Un minuscolo spazio per un notevole

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Epokartet 2

In questo sito porremo sempre l’ accento sul fatto che ci sono alcuni spazi dedicati al Jazz che sono certamente meno “istituzionali” di altri: ma di certo sono preziosi per questo particolare genere di musica da molti punti di vista. Uno di questi è di sicuro il Bar Italia Jazz Club di Cassino, piccolissimo ma vivace club, gestito dal coraggioso ed entusiasta Roberto Reale,  nel quale ogni 15 giorni si possono ascoltare concerti di ottimo livello stando a stretto contatto con i musicisti. Pochi posti a sedere, posti in piedi e l’ atmosfera vincente, quella che ti fa respirare la musica, e che piace ai musicisti stessi: che improvvisano contagiati dal clima informale eppure competente, di un pubblico sinceramente appassionato di Jazz.

Questo piccolo miracolo è avvenuto anche sabato 11 gennaio. Sul palco EPOKARTET, un quartetto a dir poco degno di nota: Francesco Desiato ai flauti, Umberto Muselli al sax tenore, Dario Deidda al basso e Stefano Costanzo alla .
Un’ unica suite di musica improvvisata, con interessanti raccordi scritti dallo stesso Desiato, musicista che chi vi scrive segue da tempo, e che si sta dimostrando sempre più bravo e ricco di idee. Non è facile trovare un flautista “puro” nel Jazz, e Desiato, che ha una solida formazione classica alle spalle, ha molta musica da cui attingere per creare e improvvisare. Suona i flauti tutti, dall’ ottavino al basso, in maniera creativa e disinvolta: il timbro particolarissimo dei suoi strumenti non è così consueto da ascoltare nel Jazz.  Per di più c’è anche lo studio e la messa a punto di una difficile tecnica di canto “parallelo” al suono del flauto, che lo vedono creare polifonie contrappuntistiche contemporanee tra voce e suono dello strumento. Il che però non va immaginato come particolarità di tipo “virtuosistico – circense”: Desiato propone questa tecnica difficile del “suonare cantando” in momenti molto circoscritti, a fini esclusivamente espressivi e non certo per strappare applausi. Gli applausi scaturiscono per un’ ora di musica ininterrotta eppure scorrevole e sempre emozionante.
Da dove ne proviene il fascino? Dai duetti tra i flauti ed il sax tenore del bravissimo Muselli, ad esempio: un incrociarsi di timbri armonicamente in contrasto. Dall’ alternarsi costante e spesso serrato tra ritmi sghembi e ritmi pari. Dal basso sapiente dell’ ottimo Deidda, che è capace di intessere dialoghi proficui e pieni di spunti di volta in volta con batteria, sassofono e flauti o di creare riff brillanti che diventano la base di lungi episodi improvvisati. Dalla capacità di Desiato di far sembrare dispari con i suoi fraseggi dall’ accentuazione inconsueta tempi in realtà simmetrici, creando una piacevole tensione crescente e che sfocia poi in momenti di “sfogo sonoro” in cui lo spessore si espande al massimo per poi zittirsi quasi improvvisamente per dare spazio ad uno di quei bei “raccordi” scritti: solenni, sospesi, con attenzione particolare  all’ aspetto armonico e alla raffinatezza delle dinamiche.

Epokartet

E’ merito della batteria di Costanzo, che sa sottolineare e allo stesso tempo proporre groove spesso decisivi per l’ atmosfera complessiva dei brani. Ma anche dell’ avvicendarsi tra crescendo quasi drammatici ed altrettanto drammatiche “rarefazioni” di suono, soli di flauto, sax e basso veramente notevoli,  della reiterazione quasi rituale ed ipnotica di alcuni temi suggestivi; e dell’ avvicendarsi di atmosfere diverse: il progressive, il funky, lo swing, il Jazz – compresa una interessante citazione della coltraniana Naima, il vicino oriente, e l’ Africa, anche, nei soli che indugiano sui tamburi della batteria di Costanzo. Non un minestrone informe, ma una specie di suggestivo viaggio sonoro.   

Il bis si apre con il sax struggente di Muselli che porta il quartetto ad un blues lento in tonalità minore, nel quale Desiato e Deidda costruiscono  due soli intensissimi: tutto questo in pochi metri quadrati, respirando da vicino battiti e note: a dir poco emozionante.
Tutto questo, va da se, suonerebbe benissimo anche in un Auditorium: spazio piccolo non significa musica piccola. Così come spazio piccolo non significa spazio inadatto, ma spesso il contrario: dipende dalla musica, dipende dai luoghi e da chi suona e naturalmente da chi quei luoghi li gestisce.

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