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drumpet copertina

Foto Paolo Soriani

Intervistiamo il batterista Lorenzo Tucci in occasione dell’ uscita del suo nuovo lavoro “Drumpet” edito per l’ etichetta Jandomusic – Via Veneto Jazz, in duo con il trombettista Fabrizio Bosso. Drums + Trumpet , un titolo che parla di una stretta fusione tra i due strumenti, un Jazz che cerchiamo di scoprire insieme a lui che questo lavoro ha fortemente voluto e su cui abbiamo molte curiosità da dirimere. Molte!

Se non sbaglio questo è il tuo secondo lavoro in duo, dopo Lunar, con Luca Mannutza a pianoforte e tastiere. Si può parlare di un sentiero che prosegue, una strada di ricerca?
“Si! Se ne può parlare sicuramente. Suonare in duo mi affascina tantissimo, lo trovo molto stimolante, mi suggerisce sempre nuove idee, nuove sonorità . Mi permette di suonare cose che non avrei mai immaginato. Il duo, come formazione, mi mette a “dura prova”, potrei quasi dire che non so mai come vada a finire. In fondo è come una promessa fatta a qualcuno, il che ti spinge a fare di tutto per non deluderlo:quel qualcuno è il pubblico. Suonare senza un scaletta, senza brani già intitolati , già editi, già famosi, mi dà una adrenalina incredibile. E’ un rischio: c’è chi prova tutto questo con il Poker , con le Slot, con le droghe oppure buttandosi da  6.000 metri con un paracadute. Io lo provo con il duo!”

Sono quasi tutti brani originali quelli di Drumpet. Quale è la loro poetica, il filo rosso che li lega?
“Quello che lega i brani fra loro è la coerenza. Quando penso ad un nuovo lavoro che sto per fare penso al disco intero , non ad una serie di brani ripescati nel cassetto magari anche belli ma non legati  tra loro. Un disco per me deve essere  come un romanzo, con un inizio e una fine, i cui capitoli nel cd altro non sono che i brani che lo compongono. E il titolo di un album musicale deve essere congruo con quello che c’è al suo interno. Umilmente cerco di ottenere questo risultato:  poi è sempre l’ascoltatore  a giudicare se ci sono riuscito”.

Lorenzo Tucci (foto Daniela Crevena)

Lorenzo Tucci (foto )

Nel duo batteria e tromba si potrebbe immaginare un’ atmosfera ostica, secca, o persino chiassosa. Invece in Drumpet si ascoltano, certo,  da parte tua e di Fabrizio Bossovirtuosismi, tecnica sopraffina, ma anche un suono morbido, ricco di armonici, se così si può dire. Anche nei brani più energici e persino nei tuoi soli.  E’ questa che ho appena fatto una descrizione plausibile dell’ atmosfera del cd?  

“Certamente hai colto il senso di Drumpet! Come ho già detto, i brani si susseguono in un ordine ben preciso e mai casuale e questo lo faccio con molta accuratezza , il che  a mio avviso è  molto importante per la riuscita di un album. Detto questo, perché mai dovrebbe esserci chiasso e non musicalità  in un duo batteria e tromba ? Sono due strumenti musicali e quindi viene più naturale fare musica, che chiasso. In questo disco anche la cura maniacale del suono della mia batteria ha avuto un ruolo importante: volevo un suono pulito, ma molto grave e asciutto. Era molto importante questo, per me. Tendevo ad  un suono molto particolare,  una sintesi di percussioni africane, sudamericane e anche orientali”.

Affrontare un lavoro incentrato su percussioni e “voce” è per te un tornare alle origini o uno sperimentare?
“Io penso che gli esperimenti si debbano fare a casa propria e in studio, oppure davanti ad una cerchia ristretta di persone, che gentilmente e per loro scelta decidano di sottoporsi  alla sperimentazione, un po’ come avviene per un nuovo farmaco. Preferisco portare in questo senso al pubblico un prodotto finito, compiuto, frutto di una sperimentazione avvenuta “privatamente”. Secondo me il pubblico merita questo e niente di meno”.

Come cambia l’uso degli elementi della batteria in un lavoro che prevede un uso limitato degli “accordi”? Usi più i tom per sfruttare le loro capacità tonali?
Mi interessa proprio sapere se hai usato una tecnica particolare di “riempimento” di alcune aree sonore, e come si mantiene un intreccio così serrato e ricco con uno strumento non polifonico come la tromba.
Questo non è un disco di jazz tradizionale  nemmeno di bop o di hard/bop, quindi la batteria prescinde molto da questi generi che potrebbero saltare alla mente. Certamente, è evidente all’ ascolto, c’è un uso intenso di tamburi e sonorità gravi: ad esempio un uso molto frequente dello snare/drum (il rullante, n.d.r. ) senza la cordiera. Poi, per quanto riguarda il “suonato” , è l’istinto ad intervenire lì dove c’è bisogno di un suono anziché di un altro”.

E’ strategica la scelta di far durare poco i brani e di non superare la mezz’ora di musica totale?
“Non è strategica ma certamente è una scelta oculata”.

Brani dal drumming energico, come “Don’t Kill Him” , o tribale come “Africa” e Talking drums”, così efficaci e incisivi nella loro brevità, nascono estemporaneamente o li hai pensati già nella loro struttura come pezzi veri e propri?
“Erano già strutturati nella mia mente. L’improvvisazione è solo la punta dell’iceberg di un lavoro fatto a monte. E questo vale sia per i singoli brani sia, come ti dicevo, per come sono parte del lavoro nel suo complesso”.

Questo disco appare una vera opportunità che ti sei concesso per una totale libertà espressiva della tua batteria, che in effetti, a parte i momenti in cui decidi di reiterare un riff, non è mai uguale a se stessa… C’è tutta la tua notevolissima tecnica: eppure trapela sempre eleganza, anche nei brani più “adrenalinici” (penso ad “Africa” o a “Dubai” ) .  Come si arriva a padroneggiare così lo strumento non cedendo alla tentazione di essere “muscolare”?
“In questo disco oltre al resto ho voluto mettere in primo  lo strumento e le sue capacità timbriche ed espressive. Per fare tutto questo c’è bisogno di tecnica, elemento essenziale, per un musicista, e che serve a servirsi totalmente  del suo strumento, conoscerlo il più possibile e averne il controllo completo: quindi essere più libero. E si sa che la libertà è tutto”.

Fabrizio Bosso usa ad arte
affascinanti effetti elettronici, in alcuni brani doppiando e triplicando in senso armonico la sua voce. E’ in questi brani (vedi “Solenne”) che la tua batteria diventa destrutturante e rarefatta: invece che regolamentare l’ andamento lo frammenta, spesso su loop della tromba. Il vostro è un equilibrio voluto, studiato, o siamo di fronte ad una improvvisazione pura?
“Fabrizio oltre alle grandi qualità ormai note, è diventato molto esperto anche di effetti elettronici, che in questo disco si notano in maniera evidente. Erano le sonorità che mi occorrevano per Drumpet,: e in questo disco si notano, volevo ci fossero anche queste. Il nostro è un equilibrio maturato negli anni, in tutta la nostra attività svolta insieme, io ho fatto parte e faccio parti dei progetti di Fabrizio, ho suonato in decine di dischi suoi, lui in diversi dischi miei, abbiamo fatto tournées in tutto il mondo condividendo esperienze fantastiche sia musicali che umane, siamo persino vicini di casa! Tutto questo non può che emergere, sia in studio che , naturalmente, senza sforzo e con il massimo della fiducia e della stima reciproche. Il Free è soprattutto rispetto”.

Anche in questo cd ci sono brani connotati da melodie limpide e dolci. La tua è una propensione che connota anche una tua vena compositiva:  penso ad “Happy End”, ma anche a precedenti lavori, come ad esempio “Hope”. La riconosci come una delle tue particolarità? Una tua cifra stilistica?
“Sono sempre stato attratto dalle melodie  cantabili che avessero su di me un impatto emozionale,di conseguenza scrivo in base all’emozione che sto vivendo in una porzione di tempo che può essere un attimo, un giorno, una notte intera o pochi secondi…poi spero che agli altri possa piacere ciò che ho scritto. Non so scrivere a “tavolino”, trovare furbi escamotage che possano piacere a tutti i costi”.

“A proposito di brani melodici, hai voluto inserire anche un canto tradizionale abruzzese. E’ una scelta che dimostra che tutto può essere un buon punto di partenza il Jazz… ce ne parli?
“Tutto può diventare jazz attraverso il jazzista che, normalmente, dovrebbe arricchire e quindi dare un contributo estetico all’opera che decide di eseguire. Ho voluto inserire “Lu Piante de le Foje” perché è un brano che mi emoziona, una vera e propria “ballad” che avrebbero potuto suonare persino Bill Evans o John Coltrane. E’ un brano al quale sono molto legato: non solo perché sono abruzzese, ma soprattutto  perché fa parte del mio background,  fatto anche di tradizione e di folklore, che io rispetto molto. Ognuno di noi ha delle origini, e musicalmente, nel bene o nel male, con quelle origini deve fare i conti! “.

Il Jazz trapela fortissimo ascoltandovi suonare in brani originali come “Rino” e non solo in “Juju” di Shorter o ”Impression” di Coltrane. Non è dunque questione di repertorio ma…ma? Di cosa? Dove nasce il Jazz?
“Il jazz nasce da una voglia di andare oltre ciò che è precostituito, oltre  ciò che è scritto. Non è un fatto di bravura è un’esigenza: il jazzista deve sentire questa esigenza, altrimenti non può suonare jazz. Questa è l’unica peculiarità che il jazzista deve avere, da questo nascono il jazz e il jazzista. Non scegli di suonare jazz, così come non hai deciso la tua altezza fisica, il colore dei tuoi occhi, il tuo carattere o i tuoi difetti: sei così e basta. Se hai quell’esigenza di “andare oltre”, ciò che suoni diventa Jazz. E tutto diventa repertorio se il jazzista lo decide”.

Avete in programma immagino concerti live.  Sarete in duo anche dal vivo?
Certamente porteremo in giro il progetto Drumpet, ci  tengo molto! Così come per tutti gli altri miei gruppi, in duo o in trio.

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