non è un ottetto quello di Pell, bensì un quartetto per tre quarti italiano composto da Riccardo Biseo al pianoforte, da Marco Loddo al contrabbasso e da Giammarco Lanza alla batteria. Tra gli applausi di uno sparuto pubblico, sul palcoscenico sale Dave Pell, un anziano signore che, con il sorriso sulle labbra, avanza curvo e con passo incerto. A ottantacinque anni già compiuti Pell continua a viaggiare per il mondo e a tenere concerti spinto dall’amore per la musica. È davvero emozionante trovarsi al cospetto di uno dei protagonisti del grande jazz degli anni Cinquanta. Certo Pell non è stato uno Stan Getz, uno Zoot Sims, un Al Cohn e non è stato neppure un Richie Kamuca (tanto amato da Kerouac e protagonista di una pagina memorabile dei “I sotterranei”) e tantomeno un Bob Cooper o un Bill Perkins ma è comunque un artista che ha vissuto in pieno e ha contribuito a rendere straordinario e irripetibile il West Coast jazz. Il suo concerto più che essere valutato sotto l’aspetto artistico deve essere considerato per la quantità di informazioni e di aneddoti che Pell ha fornito al pubblico. “ Nel corso del concerto parlerò molto” ha annunciato al termine del primo brano, “Groovin’ High” “ perché quando parlo mi riposo”. Ed è stato proprio il suo parlare ad arricchire la serata. Seduto su uno sgabello Pell ha raccontato del suo amore per Lester Young, del fatto di essere in possesso del sassofono di Pres, un modello del 1936, lasciatogli in eredità da Lee Young, fratello di Lester. “Lee, che allora aveva novantadue anni, mi disse che i suoi figli, alla sua morte, avrebbero probabilmente venduto quel sassofono ma che sarebbe stato giusto che quello strumento lo avessi io. Così quando morì, ricevetti una telefonata dal figlio che mi disse di venire a prendere il prezioso tenore. Quel sassofono ha un suono magnifico”, ha annunciato al pubblico “ma quello che suono questa sera è il mio strumento, che è stato costruito nel 1952”. Pell annuncia che gran parte del repertorio della serata sarà costituito da brani cari a Lester Young. Si rivolge spesso a Biseo per concordare le composizioni da eseguire, o per canticchiare la melodia di quelle di cui non ricorda il nome. Più spesso, nel corso dei brani, lo ascolta attentamente e mostra soddisfazione e apprezzamento per la valanga di idee che il pianista riversa nei suoi assoli. “There’s A Small Hotel” precede la splendida ballata “These Foolish Things”. Pell introduce il tema con il suono meraviglioso del suo e poi lascia come sempre la conduzione del brano a Biseo che si conferma pianista straordinario. Le sue improvvisazioni sono travolgenti, ricche di fantasia e di senso dell’umorismo. Molto spesso è proprio lui a suggerire quando Pell deve rientrare per eseguire una parte solista o per concludere il brano. L’età pesa sulla anziano sassofonista americano e francamente non si può pretendere di più da lui. “S’wonderrful” viene annunciato come un brano molto difficile da eseguire, ma è invece “Ornithology” a tradire Pell che con sincera autoironia commenta al termine del brano “… quando sei vecchio non puoi suonare le cose che suonavi da giovane…”. Ma chi non perdonerebbe qualche piccola sbavatura a questo eroico musicista, che invece di stare a casa a coccolare i nipotini, si mette in gioco sull’altra sponda dell’oceano (Atlantico) e tiene un concerto di quasi due ore testimoniando ad ogni nota il suo amore sconfinato e imperituro per Lester Young? Non può mancare “The Man I Love”, sorta di colonna sonora ideale del tenero amore tra Billie Holiday e Pres, a cui fa seguito “Rose Room” che è teatro dell’ennesimo incredibile assolo di Biseo. Pell, con il sorriso sulle labbra, lo presenta al pubblico come “… Il pianista che mi ha rubato la scena”. “Lester Leaps In” è il brano che conclude il concerto nella più classica delle maniere. Le luci si accendono, la serata è terminata e nessuno tra il pubblico ha il coraggio di chiedere a Pell di suonare ancora. L’anziano sassofonista ha speso molto nel corso del concerto e sarebbe crudele negargli il meritato riposo costringendolo a soffiare ancora in quel sassofono che ha raccontato al pubblico romano l’epopea della California degli anni Cinquanta.

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