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I NOSTRI CD

3dB Trio – “Chiaroscuro” – Dodicilune 314

Disco d’esordio per questo trio composto da Pietro Di Domizio alla chitarra, Michelangelo Brandimarte al basso e Luca Di Battista alla batteria. Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole ma tre giovani musicisti che sanno il fatto loro, ben preparati, capaci (il chitarrista e il bassista) di scrivere notevoli composizioni caratterizzate da un certo gusto per la melodia, e in grado di sviluppare un notevole grado di empatia che consente loro di sviluppare per tutta la durata dell’album una tessitura omogenea senza per questo rinunciare agli immancabili assolo . Il titolo scelto “Chiaroscuro” esemplifica abbastanza bene il lavoro di ricerca svolto dai tre che, così come nella pittura, alternando atmosfere diverse riescono a trovare un suono abbastanza originale condito alle volte (vedi “Spring”) da un pizzico di elettronica usata comunque con ponderazione e buon gusto. Come si accennava il repertorio è composto in gran parte da originals ma i tre hanno avuto l’intelligenza di inserire anche uno standard, “You don’t know what love is” di Don Raye, Gene De Paul; così è stato possibile vedere all’opera i tre in un brano che con le sue tante incisioni propone validi motivi di paragone: ebbene Di Domizio e compagni se la sono cavata egregiamente affrontando il pezzo con il dovuto rispetto, senza ansia alcuna di stravolgimenti o di letture particolarmente personali, ma cercando di evidenziarne al massimo la coinvolgente melodia. Per quanto concerne le composizioni originali, le mie preferenze vanno a “Rethinking of us” la cui atmosfera vagamente tanguera viene ben disegnata dal trio.

Luca Aquino – “aQustico” – Tùk Music

Nel breve volgere di qualche anno Luca Aquino ha conquistato un posto di assoluto rilievo nell’ambito del già ben nutrito gruppo di trombettisti e flicornisti jazz made in Italy, e lo ha fatto grazie ad alcune doti che oramai gli sono da tutti riconosciute: innanzitutto un sound del tutto particolare…e poi grande musicalità, senso della costruzione, spiccata predilezione per la melodia e quindi sensibilità lirica, una eccellente tecnica messa comunque sempre a servizio dell’espressività, grande versatilità che mai scade nella banalità. Quest’ultima fatica discografica, la quinta a nome del trombettista beneventano e la seconda pubblicata per l’etichetta di Paolo Fresu, confermano appieno quanto di buon già si conosceva dell’artista. Ottimamente coadiuvato da Carmine Ioanna alla fisarmonica, Sade Mangiaracina al pianoforte, Giorgio Vendola al contrabbasso e Alessandro Marzi alla batteria, Luca si misura con 7 brani originali di cui cinque da lui stesso scritti e gli altri due composti rispettivamente da Mangiaracina e Vendola. E devo dire che la preparazione del repertorio risulta quanto mai giusta per far brillare quelle caratteristiche di Luca cui prima si faceva riferimento. Così ci sono pezzi in cui risalta evidente l’amore per la musica mediterranea e perché no, anche per quella nordica, con questa ariosità, questi spazi sonori caratteristici del Nord Europea e questa dolce cantabilità propria del patrimonio mediterraneo. Ma c’è anche l’aspetto free, con un linguaggio improvvisato che non imvarazza una ritmica assai rodata e pronta a seguire il leader su qualsivoglia terreno. E c’è poi la fisarmonica di Ioanna, una fisarmonica utilizzata in modo tradizionale ma assolutamente funzionale alle esigenze espressive dell’intero gruppo. E poi c’è naturalmente lui, Luca Aquino, che con polso sicuro volge la musica laddove l’anima e la testa la indirizzano.

Massimo Barbiero, Claudio Cojaniz – “Danza pagana” – Splasc(H)

33° Open Jazz Festival d’Ivrea, 19 marzo 2013: al Teatro Bertagnolio di Chiaverano di scena due tra i migliori improvvisatori europei, il percussionista Massimo Barbiero e il pianista Claudio Cojaniz, unitamente ad una danzatrice di livello assoluto quale Giulia Ceolin. Ed è davvero un peccato che questo CD non possa farci vedere anche la performance di Giulia in quanto amici degni di fede ci assicurano che la ballerina è stata parte integrante della performance-concerto contribuendo alla nascita di questa musica. D’altro canto basta ascoltare un brano come “Nausicaa” per immaginare quanto possa essere stato forte, pregnante, il dialogo tra musicisti e danzatrice. Quindi musica, come si può ben comprendere da queste prime notazioni, tutta giocata sul filo dell’interplay e dell’improvvisazione, che appare particolarmente evidente nel modo in cui un brano si sussegue all’altro, quasi senza soluzione di continuità. L’ho detto già altre volte ma credo valga la pena ripetermi: trovo semplicemente assurdo che musicisti di questo livello non possano avere la possibilità di suonare nella Capitale dove, tra l’altro, in questo specifico momento le proposte di qualità latitano. Le percussioni di Massimo e il piano di Claudio si fondono mirabilmente in un gioco ininterrotto di richiami, il tutto legato da una sorta di dolce malinconia che si riverbera su quasi tutti i brani proposti. Malinconia che può assumere la forma di un pianismo introverso e meditativo come nello schubertiano “Heilig, Heilig, Heilig” o nello splendido “Denique Caelum” in cui riaffiorano cellule melodiche del coltraniano “Naima”, o le atmosfere di un gioco straordinariamente evocativo creato dalle percussioni di Barbiero come in “Fede” o in “Oceano”. Naturalmente non mancano brani dal ritmo più sostenuto come “Improvisation 3” in cui risaltano sia le capacità improvvisative del pianista sia le doti interpretative di Barbiero che riesce a creare un caleidoscopio di colori, di suoni, di timbri tale da non far sentire la mancanza del basso. Insomma un gran bel disco che tutti dovremmo ascoltare con grande attenzione.

Carla Bley, Andy Sheppard, Steve Swallow – “Trios” – ECM2287

Carla Bley pianoforte, Andy Sheppard sax tenore e sax soprano, e Steve Swallow basso firmano l’album che rappresenta l’esordio di Carla Bley per la ECM (negli ultimi 40 anni Carla ha infatti inciso per la WATT, un’etichetta distribuita dalla ECM). Registrato nell’agosto del 2013 presso l’Auditorium della Radiotelevisione svizzera di Lugano, il cd si basa su un repertorio firmato interamente dalla Bley. Il trio rivisita, quindi, alcune classiche composizioni della pianista che appaiono splendide così come le avevamo sentite per la prima volta. Anzi, in taluni casi, la reinterpretazione illumina i brani di nuova luce, di una diversa brillantezza. Così, nell’ordine, ascoltiamo “Utviklingssang”, “Vashkar”, la suite “Les Trois Lagons (d’après Henri Matisse)”, “Wildlife” e “The Girl Who Cried Champagne”. Le composizioni della Bley vengono riproposte in modo assolutamente magistrale grazie sia agli arrangiamenti studiati ad hoc dalla stessa laeder sia all’impareggiabile bravura di tutti e tre gli artisti che, nei loro rispettivi ambiti, rappresentano quanto di meglio il jazz di oggi possa offrire. Il pianismo di Carla, sempre particolarmente scarno nella sua incisività, mai come in questa occasione rappresenta il collante del combo che si muove con straordinaria empatia: gli interventi solistici sono incisivi e pertinenti, conoscendo perfettamente l’uno le intenzioni degli altri due. Di qui un flusso sonoro che mai conosce un minimo di stanca, di incertezza con un sound d’insieme particolarmente coinvolgente che per nulla risente della mancanza della batteria. In tal senso assolutamente magistrale, come al solito, la prova di Steve Swallow che con il suo basso elettrico riesce sempre a svolgere un lavoro che va ben al di là di una pur complessa armonizzazione.

Caon, Carlesso, Battaglia – “Three open rooms” –

Un album di grande interesse nonostante una sorta di dicotomia: i brani, otto, sono tutti del contrabbassista Roberto Caon ma il peso maggiore delle esecuzioni è sulle spalle del pianista Stefano Battaglia; a completare il trio il batterista Marco Carlesso. Grande interesse, si diceva, e il perché è facilmente riscontrabile nel modo in cui il trio si muove: i pezzi sembrano scritti appositamente per Battaglia dal momento che sono praticamente a struttura aperta. In queste condizioni il pianista milanese si esalta e dà il meglio di sé, cosa che puntualmente accade anche questa volta. Stefano affronta ogni brano con la solita voglia esplorativa e così lo esamina in ogni minima piega, in ogni minimo dettaglio dando luogo a lunghe sequenze in cui le pause hanno la stessa importanza del suono. Le atmosfere sono quelle ampie, diradate proprie della musica del Nord Europa e che oramai caratterizzano le esecuzioni di Battaglia, atmosfere in cui la tensione ritmica viene un po’ sacrificata a favore della ricerca melodica e dell’impasto timbrico anch’esso elemento caratterizzante la cifra stilistica dell’artista. Non a caso l’album si apre con “Norway’s Song” forse a richiamare ancora più apertamente le intenzioni del gruppo. E , ovviamente, proprio perché di un trio stiamo parlando l’eccellente risultato è anche il frutto dell’ottimo lavoro svolto da Caon e da Carlesso. I due assecondano appieno le intenzioni del pianista, dialogando da pari a pari, e costruendo brani che si collocano del tutto al di fuori della canonica tradizione jazzistica rientrando, piuttosto, in quella che si può definire “musica moderna” tout court.

Pollock Project – “Quixote” – helicona 1383

Davvero un bel disco, interessante, originale, ricco di spunti, coinvolgente questo del “Pollock Project” al secolo Marco Testoni piano, tastiere, glockenspiel, voce e loops, Nicola Alesini sax soprano, Max Di Loreto batteria e percussioni cui si aggiungono in veste di ospiti la violinista Cecilia Silveri e il chitarrista Federico Mosconi. Ricco di spunti, si diceva, ed in effetti l’album propone una serie di situazioni sonore, di atmosfere del tutto diverse unificate da una sorta di filo rosso costituito da una dolce, suadente, cullante cantabilità di fondo nonostante la crudezza dei temi sociali spesso evocati. I richiami ai vari universi musicali e non sono piuttosto espliciti: nel brano d’apertura con sonorità vagamente orientaleggianti, il “Pollock Project” ci invita ad una riflessione circa la violenza sulle donne intitolando il pezzo “Gulabi Gang” così come il gruppo di volontarie vigilanti costituito in India da Sampat Pal Devi con l’obiettivo prioritario di proteggere le donne povere dalla violenza degli uomini (assolutamente pertinente l’inserimento della voce della stessa Sampat Pal Devi tratta da interviste video); il jazz “canonico” viene evocato con la riproposizione di “After the rain” di John Coltrane e “Angels and Demons at Play” di Sun Ra; la cultura europea la ritroviamo nel brano che dà il titolo all’intero album, Cervantes e Don Chisciotte, con il violino della Silveri in bella evidenza, mentre in “Julio et Carol” ascoltiamo la voce di Julio Cortazar tratta anch’essa da un’intervista video; grazie anche alla chitarra di Federico Mosconi, splendida la tessitura cromatica di “The Blackout” tratto dall’omonimo film sullo stupro di gruppo la cui colonna sonora è dello stesso Testoni; spazio al sound brasiliano in “Pe’ no Chão” esplicito omaggio all’omonimo gruppo che lavora da 10 anni a Recife, città tra le più importanti e povere del Nordest brasiliano, e capoluogo del Pernambuco, per migliorare le condizioni di quanti vivono in uno stato di assoluta indigenza; sentito omaggio alla Sardegna in “Su Ballittu”…Insomma un quadro composito, con mille tasselli ma ricondotto ad unità dalla bravura dei musicisti e soprattutto dall’incessante dialogo tra sax ed elettronica in cui si inseriscono batteria e percussioni che spesso abbandonano il ruolo di mero accompagnamento per proporsi come assolute protagoniste.

Marco Postacchini – “Do you agree?” – Notami Records

Ecco un nuovo album del sassofonista marchigiano Marco Postacchini che si ripresenta alla testa del suo ottetto “MP’S Jazzy Bunch”, composto da giovani musicisti provenienti dalla “Colours Jazz Orchestra” diretti da Massimo Morganti. A questo organico, Postacchini ha aggiunto come ospite d’onore un musicista che oramai non ha certo bisogno di presentazioni, Fabrizio Bosso, presente in quattro tracce. Il risultato è indubbiamente buono anche per merito della valenza compositiva dello stesso Postacchini che firma otte dei nove brani contenuti nell’album (il nono è lo standard “Lullaby of Birdland” di George Shearing arrangiato per l’occasione da Massimo Morganti). Il gruppo si muove lungo direttrici ben collaudate che sono poi quelle del più classico mainstream statunitense, un terreno sempre attuale se lo si sa frequentare con proposte fresche ed intelligenti. Fresche nel senso che essendo così tanti i modelli a disposizione, chi si incammina su questa strada deve essere capace almeno di una certa originalità; e non v’è dubbio che l’album l’originalità ce l’abbia per l’appunto nel repertorio – come si accennava – quasi tutto scritto dal leader. Quanto allo stile esecutivo, l’ottetto spesso suona come una big band grazie alla perizia tecnica dei musicisti e agli ottimi arrangiamenti caratterizzati da ricca armonia e complessi contrappunti. Da questo universo sonoro si staccano, di volta in volta, gli assolo che arricchiscono ogni brano; quasi inutile sottolineare la performance ancora una volta maiuscola di Fabrizio Bosso. Ma non è il solo a porsi in bella evidenza: così Marco Postacchini, Simone La Maida (sax), Massimo Morganti (trombone), Emanuele Evangelista (piano), Alessandro Paternesi (batteria), Samuele Garofali (tromba) si prendono di volta in volta la scena evidenziando una eccellente preparazione tecnica e una bella capacità improvvisativa. In questo quadro da evidenziare il ruolo dato al chitarrista Andrea Solarino che fa capire come nell’arrangiare l’album si sia pensato anche a Gil Evans

Zeitgeber Ensemble – Resalio – “Dodicilune 312

Sotto l’insegna di “Zeitgeber Ensemble” figura una piccola orchestra di dieci elementi guidati dal sassofonista Giacomo Eramo; assolutamente straordinaria la sezione fiati che comprende, oltre al già citato leader, Gaetano Partipilo sax alto e soprano, Achille Succi sax alto e clarinetto basso, Michele Gori flauto e flauto basso, Alberto Mandarini tromba e flicorno, Giorgio Distante tromba. A completare il tutto Marco Decimo al violoncello, Andrea Campagnolo e Dario Trapani chitarra, Davide Merlino vibrafono, Simone Prando contrabbasso, Riccardo Chiaberta batteria e la già ben nota Cinzia Eramo voce. Insomma un gruppo di eccellenti e affermati musicisti accanto a giovani di sicuro avvenire tra cui fin d’ora spiccano Davide Merlino che sa dare con il suo vibrafono una coloritura particolare e Andrea Campagnolo personale con la sua chitarra a sei corde. Ma la valenza principale dell’album sta probabilmente nella scelta del repertorio; Eramo e compagni si staccano nettamente dalle mode attuali e rivolgono la loro attenzione ad alcuni grandi del passato quali Duke Ellington, Andrew Hill, Olivier Messiaen omaggiato dalla title-track, ma soprattutto George Russell. Del celebre compositore e teorico non solo viene riproposta, in versione smagliante, “Stratusphunk, ma si adotta esplicitamente la tecnica compositiva modale, basata cioè su scale; di qui la suite “Three Modes of Infinity” composta di tre brani: il primo basato sulla scala ionia, il secondo sulla scala frigia e il terzo sulla scala misolidia, tre episodi che offrono ai solisti l’opportunità di mettersi in particolare luce; si ascolti al riguardo Achille Succi in Phrygian Grey. L’album si chiude con “Locrian fucsia” un brano – ci informa Giacomo Eramo- nato per gioco tra una seduta di registrazione e l’altra. “È dedicato alla band MU (Merlino-Trapani-Prando-Chiaberta), che costituisce il cuore pulsante dell’ensemble. L’inaspettata citazione nella coda del tema dell’Adorazione della Terra dalla Sagra della Primavera di Igor Stravinskij, – è sempre Eramo che parla – impreziosisce ulteriormente un’intensa interpretazione”.

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  2. Luca Aquino – “aQustico”
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  4. Carla Bley, Andy Sheppard, Steve Swallow – “Trios”
  5. Caon, Carlesso, Battaglia – “Three open rooms”
  6. Pollock Project – “Quixote”
  7. Marco Postacchini – “Do you agree?”
  8. Zeitgeber Ensemble – Resalio
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