Il giovedì 10 aprile all’Auditorium di Roma

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Gregory Porter

Credo non ci siano dubbi: oggi la voce più calda, convincente, entusiasmante, swingante che ci sia è quella di Gregory Porter e tale considerazione travalica i confini del . Mi sapete trovare nel campo del pop un vocalist che abbia le stesse caratteristiche di Porter?

L’artista si è esibito giovedì 10 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma e il suo concerto si è risolto nell’ennesimo successo di pubblico. Un elegante spezzato da pomeriggio, il solito copricapo ben serrato sulla fronte quasi a coprire gli occhi, un sorriso smagliante, una straordinaria presenza scenica, una bella capacità di dialogare con il pubblico senza mai trascendere nel cattivo gusto, Porter ha letteralmente stregato il numeroso pubblico che l’ha lungamente applaudito per tutta la durata del concerto.

La serata si è incentrata sui brani contenuti sia in “Liquid Spirit” il nuovo album che ha segnato il suo debutto in casa Blue Note, vincitore del Grammy Award per il miglior album di jazz vocale sia in “Be Good” il precedente CD che, assieme a “Water” avevano portato Porter all’attenzione della critica facendogli guadagnare due nomination ai Grammy Awards.

E Gregory ha tenuto magnificamente fede alle aspettative non risparmiandosi e mostrando appieno tutte le proprie potenzialità; ha cantato come al solito benissimo, con uno strumento baritonale che pur gli consente di passare con estrema disinvoltura dal registro più alle note alte anche se personalmente lo abbiamo preferito nelle ballads con quella straordinaria capacità di tenere le note basse sempre perfettamente intonate. Così di grande effetto le interpretazioni di “No Love Dying” , “Wind song” e dell’ormai celebre “Be good” che rimane comunque una delle sue migliori esecuzioni. Trascinante in “Liquid Spirit” , Porter dimostra anche di conoscere appieno la valenza di pezzi “storici” come “Work Song” interpretato con sincera partecipazione.

Ma non basta ché Gregory evidenzia ancora una profonda assimilazione del blues, una perfetta padronanza dello scat e un controllo assoluto della dinamica e della intonazione che si manifesta appieno quando canta da solo, senza alcun accompagnamento strumentale.

Al pubblico romano, Porter si è presentato con un quartetto acustico di chiara impostazione jazzistica, costituito da Chip Crawford piano, Aaron James basso
Emanuel Harrold batteria, Yosuke Satoh sax. Pianista, batterista e contrabbassista non sono dei fulmini di guerra comunque sono capaci di ben assecondare il leader nelle sue performances e di fornirgli l’indispensabile supporto. Purtroppo completamente diverso il discorso per l’imbarazzante sassofonista; Yosuke Satoh è riuscito nella titanica impresa di inanellare una serie di assolo sostanzialmente identici: un gran numero di note a costruire linee sinuose ma inconcludenti nella loro vacuità; insomma un musicista tecnicamente dotato ma emozionalmente nullo. Sarebbe bene che lo stesso Porter gli spiegasse come spesso poche note ben suonate e profondamente sentite siano molto meglio di tante note senza senso.

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