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La pubblicistica della musica afro-americana è oramai colma di “Storie del Jazz”; non passa quasi anno senza che un nuovo volume venga immesso sul mercato. Si potrebbe , quindi, pensare che si tratti di una mera ripetitività a carattere esclusivamente commerciale con scarse dal punto di vista contenutistico.

E invece no! Abbiamo potuto constatare come le varie “Storie del jazz” lette in questi ultimissimi tempi abbiano tutte un quid di differenziazione l’una rispetto all’altra, un quid che può consistere in una diversa angolazione da cui osservare lo scorrere degli eventi o nella scoperta di nuovi fatti, nuovi accadimenti.

Ciò dimostra, senza ombra di dubbio, due elementi: primo l’estrema difficoltà di storicizzare compiutamente una musica tutto sommato ancora giovanissima; secondo l’estrema ricchezza di questo genere che in poco più di un secolo ha saputo sviluppare una serie di linguaggi diversi assolutamente stupefacente… per non parlare dell’influenza che ha avuto sulla vita degli afroamericani.

Ed è proprio questo aspetto che viene particolarmente lumeggiato nella “Storia del Jazz” di Ted Gioia uscita negli Stati Uniti nel 2011 ed ora pubblicata nella versione italiana curata da Francesco Martinelli per la EDT  in collaborazione con Siena Jazz (575 pgg, euro 35).

Compositore, pianista e critico californiano Ted Gioia in questa sua opera evidenzia innanzitutto una profonda conoscenza del fenomeno musicale e la capacità di correlare il fatto musicale ai contemporanei accadimenti socio-economici. Solo in questo modo, ad esempio, si capisce l’importanza “politica” del jazz che non solo ha saputo preservare una certa identità del popolo afro-americano ma ha anche dimostrato al mondo intero come da questo ceppo potesse scaturire una forma d’arte di fondamentale importanza. Nell’arco di una sola generazione i musicisti afroamericani sono assurti al ruolo di grandi protagonisti, incidendo dischi, andando in tournée, facendosi apprezzare anche dai pubblici europei: non c’è un altro esempio di musica popolare che in così breve tempo si sia trasformata in musica d’arte.

Musica d’arte che da Gioia viene analizzata con assoluta compiutezza: nel suo libro, ce ne offre un ritratto personale e brillante con un linguaggio piano seppur mai banale. Vengono così rivisitate le figure dei grandi musicisti e degli stili che si sono succeduti nella storia del jazz: Jelly Roll Morton, Louis Armstrong, Duke Ellington, i grandi del cool come Gerry Mulligan, Stan Getz e Lester Young, le stelle del bop Charlie Parker e , Miles Davis, il nuovo linguaggio di Ornette Coleman, Pat Metheny, il jazz-rock, la fusion… fino ai postmodernisti dei nostri giorni. Ma in tutta questa ricchezza “musicale” secondo Gioia c’è un artista che spicca su tutti gli altri, Louis Armstrong che – citiamo l’autore – “scrisse l’ultima pagina del libro dinastico della tradizione jazz a New Orleans”.

Di particolare suggestione le primissime pagine dove Gioia descrive la vita degli schiavi neri nella New Orleans del XIX secolo; semplicemente splendida l’immagine di un gruppetto che fa musica e danza: “Un vecchio nero siede a cavalcioni su un grande tamburo cilindrico. Con le dita e con il bordo della mano colpisce seccamente più volte il tamburo, di una trentina di centimetri di diametro e coperto da una pelle d’animale, creando con colpi rapidi e precisi una martellante pulsazione. Un secondo percussionista, con lo strumento tra le ginocchia, si unisce al primo, suonando nello stesso ritmo staccato. Un terzo uomo nero, seduto in terra, pizzica le corde di uno strumento la cui cassa è una zucca grezza. Un’altra zucca è stata trasformata in tamburo, e una donna la suona con due bacchette corte. Si alza una voce, e poi se ne uniscono altre. Una danza di apparenti contrasti accompagna questo scambio musicale, un geroglifico in movimento che da un lato sembra informale e spontaneo ma dall’altro, a un esame più attento, si rivela un preciso rituale”. Ecco, sembra davvero di assistere a questa scena e tala vividezza di racconto la ritroviamo pagina dopo pagina in tutto il volume in cui, come si accennava, particolare attenzione è riservata al contesto sociale in cui i diversi stili nascono e si sviluppano.

Il libro si conclude con una sorta di auspicio: “guardando indietro al suo primo secolo di storia – scrive Gioia – si potrebbe dire che il segno distintivo del jazz sia questo suo rifiuto di stare fermo, questa volontà indefessa di assorbire altri suoni e altre influenze questo destino di musica del divenire e della fusione. In questo senso la sua casa è ovunque ma è probabile che non avrà mai una residenza definitiva”.

Ecco questa è un’affermazione quanto meno discutibile su cui sarebbe interessante aprire un dibattito. Vedremo!

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