Il Jazz, la musica, la letteratura e la danza

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L’ Open Jazz è giunto alla 34esima edizione, e nonostante tutte le difficoltà di cui si è costretti a parlare ogniqualvolta si descriva un festival del Jazz o un qualsiasi evento culturale (la cultura è sempre fanalino di coda, come in ogni crisi economica che si rispetti) , L’ Open Jazz gode di ottima salute. Una salute non certo data dall’ abbondanza di fondi, ma dall’ abbondanza piuttosto di idee, energie, soluzioni, originalità. 
I concerti sono stati tanti . E la volontà sottesa all’ organizzazione degli eventi la descrive lo stesso direttore artistico Massimo Barbiero “…tra mille ristrettezze economiche e ormai solo quasi più grazie agli sponsor (grande paradosso, lo comprendiamo) pensiamo che la scelta debba tornare sempre di più ai contenuti e non solo alle sale piene”.

E’ di certo per questo che il Festival di quest’ anno è stato dedicato al poeta – intellettuale afroamericano Amiri Baraka, scomparso recentemente, ed è per questo che prima di ogni concerto l’ attrice Lisa Gino ha curato le suggestive letture di sue poesie e di brani tratti da “Il popolo del blues”.

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Open Jazz anche quest’ anno ha portato due dei quattro concerti nelle cittadine nei dintorni di Ivrea, per coinvolgere e contagiare con la musica il più possibile il territorio Canavese circostante: il risultato – da quanto ci hanno detto – è stato sale piene a Bollengo e Banchette per i concerti rispettivamente di Enten Eller con Javier Girotto e Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura.

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A proposito di Jazz ha assistito invece venerdì e sabato ai concerti al Teatro Giacosa di Ivrea, che sono stati due la sera di Venerdì, con la “Gabbia” di Barbiero e Raviglia e subito dopo Antonello Salis e Hamid Drake, e gli Oregon il sabato sera. Come potete evincere grande varietà di suggestioni e suoni.

Ma andiamo al vivo di due serate di musica.


Venerdì 21 marzo – Teatro Giacosa ore 21 – “La Gabbia” Marta Raviglia: voce, effetti e pianoforte; Massimo Barbiero: , percussioni ed effetti

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Non è la prima volta che Barbiero esplora le infinite possibilità degli intrecci tra voce e percussioni. E dal canto suo Marta Raviglia non è certo interprete che rimanga imbrigliata in esibizioni “canoniche”. Ad entrambi piace la ricerca sonora, entrambi tendono ad una espressività fuori dai canoni: canoni che però entrambi conoscono molto bene. L’ allontanarsi da una performance consueta non significa che questa performance diventi ostica. Come sempre accade per il lavoro di entrambi il segreto per lasciarsi trascinare è… lasciarsi trascinare. Senza cercare riscontri nel proprio mondo sonoro, o riscontri tra testi e suoni, o riscontri tra musica e letteratura. 
Il tema è la gabbia, sentirsi ingabbiati, i canti ed i testi che la bravissima Marta Raviglia canta, o recita, sono tutti sul tema della prigionia, reale ed interiore (temi scelti ad arte dallo scrittore Claudio Morandimi). E Raviglia e Barbiero improvvisano, ma su una scaletta ben determinata: il tutto è strutturato. La performance è rigorosamente a tema. L’ improvvisazione è emotiva, tutt’ altro che cerebrale, i due cercano corrispondenze o contrasti che nascono al momento, naturalmente. E così i suoni di Barbiero incidono sulla voce della Raviglia o magari ricamano un affresco “in progress” cercandone una corrispondenza in un linguaggio diverso ma che ne rifletta l’ intento.

E se ci si lascia andare senza tentare ricostruzioni didascaliche di ciò che sta accadendo, si percepiscono netti i sensi del dolore, o del disagio, o della rivalsa, ascoltando testi preziosi (Leonardo Da Vinci, Ariosto, o di Jacopo Sannazzaro) esaltati da strumenti acustici “nostri” o di culture lontane, e anche da avveniristici effetti elettronici. Di certo non starete ascoltando mainstream. Di certo non starete ascoltando e guardando Jazz. Sarete invece dinnanzi ad una improvvisazione sonora, su una struttura che invece che armonica o melodica è letteraria. Una performance intrecciata tra arti, fatta di suoni , voce, e anche movimenti multiformi e affascinanti, perché quella voce e quei suoni prendono forma nelle coreografie del gruppo di ricerca Volvon e nei movimenti delle danzatrici Francesca Cola e Giulia Ceolin. Tre forme artistiche che si dipanano in un contrappunto dalle infinite possibilità di interpretazione e partecipazione emotiva. Una gabbia, si, che però paradossalmente apre le sue sbarre verso il nuovo.



Antonello Salis pianoforte e fisarmonica ed Hamid Drake batteria e percussioni

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Di improvvisazione e affinità sensoriali dobbiamo parlare per descrivervi il lunghissimo dialogo musicale che è avvenuto tra Hamid Drake e Antonello Salis. Un parlare tra musicisti anche intimo, ma contagioso verso una sala che ha potuto fruire di una ricchissima gamma di suggestioni, scambiate in modo estemporaneo, tra esplosioni di energia e momenti di improvviso delicato lirismo. Drake e Salis creano ascoltandosi, e ( chi c’ era se ne è reso conto benissimo) anche molto guardandosi. Citano il minimo indispensabile di “già noto” nel Jazz, che serve come trampolino per evoluzioni arditissime, progredendo in un irresistibile, continuo susseguirsi di attimi creativi, fino all’ ultimo secondo di concerto.

Pianoforte, fisarmonica, batteria e percussioni vengono sollecitate in tutti i modi possibili non certo per stupire, piuttosto per esigenze che paiono espressivamente impellenti in quel momento, tanto che i due sembrano quasi in trance e dimentichi di essere in un luogo esatto ed in un tempo determinato. Serratissimi nel loro dialogo, riescono a coinvolgere con la loro musica il pubblico, pur non avendo come fine ultimo quello di piacere o di coinvolgerlo. Non c’è traccia di ammiccamento nelle risoluzioni estemporanee scelte, che pure si rivelano emotivamente sempre efficaci e contagiose. Abissi di drammaticità sonora si alternano ad oasi di armonica leggerezza. 
“You don’t know what love is” trapela appena dalla fisarmonica di Salis, prima del bis, richiestissimo. Con gli applausi entrambi atterrano sul palco e, quasi stupiti, ringraziano.

Sabato 22 marzo Teatro Giacosa ore 21 Oregon: Paul McCandless: oboe, clarinetto basso; Ralph Towner: , pianoforte; Glenn Moore: contrabbasso; Mark Walker: batteria, percussioni

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Se vogliamo la serata in chiave più “tradizionale” cui abbiamo assistito: ma solo se non confondiamo “tradizionale” con “prevedibile”. Perché gli Oregon tutto sono fuorché autoreferenziali, tutto fanno fuorché suonare cose trite e soprattutto hanno una tale passione per il suonare insieme, che ascoltare un loro concerto è davvero un’ esperienza incantevole.

Ralph Towner è alle chitarre e al pianoforte, e la sua cifra è melodica, tende con la sua freschezza ad attenuare le asperità del tempo in 5/4 con cui comincia il concerto. Ci si reinnamora della chitarra, strumento troppo spesso (ad essere sinceri) appena più che strimpellato da molti, e che invece in questo caso si riappropria di tutta la sua poetica: è bellissimo ascoltare i reciproci bilanciamenti con la batteria di Mark Walker, il contrasto con il suono assertivo dell’ oboe di Paul McCandless, i giochi dinamici con il contrabbasso di Glenn Moore.
Ma è anche la varietà stilistica che è attraente, e divertente. Quello degli Oregon è un concerto tutt’ altro che monocorde: un delizioso viaggio tra atmosfere latin, swing, brani che invece ricostruiscono ambienti naturali e ricchi di rumori suggestivi, dissonanze in contrasto con temi melodici sviluppati con grazia e fantasia, improvvisi scarti da suoni cristallini ad “ambient” più cupi. E anche all’ interno di ogni brano, molti sono gli strumenti usati, tante le cose che accadono, dai semplici scambi tra batteria e pianoforte, all’ improvvisazione travolgente, agli obbligati perfetti ma mai severi. E poi ci sono i soli pregevoli, con il supporto reciproco che si può agevolmente definire “affettuoso” , oltre che perfetto, di ognuno dei quattro musicisti sul palco. Che (a parte Mark Walker, che McCandless scherzosamente definisce un nuovo arrivo, poiché è con loro da 18 anni) suonano insieme dal 1970: divertendosi, trovando spunti creativi continui, e deliziando (ve lo confermo) il pubblico con musica di altissimo livello.

Teatro pieno, applausi pieni: Open Jazz Festival, indiscutibilmente, si è concluso in bellezza.

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