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Nardi 1

Batterista, performer, compositore, didatta… in alcuni casi organizzatore visionario e generoso (le iniziative nel quartiere romano di Monte Mario dello scorso anno, dal “MoMa” ai “Venerdì del jazz”). Ivano Nardi è un personaggio e un musicista “underground” che non vuol dire “nascosto”. I jazzisti romani ed una certa area di quelli nazionali ben conoscono il suo drumming personale e passionale, tagliente, rumoristico, a tratti “teatrale” ma con un preciso senso del tempo e della quadratura. La ricercatezza dei timbri del suo set, la forza – a tratti la violenza – espressiva del suo approccio ne fanno un batterista paragonabile a Tony Oxley, Milford Graves, Sunny Murray. Da sempre attivo nel sociale, ha al suo attivo – a partire dagli anni ’70 – collaborazioni con Mario Schiano, Evan Parker, Steve Lacy, i Cadmo di Antonello Salis, Don Cherry e Lester Bowie. Moltissimi i jazzisti italiani con cui ha lavorato, dal fraterno amico Massimo Urbani a Larry Nocella, da Sandro Satta a Maurizio Giammarco.

Da alcuni anni ha il suo quartetto Open Door, il duo con Marco Colonna ed intreccia le sue bacchette con le ance di Eugenio Colombo, la di Angelo Olivieri, il trombone di Giancarlo Schiaffini, il piano di Gianni Lenoci, il vibrafono di Francesco Lo Cascio ed il contrabbasso di Silvia Bolognesi, collocandosi in una precisa area dell’avanguardia jazzistica di derivazione free e post-free (lo si può ascoltare anche nel bel disco-progetto dedicato a Mario Schiano, “If Not”, di un paio d’anni fa). A quest’artista, conosciuto meno dei suoi meriti musicali, da tempo “A proposito di Jazz” voleva dedicare un ritratto, realizzato ripercorrendo alcune delle ultime registrazioni del batterista, anch’esse dal carattere “underground”, spesso incise dal vivo.

In “The Better Way” (AFK records, 2009) insieme al polistrumentista Marco Colonna  viene declinata la “rischiosa arte del duo”. La “via migliore” da essi tracciata non è la più facile. Si può, forse, paragonare ad una scalata impervia, come una cordata di due jazzisti improvvisatori che risalgono una montagna  ed aprono una via nuova, seguendo alcuni riferimenti fissi che li aiutano nel cammino. Nardi e Colonna dedicano ciascuno dei loro dieci brani ad altrettanti artisti o personaggi, con una predilezione per la letteratura militante (Neruda, Pasolini) e la musica (Billie Holiday, Massimo Urbani, Victor Yara, Albert Ayler) senza trascurare  l’arte (Basquiat, Picasso). In ogni pezzo mutano la combinazione strumentale e la struttura, con esiti timbrici e improvvisativi che creano una sorta di “galleria ideale”; essa non ha nulla della fissità iconografica ma le suggestioni che derivano, ad esempio, dai graffiti visionari di Basquiat o dal canto bluesy della Holiday determinano pagine inquiete, intrise di passione espressiva, “tableau vivant” di riferimenti artistici che incidono in profondità nella vita e nella musica di Nardi e Colonna. Nel cuore di “The Better Way” ci sono i soli “Cymbal Soup” ed “Er Pasola”. Nel primo brano Ivano Nardi costruisce una mini-suite dedicata a “Max” Urbani, a cui è stato molto legato: il brano è percorso da suoni di carillon e scandito da rullate, da frequenze acute ricavate dai piatti, dal perentorio e squillante rintoccare di una campana, dal rimbombare dei timpani. Si chiude, dopo un drammatico crescendo percussivo, con uno “yeah” che è al contempo un affettuoso saluto ed un grido doloroso. Nel secondo pezzo, epigrammatico, Marco Colonna  utilizza l’impervio clarinetto contrabbasso con un fraseggio limpido che sfrutta anche le sequenze più gravi e, forse, rievoca la capacità di Pasolini di saper osservare la realtà in tutti i suoi aspetti e di ricavarne umanissima e critica poesia. Il duo mostra negli altri brani un affiatamento straordinario che nasce dalla lunga frequentazione di due artisti di diverse generazioni: Nardi è batterista più che cinquantenne di navigata esperienza, didatta e performer; Colonna è di generazione più giovane, polistrumentista (taragot, clarinetto, clarinetto basso e contrabbasso, sax tenore) che si sta facendo apprezzare nei circuiti dell’improvvisazione più radicale ed ha inciso anche con Michel Godard. In comune hanno il gusto avventuroso per l’improvvisazione, il senso architettonico della musica, una capacità di narrazione sonora che non si serve delle forme consuete e che non si arena nelle secche della composizione istantanea senza confini e direttive. Così in “Samo” clarinetto e batteria passano, swingando, dal figurativismo all’espressionismo; “Neftali” è un pezzo brumoso ed estremo che tende alla dissoluzione di qualsiasi struttura; “Pour Eleanor” (dedicato a Billie Holiday) vede spazzole e clarinetto transitare dall’eleganza al dolore mantenendo la leggerezza di  Lester Young; “Hraut Dink” si articola su una sequenza meloritmica, simile ad un tala indiano, con Colonna impegnato al taragot; “Musica impura” richiama atmosfere da musica contemporanea ma vi innesta una tensione ritmica ed un furore inconsueti in ambito accademico; “Camel Shoes” insiste su una frase come se passassero in successione i lavori preparatori di Picasso per le sue scomposizioni cubiste. L’album ha un’altra impennata verso la conclusione in due brani per sax tenore e batteria: “Te Recuerdo Victor” ha accenti accorati e drammatici con un triplo finale in cui si va dal ff al pp e la musica riemerge sempre, come se la memoria degli eroi della libertà fosse invincibile rispetto alla violenza omicida della dittatura; “To Albert Ayler” ha un tema folgorante dall’attacco lancinante su un tempo velocissimo, energia free allo stato puro.

Passiamo ad “Open Door”, una delle ultime produzioni dell’etichetta Horo di Aldo Sinesio (scomparso il 3 luglio 2013) che segna la stagione finale di una label che molto ha significato nella storia del ed europeo. A Porto Empedocle (rassegna “Jazz a confronto 2010”) Nardi propone il quartetto Open Door con Angelo Olivieri (tromba), Marco Colonna (ance) Pasquale Augello e sé stesso alla batteria ed alle percussioni. Nel recital (e nell’album) la musica è un impetuoso fluire di ritmo e melodia, con momenti di commossa melanconia. Le voci strumentali di Olivieri e Colonna riprendono, rilanciano ed attualizzano il linguaggio di Don Cherry ed Ornette Coleman ed accanto ad energiche improvvisazioni collettive emergono momenti di stasi, come di riflessione sonora quasi cameristica ma sempre innervata di pathos e tensione. Scriveva nelle note di copertina Pierpaolo Faggiano: “Qui germoglia il momento in cui estasi e preghiera, dolore e passione, avvertono quello scatto di orgoglio che fa rifiorire il gesto musicale, restituendoci appieno quello spaccato di vita non più metafora o emblema ma necessità di vivere”. Del resto nella sua carriera musicale Ivano Nardi ha sempre seguito l’esigenza interiore del fare musicale, pur nella consapevolezza e nella determinazione di voler fare del jazz l’asse della propria esistenza.

Arriviamo ad un’altra registrazione dal vivo, a Fondi (Latina) il 29 luglio 2011: “… It’s Always An  Our Problem… Live in Giudea”. Concerto e Cd realizzato (autoprodotto) sono dedicati all’amico Pierpaolo Faggiano, critico jazz (suo il bel libro-intervista su Mario Schiano, “Un cielo di stelle”), redattore di All About Jazz, socio Sidma, organizzatore (“Mediterraneo Jazz” nel natìo Ceglie Messapico) collaboratore  de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, che si tolse la vita il 22 giugno 2011, lasciando una lettera ai  familiari. Pierpaolo fu ucciso a quarantun’ anni dalla precarietà, dalla mancanza di un lavoro stabile nel mondo dei mass-media ed in molti lo ricordano (e rimpiangono) ancora per la sua mitezza di carattere e la sua determinazione, la profonda passione per il jazz, in particolare per il free storico e contemporaneo. L’album ripropone l’eccellente formula del duo tra Nardi e Marco Colonna (sax soprano e baritono, clarinetto basso e sintetizzatore). Strutturato in otto episodi, dal “Prologue” all’ “Epilogue”, il recital-cd mette a fuoco sentimenti ed azioni, dalla convulsa e cinetica “Fight” alla più meditativa “Knowledge”. Come in “The Better Way” torna l‘idea di un percorso esistenziale, di una via da seguire, di una “Transition” (così si chiama il sesto episodio) che si richiama tanto alla creazione artistica che alla vita.

“To Max with Love. Omaggio a Massimo Urbani” (Setola di Maiale, 2013) riproduce il concerto del 6 aprile 2011 al locale romano 28diVino Jazz. “Massimo Urbani non è mai stato un jazzista alla moda”; “il suo è stato un tentativo di emancipazione dalla borgata, ha costruito un ponte tra piazza Guadalupe e Central Park”. Basterebbero queste due frasi, del batterista Ivano Nardi e del polistrumentista Marco Colonna, per dare il senso di quel concerto e di quella commemorazione della scomparsa di Urbani, morto nel 1993. Tutto nasce da un’idea-esigenza di Ivano Nardi, amico e collaboratore dell’altosassofonista, di raccontarne la figura soprattutto prima del successo, in quel percorso travolgente che lo vide passare, giovanissimo, dalla banda di Monte Mario ai riflettori del jazz romano, italiano ed internazionale. Così Nardi ha chiamato accanto a sé il bassista Roberto Del Piano e il sassofonista e flautista Eugenio Colombo, musicisti che condivisero e convissero con Urbani; ad interagire con la musica è stata convocata Carola De Scipio, con la lettura di frammenti dal suo bel libro, fitto di testimonianze, “L’avanguardia è nei sentimenti. Vita, morte, musica di Massimo Urbani” (Stampa Alternativa 1999). E’ importante capire quanto la comunità del jazz ricordi e senta la presenza di Max, sia chi l’ha conosciuto sia chi l’ha scoperto dai dischi e dai racconti dei compagni di strada dell’altosassofonista. E’ il caso di Marco Colonna le cui riflessioni sono state lette da un assorto ed emozionato Ivano Nardi in apertura di recital; vi si parlava, fra l’altro, della sensazione di vivere tutti in un’unica periferia, dell’incontro con il “suono” di Urbani e della sua esigenza di suonare sempre qualcosa “che non hai sentito”. Nardi, dal canto suo, ritiene gli anni ‘romani’ del sassofonista, gli anni ’70, il periodo più bello da un punto di vista umano, creativo, spirituale. Come ricordarli? Non replicando la musica di Max ma creando un jazz libero e avventuroso. I tre jazzmen ci sono riusciti sviluppando atmosfere diverse, combinazioni timbriche variegate, quadri sonori (nove) spesso informali quanto densi di passione e pathos. Eugenio Colombo ha suonato l’alto senza mai imitare Urbani, a volte usandolo insieme al soprano, altre sfruttandone gli elementi percussivi. I suoi fondali e i suoi assoli, taglienti come lame o morbidi come velluto, hanno note cristalline o terrose ed un eloquio sempre ispirato, che ingloba sonorità etniche e lessico free. Roberto Del Piano si muove con empatica sensibilità nel discorso collettivo; capace di carica ritmica come di lavorio timbrico, ha un suono personale e saturo, di grande vigore. Nardi è batterista-percussionista che unisce al timing un senso costruttivo del ritmo, una capacità di generarlo da qualsiasi parte della batteria o oggetto, tutto mediante una tensione fortemente narrativa. Unite i tre piani agli squarci di vita raccontati da Carola De Scipio e si avrà un’idea della lunga serata riprodotta nel Cd.

E’ ancora l’etichetta Setola di Maiale (“musiche non convenzionali” recita giustamente il suo slogan) a documentare un concerto del gennaio 2012; titolo dell’album “Two Drums Two Reeds” visto che Ivano Nardi e Marcello Magliocchi suonano batteria e percussioni mentre Vittorino Curci è al sax alto e Giuseppe Valzano al soprano. Per avere un’idea della plasticità del drumming di Nardi basti sentire il livello di dialogo ed interazione che contraddistingue i primi dieci minuti dell’album, quando incrocia pelli e bacchette con il bravissimo Marcello Magliocchi, prima che i sassofoni entrino nella performance. Quei dieci minuti hanno una consistenza “statuaria”, mostrano la totalità dell’approccio percussivo di Ivano Nardi e la sua capacità di narrare attraverso il ritmo, di comunicare con le mille sfumature timbriche del suo set. Il tutto sempre sostenuto da un senso ora epico ora drammatico della narrazione sonora, in cui si avverte come questo inquieto e generoso artista investa tutto sé stesso in ogni momento della propria vita musicale. Ciò mantenendo (ed il resto della prima traccia di “Two Drums Two Reeds”, oltre quaranta minuti, lo testimonia) la capacità di dialogare con gli altri musicisti e con l’ambiente circostante, di reagire agli stimoli esterni ed interni, di fornire spunti, di trovare nuove direzioni e punti di svolta. Ma per capire la musica di Ivano Nardi bisognerebbe incontrarlo ad un concerto o ad una jam session, mentre insegna o mentre passeggia per Monte Mario dove tutti lo conoscono fin da quando era un ragazzino, in quei momenti in cui – oltre alle qualità dell’artista – vien fuori una grande, intensa umanità.

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