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Gabriele Mirabassi (foto Daniela Crevena)

La prima domanda è d’ obbligo. Perché il clarinetto? E quando hai capito che sarebbe stata la tua vita?
“Il clarinetto l’ ho scelto da piccolo perché ero troppo piccolo per capire in che razza di problema mi stavo infilando … e poi è stato troppo tardi per tornare indietro. Però poi uno fa di necessita virtù e devo dire che ora penso che la mia scelta ha il suo perché”.

Parliamo allora di questo strumento. Strumento a fiato, naturalmente. Di che materiale è costruito e come è strutturato? E si dice “clarino” o “clarinetto”?
“Il clarino è uno dei modi in cui si chiama la clarina, ovvero la tromba militare degli antichi romani, che in qualche modo ha una responsabilità nella genealogia del clarinetto. Non è la stessa cosa dunque dire “clarino” e “clarinetto”.

Con che materiale è costruito il clarinetto?
“Il clarinetto è fatto di legno. Nel corso della sua storia, ma anche oggi stesso, possono essere state usate diverse qualità legno differente, ma lo strumento tradizionale è di ebano. Però, poiché l’ ebano è rarissimo e protettissimo, oggi per lo più se ne usa maggiormente una sottospecie meno minacciata in natura, e che si trova soprattutto in Mozambico: l’ ebano grenadilla. Per costruire un clarinetto occorrono due pezzi di ebano: un pezzo unico senza nodi o venature per la lunghezza intera dello strumento è praticamente impossibile da trovare. I due pezzi si chiamano “quadrelle” , e sono due tavole di sezione rettangolare molto spessa, uguali tra loro, che vengono pian piano tornite e ridotte. Vengono poi scavate, rese a sezione circolare, e unite fra loro attraverso un innesto a baionetta, con sugheri che ne garantiscono l’ aderenza.”

Quanti tipi di clarinetto esistono?
“Ne esistono tantissimi e quelli superstiti sono solo una piccola parte di quelli che sono affastellati nel corso della storia. La standardizzazione nella costruzione degli strumenti musicali è un fenomeno relativamente recente: anticamente, e fino all’ inizio di questo secolo, il clarinetto era costruito da artigiani, in un numero limitato, ed ognuno aveva un progetto proprio. Ad esempio il famoso tanto dibattuto clarinetto per cui Mozart scrisse il leggendario concerto k 622 (che oggi è stato ricostruito ma che non è mai stato ritrovato) era il clarinetto costruito da Anton Stadler ed era un modello unico. Oggi quello che comunemente chiamiamo clarinetto è quello soprano in sib, del quale esistono delle varianti. Quelle sopravvissute oggi sono fondamentalmente due: il sistema francese o Boehm e il sistema tedesco, o Oehler. Nelle orchestre tedesche usano uno strumento differente da quello che uso io . Il tubo è più piccolo di diametro e la meccanica è totalmente differente, io non lo saprei suonare. Quello che si suonava nel jazz a New Orleans era ancora un altro sistema, che non esiste più e si chiama sistema Albert . Comunque ormai lo standard è il sistema francese”.

Ci spieghi cosa vuol dire “strumento traspositore”? Ovvero perché si dice che un clarinetto è “in sib”?
“Semplicissimo: il clarinetto è un tubo, tagliato ad una certa lunghezza. La lunghezza del tubo fa si che soffiando nel tubo stesso si generi, come nota, un si bemolle. Tagli un pezzo di legno lungo un si bemolle in pratica! Per ottenere altre note si praticano sul tubo alcuni buchi. Quelli centrali grandi si tappano con il polpastrello, e rispettano la serie degli “armonici” del si bemolle. Tutti i piccoli buchi laterali (che per essere chiusi necessitano di piccole chiavunzole) invece producono le alterazioni. Servono cioè a fare delle note che sono lontane dagli armonici del si bemolle. Ed hanno anche bisogno di un’ abilità costruttiva maggiore. Nella qualità del suono di questi piccoli buchi c’è la differenza tra un clarinetto che costa poco o tanto, perché essendo più piccoli e laterali è molto più difficile che le note che ne derivano siano intonate ed abbiano un suono omogeneo rispetto a quelle che poggiano sugli armonici. Questi piccoli buchi sono lontani dal corpo centrale e per poterli tappare e stappare sono raggiunti da alcuni servomeccanismi, le piccole chiavi, appunto.
Il si bemolle in cui è tagliato il clarinetto noi per convenzione lo chiamiamo DO. Il che ci aiuta, essenzialmente nella diteggiatura, ad usare meno le alterazioni. “

clarinetto

Il clarinetto è uno strumento ad ancia. Anche le ance sono tantissime, come si differenziano?
“E’ uno strumento ad ancia semplice battente: non tutte le ance sono uguali. Esistono due grandi famiglie di ance, le ance semplici (clarinetto e sassofono) e quelle doppie, (oboe e fagotto), e anche molti strumenti tradizionali come ciaramelle, zampogne eccetera. Il suono del clarinetto è prodotto dall’ aria: l’ ancia sta al clarinetto come la corda alla o la pelle al tamburo. L’ ancia è il prodotto critico, l’ ossessione, il vero dramma esistenziale del clarinettista. Il suono lo fa al 90% l’ ancia, che è fatta di canna: una sottilissima lamella di canna… ma non una canna qualsiasi. Cresce solo in un piccolissimo posto della Provenza, una piccola regione che si chiama Var. E’ una sottospecie di bambù, l’ arundo donax, ed è l’ unica che funziona veramente per produrre le ance. L’ efficienza dell’ ancia ( e questa io trovo che sia la cosa drammaticamente affascinante ) dipende dalle condizioni climatiche della regione. Se un anno c’è stato più o meno vento nel Var le fibre della canna sono più o meno abituate a resistere al vento, quindi sono più o meno dure, quindi vibrano meglio o peggio . L’ esecuzione di un concerto di Mozart può dunque dipendere dal vento che ha soffiato l’ anno prima nel Var.”

ance

Si usurano facilmente le ance?
“Io arrivo alla fine del concerto che un’ ancia è già rovinata. Ne uso una a concerto. Il problema è che costano tantissimo, e io ad esempio che ne compro cento per volta, quando sto a casa non faccio nemmeno in tempo a studiare: passo il mio tempo a provarle tutte, ne butto ottanta, ne tengo venti e poi di queste venti comincio il rodaggio per far si che ognuna duri un concerto intero. Faccio assorbire piano piano l’ umidità, la utilizzo cinque minuti, il giorno dopo dieci minuti, e così via. E comunque posso dire che l’ancia perfetta non esiste”.

Le ance sono numerate, come vengono classificate?
“I numeri ne indicano il grado di durezza e lo spessore con cui vengono tagliate. Ma la durezza o la leggerezza dell’ ancia non sono un parametro assoluto: l’ ancia va accoppiata ad un bocchino o becco. Il bocchino, o becco, può differire per apertura. Su un becco molto aperto un’ ancia numero 3 è durissima, su un becco molto chiuso un’ ancia numero 3 è leggerissima. Di per se va tutto relativizzato. Questa coppia di oggetti, cioè ancia e bocchino, rappresentano il travaglio, la ricerca della vita del clarinettista: che solo dopo una vita trova il suo bocchino ideale, impara a metterci le ance adatte che gli vanno bene e che gli permettono di suonare così come vuole lui. Ancia e bocchino sono l’ interfaccia tra te e lo strumento”.

bocchini

E tu l’ hai trovata questa combinazione ideale?
“Io si, ma ci ho messo una vita: negli ultimi anni sono più tranquillo, ma mi aspetto da un momento all’ altro di riperdere di nuovo l’ equilibrio. Perché guarda che i musicisti hanno delle manie, delle follie, date dalla necessità di dipendere da piccoli dettagli fisici e del corpo umano e della natura. Io conosco tantissimi clarinettisti bravissimi che sono totalmente paranoici, probabilmente anche io, soprattutto in questo rapporto con l’ ancia. Perdi il lume della ragione!”.

Parlando di trombettisti ad esempio in effetti Fabrizio Bosso ci parlava della ricerca tormentata del bocchino giusto…
“Esatto. Io conosco trombettisti che hanno tre quattro bocchini in concerto posati sul leggio e che cambiano continuamente, un vero dramma…!”.

Quante ottave di estensione può coprire il clarinetto?
“Tantissime. E’ lo strumento a fiato probabilmente che ne ha di più: quasi quattro, diciamo tre e tre quarti”.

Tecnicamente cosa dà più difficoltà, le note acute, quelle gravi, le note acute eseguite piano, le note gravi eseguite forte… qual è la difficoltà maggiore?
“Tutto è difficile. Uno degli scogli del principiante sono le note acute. Però se cerchi un tipo di qualità superiore, qualsiasi cosa ha bisogno di un’ attenzione. Diciamo che da un punto di vista tecnico il clarinetto si distingue per una sua particolarità costruttiva che lo rende la “bestia nera” di tutti i musicisti a fiato che decidono di suonarlo come secondo strumento. Avrai sentito dire ad esempio dai sassofonisti che il clarinetto è più difficile…ma perché? Per due motivi. Il primo è che l’ emissione del suono è più sofferta: è tutto più piccolo, ma soprattutto il sassofono, così come anche l’ oboe, sono conici, mentre il clarinetto è cilindrico. La differenza è enorme. Tu sai che negli strumenti a fiato per cambiare ottava stappi un buco piccolino che si trova sotto e in cima allo strumento, alla fine dello strumento, e che si chiama portavoce. Quando tu premi il portavoce nel sassofono, lasci le dita allo stesso modo e il suono parte un’ ottava sopra alla stessa nota. Nel clarinetto no, si ottiene un’ ottava più una quinta più su, quindi le stesse posizioni delle dita fanno note differenti a seconda dell’ ottava in cui stiamo suonando! Che è una perversione non da poco, e in più tutto questo fa si che tutte le note che mancano sono nelle chiavunzole piccolissime che stanno nella parte superiore, e che producono le note di quello che viene definito “registro di gola”. Cambia completamente il timbro e sono impossibili da intonare per il costruttore, lo deve fare il clarinettista. Il che è un vero scoglio, sia per il principiante, che deve riuscire a passare tra i due registri raccordandoli , ed anche per il professionista che deve garantire che il passaggio tra i due timbri sia il più omogeneo possibile. La differenza tra un clarinettista bravo ed uno meno bravo si capisce dalla capacità di passaggio tra i due registri”.

Come si ottengono le dinamiche, ovvero i pianissimo e i forti? E’ questione di quantità d’ aria o di muscolatura, di labbra o di modulazione del respiro, o entrambe?
“Si ottengono con una tecnica complicata. Fisicamente più aria metti più suoni forte, ma di fatto non è banalmente così. L’ ancia è attaccata al bocchino che ha una finestrella e l’ ancia vibra avvicinandosi e allontanandosi dalla finestrella e produce il suono. Se tu fai la stessa nota ed un crescendo il numero di vibrazioni sono le stesse, quindi se suoni più o meno forte la nota rimane la stessa, se è un “LA” 440 al secondo. Quello che cambia è invece l’ ampiezza della vibrazione. Devi lasciare spazio all’ ancia continuando a controllarla per non cambiare il timbro, ma aumentare lo spazio della vibrazione in modo da aumentare il volume.
Viceversa nei piano devi riuscire a diminuire lo spazio senza che rimpicciolisca il suono. Il suono non deve essere solo piano o forte, ma deve magari essere un pianissimo che perfori l’ orecchio dello spettatore seduto in ultima fila. Il piano deve essere intenso, non inaudibile. Una cosa è il volume, una cosa è l’ intensità del suono”.

Quindi mi confermi che il clarinetto ha rispetto ad altri strumenti un suono meno potente ma gioca tutto sulle sottigliezze…
“Il clarinetto vince scendendo di dinamiche, è lo strumento da questo punto di vista più miracoloso, l’ unico che riesce a fare ad esempio il famoso “attacco dal niente” che è una prerogativa quasi solo nostra. Tant’è che con la musica scritta abbiamo una dinamica rappresentata dalla forcella di crescendo con uno zero all’ inizio: forse il clarinetto è l’ unico strumento che riesce ad attaccare allo zero e tornare allo zero, senza far capire esattamente quando comincia e finisce . Invece è difficile competere con i volumi di una tromba o di un sassofono. Io credo che sia per questo che il clarinetto è scomparso per un lungo periodo dalla storia centrale mainstream del Jazz, con batteristi tipo Kenny Clarke, ad esempio: in quel contesto sonoro non c’ era più per il clarinetto la possibilità di essere efficace”.

Da cosa dipende il timbro che ogni clarinettista ottiene con il proprio strumento? Quanto dipende dal clarino stesso e quanto invece dal musicista?
“Uno dei migliori insegnanti che abbia mai avuto era un famoso musicista classico tedesco, e mi diceva che abbiamo bisogno di selezionare il materiale esterno ed interno . Ovvero il bocchino e l’ ancia (esterni) e la gola, le labbra il diaframma (interni a noi). Ciascuno di noi è diverso, il clarinetto, si dice, non ha un suono ma una voce. Ognuno ha una sua voce e quindi anche ogni strumentista a fiato ha una sua voce, volente o nolente”.

E tu lo ricerchi il tuo timbro?
“Io il mio timbro ce l’ ho. Nel senso che io soffio dentro al mio strumento ed esce quel suono lì, se io cambio lo strumento comunque il timbro non cambia sensibilmente. Devo casomai lavorare perché la mia voce migliori e si avvicini all’ ideale estetico che la musica che stai suonando ti chiede, e quella è la difficoltà, ed è quello che fanno i cantanti lirici. Alla fine ognuno ha sempre il suo timbro, la tecnica serve a dare omogeneità, mantenendo lo stesso timbro in un range di variazione accettabile”.

I clarinettisti utilizzano, come i trombettisti, la respirazione circolare?
“Volendo si, io non la faccio non mi serve, suonare è come parlare, quando arriva il momento espressivo respiri. Le frasi musicali sono come quelle parlate. Se quando suoni hai bisogno della respirazione circolare vuol dire che sei logorroico e non stai mettendo mai un punto. Può tornare utile se sei in difficoltà o cerchi un effetto, ma non mi piace”.

Esiste un mercato di clarinetti che potremmo definire “vintage”?
“Direi di no. Esiste più per i sassofoni, poiché sono costruiti con il metallo. Il clarinetto è fatto di legno, ma per intenderci non è come per un violino Stradivari: è un legno che per forza di cose subisce variazioni di umidità, condensa, si usura… ogni 15 – 20 anni va cambiato”.

Esistono differenze tra i clarinetti che potremmo definire “industriali” e quelli artigianali? E’ automatico che i secondi siano migliori o più pregevoli dei primi?
“Non esistono clarinetti artigianali, ci sono tutt’ al più semiartigianali, ovvero ci sono piccole o grandi industrie. Se l’ industria è grande garantisce sicuramente uno standard di qualità, se è piccola magari la produzione è più disomogenea ma rischi (in senso buono) di trovare dei pezzi pregevoli, perché i produttori si possono permettere un contatto più diretto con il legno”.

E tu che clarinetto hai?
“Io sono orgogliosissimo di avere un clarinetto italiano, perché il 99% del mercato del clarinetto mondiale è francese e io questa è una cosa che non potevo accettare, chiunque altro ma un francese no! (ride) . Io non sono affatto un nazionalista italiano ma sono un orgoglioso anti francese! C’è questa emozionante fabbrica di clarinetti che si trova in Piemonte, si chiamano “Fratelli Patricola”, sono tre anziani fratelli e i loro figli e nipoti che hanno una azienda che costruisce strumenti meravigliosi. Loro in un anno producono lo stesso numero di pezzi che la Buffet fa in un giorno, e fanno tutto loro. Per costruire un clarinetto occorrono competenze di fisica acustica, di alta falegnameria, di oreficeria, di meccanica di precisione. Loro stessi fanno persino il bagno galvanico per argentare e dorare le chiavi…Ma soprattutto la loro forza è che riescono a garantire, con una produzione così piccola, un’ attenzione senza deroghe alla stagionatura del legno, che è quella che fa la differenza. Ci mettono 20 anni, ovvero il legno che comprano oggi sarà lavorato tra 20 anni. Il vecchio dei Patricola dice sempre “guarda ste quadrelle arrivate ora, probabilmente saranno le prime che non vedrò trasformate in clarinetto”. Mentre gli altri il legno lo stagionano nei forni e in un giorno è pronto”.

Clarinetto in sib Fratelli Patricola

Ed ora un’ ultima domanda. Tu suoni il Jazz, naturalmente, ma sei anche un cultore della musica brasiliana. , suoni la musica classica…. Ci sono differenze tra questi generi – posto che non c’è mai una suddivisione netta tra un genere e l’ altro? Espressivamente bisogna cambiare i parametri , anche solo tecnicamente? E quanto è versatile uno strumento come il clarinetto?
“Secondo me in realtà no. Cioè io cerco di condividere il più alto numero possibile di valori musicali comuni alle tre musiche. Se c’è una differenza non è tanto nelle qualità ma nella gerarchia in cui metti le loro caratteristiche. Nella musica classica ci sono alcuni parametri irrinunciabili e che marcano confine netto tra una esecuzione di buona qualità ed una di cattiva qualità. Prima di tutto l’ omogeneità del suono, la qualità la precisione dell’ attacco , la qualità del legato, ovviamente dell’ intonazione eccetera eccetera. Nel Jazz secondo me se riesci a metterci anche questi valori tanto meglio…ma non valgono nulla se non privilegi altre cose, cioè la personalizzazione del suono ma soprattutto l’ aspetto ritmico. Se nella musica classica la tua esecuzione ha un appropriato è un valore aggiunto, se non ce l’ ha va bene lo stesso… nel Jazz no. Puoi essere perfetto ma per tutte le musiche che hanno “afro” come inizio di parola , e ritmo sono fondamentali. Il clarinetto nella musica classica si contraddistingue per la sua fluidità ed evanescenza ritmica. La mia grande fatica, il mio grande percorso dalle mie conoscenze da diplomato con dieci e lode al conservatorio è stato questo: inizialmente ero totalmente inadatto a suonare altro, non avevo coscienza di come articolare, ritmicizzare questo strumento senza saturarne il suono. E non solo dove mettere gli accenti (magari sul tempo debole invece che sul forte), ma come farli emergere in modo da non interrompere la fluidità del suono”.

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