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Amiri Baraka giovane

Repentina la scomparsa, il 9 gennaio a Newark, di Amiri Baraka. Il settantanovenne poeta afroamericano (narratore, autore teatrale, saggista, critico musicale, editore e attivista politico che molti metaforici orfani lascia) fino all’autunno 2013 conduceva la sua solita esistenza, divisa tra militanza politica, conferenze, performance. In ottobre era stato in Italia: a Milano per “Aperitivo in concerto” e nella capitale per il “ Jazz Festival”, dedicato al rapporto tra musica e letteratura. Baraka era apparso un po’ affaticato ma sempre militante e battagliero, con la borsa di cuoio piena di pubblicazioni autoprodotte e la parola che – sul palco e dentro il microfono – si muoveva ritmando come una batteria ed improvvisando come un .

Davvero sterminata la produzione/azione di Baraka, una galassia, come sottolineava Franco Minganti, curatore con Giorgio Raimondi della caleidoscopica ed eccellente antologia “Amiri Baraka. Ritratto dell’artista in nero” (Bacchilega 2007). Letteratura (poesia, teatro, narrativa, saggistica, spoken word e performance poetry), politica culturale, politica come azione concreta e musica. In essa è oggi, tempo di veloci bilanci post-mortem, importante individuare  il seminale e costante lavoro critico di Amiri Baraka  come il suo essere “un jazzista della parola”.

Nei testi raccolti in “Black Music. I maestri del jazz” (a cura di Marcello Lorrai, ShaKe 2012) si percepisce quasi fisicamente l’urgenza critica ed espressiva del poeta afroamericano, talmente tese e fuse da sconfinare l’una nell’altra. “Quando scrivi una poesia è il ritmo che ti mette in moto (…) poi cerchi le parole che calzano con quel ritmo (…) ecco che cos’è la poesia: un beat. La poesia è musica tradotta in parole”. Il ritmo e l’andamento poetico della parola si riscontrano anche nel pensiero critico, affinato in decenni di collaborazioni con varie riviste musicali (da “Metronome” a “Down Beat”…); ma questo pensiero si è fatto azione fin dagli inizi degli anni ’60, quando LeRoi Jones (questo il suo nome di battesimo) offre un fondamentale contributo alla nascita di organizzazioni ‘controculturali’ afroamericane quali, nella natìa Newark, The Spirit House ed a New York The Black Arts Repertory. Baraka è molto vicino alla filosofa del free jazz e lo si ritrova nel festival della “new thing” organizzato nella Big Apple dal trombettista Bill Dixon (”la rivoluzione d’ottobre”). Sue poesie vengono incise – a testimonianza di un’ampia attività concertistica –  insieme, tra gli altri, ad Albert Ayler, Sunny Murray (“Black Art”, 1965), Don Cherry, il New York Art  Quartet (“Black Dada Nihilismus”, 1970), Sun Ra. Nei decenni Baraka ha affinato un’arte della performance poetico-musicale che lo ha visto esibirsi con i musicisti in un’integrazione felicissima ed in una gamma di esperienze che vanno da “New Music New Poetry” con David Murray e Steve McCall (1980, protagonisti della loft scene newyorkese) a “The Inside Songs of Curtis Mayfield” con William Parker (2007, Rai Trade/Radio3; la registrazione avvenne nell’ambito di una rassegna romana  il cui direttore artistico è stato Pino Saulo).

Tra gli album da ricordare ancora l’intenso “R. Rudd & A. Shepp. Live in New York” (Universal, 2007) in cui Baraka recita la sua lirica “We Are the Blues”. Molte altre poesie restano indimenticabili per il legame profondissimo tra versi, musica e ritmo; spesso i testi erano  ‘performati’ su brani ben noti di Bud Powell o come in “Funk Lore”, “Monk’s Word”, “Speech #38”, “Somebody Blew Up America”. Tra le più recenti collaborazioni di Amiri Baraka c’è anche quella con il Dinamitri Jazz Folklore, gruppo italiano guidato dal sassofonista Dimitri Grechi Espinoza che ha realizzato un album per Rai Trade/Radio3.

Amiri Baraka

Per quanto riguarda il contributo agli studi sulla musica (e la cultura) afroamericana, a ventinove anni (1963) LeRoi Jones pubblica “Blues People. Negro Music in White America” (in Italia nel ’68, Einaudi) e pone in marcata evidenza l’evoluzione della musica nera nel suo rapporto con la condizione dei neri. “E’ il cammino intrapreso dallo schiavo per arrivare alla “cittadinanza” ciò che intendo esaminare, e lo farò attraverso la musica di questo “cittadino schiavo”, quella a lui più strettamente legata: il blues e, più tardi, con uno sviluppo parallelo, il jazz”, scriveva Baraka nell’introduzione. Il testo – il primo di un critico afroamericano, pubblicato in anni caldissimi per la lotta a favore dei diritti civili, tra la non violenza di Martin Luther King ed il separatismo militante dei mussulmani neri – segna un vero e proprio spartiacque. C’è un prima ed un dopo “Blues People” e tutti – critici, appassionati, pubblico – sono costretti a fare i conti con l’idea che la drammatica e conflittuale esperienza afroamericana non sia stata un semplice e neutrale sfondo all’arte del jazz. Tuttavia, pur nella sostanziale continuità nei percorsi di ricerca (non nelle valutazioni), il Baraka critico musicale ed intellettuale attraversa vare fasi, dal nazionalismo nero al marxismo. Nel 1967 esce la raccolta “Black Music” mentre nel volume curato da Lorrai i materiali sono successivi alla fase del nazionalismo nero e ben rappresentano la sua più recente stagione.

Il mondo del jazz è, in ogni caso, debitore di alcune possenti idee dell’intellettuale afroamericano, idee che meritano ancora oggi di essere considerate: lo stesso che cambia; l’estetica nera e blues. Facciamo parlare direttamente Amiri Baraka: “Le separazioni, una volta risolte le opposizioni artificiali all’interno della musica nera, non sono altro che note sentite e risentite. In altre parole la New Black Music (il free, n.d.r.) e il R.& B. sono la stessa famiglia che guarda a cose diverse”. “Nelle forme e nel contenuto dell’estetica nera, in ogni sua componente storica o culturale sono racchiusi la volontà, il desidero, l’evocazione di libertà. Monk parlava proprio di questo. Libertà! Bird, Trane, Duke, Count, Sassy, Bessie(…) Una depoliticizzazione dell’estetica afroamericana comporta il suo distacco dall’esistenza effettiva degli afroamericani (…) Senza il dissidio, la lotta, l’involucro del contenuto, non ci può essere né un’estetica nera né blu, ma solo un’estetica di sottomissione, per denaro o a causa dell’ignoranza  e della depravazione ideologica”.

Sono idee che nell’attuale momento storico, a parere di chi scrive, hanno un’importanza fondamentale. Questo perché è diffusa una visione del jazz come musica sofisticata, borghese ed elegante che poco o nulla ha a che vedere con la sua matrice e la sua storia, questo senza nulla togliere ai jazzisti che non siano neri e ben considerando l’origine e la storia “meticcia” di musica che ha rivoluzionato il ‘900. Eppure non va dimenticato che i Neri, a lungo considerati schiavi o inferiori dopo la liberazione, hanno costruito la propria storia e i propri valori grazie soprattutto alla musica, una musica che affonda le radici nel trauma del “middle passage”, una musica di resistenza e di rivendicazione che tanti protagonisti ha: “(…) Monk parlava proprio di questo. Libertà! Bird, Trane, Duke, Count, Sassy, Bessie(…)”.

Chi vuole ascoltare la musica e le parole di Baraka si sintonizzi domenica 19 gennaio su Radio3 dove uno speciale di “Battiti” sarà riservato al poeta-performer.

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