“In questi ultimi anni mi sono sempre più aperto al resto del mondo”

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Foto di Fabio Volta

Personalità affermata anche in campo internazionale, Enzo Favata calca oramai da anni le scene più importanti del jazz non solo italiano mantenendo le sue caratteristiche fondamentali: artista fortemente legato alla sua Sardegna, in grado di ben esprimersi su diversi strumenti (sassofoni e clarinetto basso), dotato di una felice vena compositiva. Lo abbiamo incontrato l’indomani dell’applaudito concerto al Festival di Udine.

Jazz in Sardegna, jazz sul Continente: quali le differenze sostanziali?

“Oramai di continenti che sto attraversando ce ne sono molti…un po’ meno Italia. Ma parliamo piuttosto di questo Festival di Udine che conserva sempre una certa curiosità e questo mi fa piacere; il Friuli e la Sardegna hanno questa bella vicinanza su come intendere la musica, i festival jazz. Per quanto riguarda il mio jazz, ha sempre a che fare con la Sardegna ma in questi ultimi anni mi sono aperto molto al resto del mondo. Ad esempio adesso sono appena rientrato dallo Zimbawe”.

Ma ritorniamo in qualche modo alla prima domanda: come valuti la situazione attuale del jazz nel nostro Paese?

“C’è molta gente che suona bene; il jazz italiano forse abbisogna di un rinnovamento assomiglia un po’ al PD…”

Cioè?

“Boh…”

A questo punto ridiamo ambedue…ripreso un contegno, riprende l’intervista.

Parlaci delle tue ultime esperienze.

“Nel coro del tempo ho molto rinnovato le collaborazioni. Oggi le cose più interessanti sono questo nuovo quartetto con Enrico Zanisi, Danilo Gallo e U.T. Ghandi: il progetto è fresco in quanto ha a che fare sia con la musica che ho scritto tanti anni fa sia con idee nuove. Ritengo sia molto interessante volgersi indietro perché credo ci sia ancora molto da capire nella musica degli anni ’70 per poter sviluppare una progettualità nuova, il tutto senza fare covers: ecco in questo quartetto ci sono elementi che hanno qualche affinità con il quartetto di Dewey Redman con il giovane Jarrett anche se Zanisi nulla c’entra con quel tipo di linguaggio.. però quelle idee che mescolano il rock senza paura di nominarlo e soprattutto di suonarlo mi sembrano ancora oggi vincenti. E poi un progetto diametralmente opposto, psichedelico, onirico, che non a caso si chiama  “DECODER”  ed il suo nuovo spettacolo “The dark side of  jazz” che vede sempre Gallo e Ghandi… io suono il clarinetto basso, il tenore, il soprano con l’ausilio di molta live electronic; poi c’è un Marcello Peghin davvero ispirato che regge benissimo il confronto con colleghi più famosi come Rypdal e Aarset ( anzi dando un serio contributo carico di originalità in quell’area cosiddetta del sound nordico). Con questo quartetto abbiamo lavorato molto grazie anche ad una commissione che ci è stata affidata dai Parchi dell’Asinara e della Maddalena… è un grande progetto multimediale che si chiama “The secret life of Parks” ove ho coniugato diversi elementi. Queste sono le cose italiane”.

Favata Zanisi Gallo Gandhi  trieste 2014

-E per quanto concerne i progetti “stranieri”?

“Come dicevo sto tornando dallo Zimbawe dove ho suonato adesso e tornerò in estate per fare una tournée con Dudu Manenga, una che è considerata la nuova Miriam Makeba grazie ad una voce straordinaria; Dudu ha un gruppo di straordinari musicisti che in qualche modo si rifanno all’afro-beat di artisti quali Fela Kuti; poi da tre anni ho in piedi una collaborazione con musicisti scozzesi quali Colin Still e David Milligan che sanno coniugare perfettamente il jazz con la musica tradizionale del loro Paese; il progetto si chiama  “Stone Islands” e lo eseguirò al Festival di Edimburgo dove sarò in residenza per fare tre concerti,  uno per l’appunto con

“Stone Islands”, un altro con questo quartetto con cui ho suonato qui a Udine e quindi un terzo  con Zanisi e altri pianisti”.

 

-Ricordo di aver assistito nel ’94, a Sassari, alla registrazione del tuo album “Islà” con Riccardo Tesi, Marcello Peghin e Federico Sanesi; cosa è rimasto di quel Favata che aveva un gusto così spiccato per le belle melodie?

“C’è sempre… è una mia precisa caratterizzazione… nelle mie composizioni la melodia rimane sempre. Naturalmente essendo passati venti anni, molto è cambiato: alcune cose le suono meglio, mi si sono aperte strade nuove con diversi strumenti quali il clarinetto basso e il clarinetto contralto… allora suonavo il soprano, le benas che sono le cugine antiche delle launeddas… ecco questo aspetto etnico c’è sempre…l’ho introdotto nel fraseggio del sax soprano; ovviamente ho molto studiato Coltrane, il quale, non dimentichiamolo, genialità a parte, aveva studiato a fondo le scale delle melodie dell’Oriente. Con i clarinetti cui accennavo in precedenza è possibile riprodurre in qualche modo una sonorità etnica che non deve essere però ritenuta un fattore riduttivo ché, a mio parere, la musica etnica rappresenta la musica classica originaria dei vari Paesi. Noi abbiamo l’opera lirica che, non me ne vogliano i melomani, pesca molto nella nostra musica etnica”.

 

-In questa tua ricerca, oltre Coltrane, hai avuto qualche altro nume ispiratore?

“Tanti… ad esempio per molto tempo Garbarek, poi Shorter, Surman sulla cui sonorità, idea del suono, concetto del suono ho molto studiato, in special modo il suono sul soprano perché lo strumento ha dei suoi limiti, un suono fino,  difficile da intonare e solo attraverso l’esperienza di Surman sono riuscito a sviluppare un mio suono molto bel definito, caratterizzato da una dimensione abbastanza grande; poi c’è il clarinetto basso e senza Surman mai me ne sarei innamorato .  I punti cardinali della mia musica si stanno espandendo sempre più: per esempio mi capita spesso di lavorare in Norvegia  dove ho suonato da Oslo a Capo Nord sino alle Isole Svalbard; con i Norvegesi  nel 2013 abbiamo fatto un quartetto con Aarset, Vinaccia e Ian Bang.  Il Sud America  è un luogo importante per me; con Dino Saluzzi ho registrato un disco imperdibile “Ajò” , ho suonato in varie città europee e persino a Buenos Aires , la stagione con il bandoneon è iniziata con lui nel 1997 per poi continuare con il Quintetto Atlantico dove nel 1999 ho chiamato Daniele Di Bonaventura al bandoneon e con cui ho girato davvero il mondo,  Argentina e Brasile sono punti focali di quella stagione e non si deve dimenticare Egberto Gismonti: parte della musica che ho fatto è stata da lui ispirata e anzi ho composto un pezzo che si chiama “Café” che lui ha ascoltato e molto gradito”.

 

-Naturalmente c’è sempre la Sardegna…

“Certo che si; per  la Sardegna   ho lavorato in questi anni ad una trilogia   discografica iniziata con il famoso Voyage en Sardaigne  1998  un affresco sonoro dove ho coinvolto molti musicisti etnici  della mia isola , un progetto nato come disco per poi approdare in un grande spettacolo sinfonico,  commissionatomi  nel 2005 dalla Radio Nazionale Olandese ed eseguito con la Metropole Orkest per orchestra classica canto a tenores launeddas e quintetto jazz ;  il secondo lavoro di quella trilogia e stato Boghes and Voices  iniziato con Dino Saluzzi  ed il Coro a Cuncordu di Castelsardo una risposta mediterranea all’allora famoso Officium di Ganrbarek , il progetto fu un successo; in seguito al posto di Dino Saluzzi vennero all’inizio Simone Zanchini  e poi Daniele Di Bonaventura .

L’utimo atto della trilogia è stato ed è “The new Village” un lavoro visionario , dove ho unito la new thing degli anni 70 insieme al canto a tenores con i Tenores di Bitti ed un gruppo travolgente che mi vede affiancato ad   piano ed elettronica, Riccardo Pittau Filippo Vignato trombone Danilo Gallo ed UT Gandhi (ritmica straordinaria) .

-Come vanno le cose dal punto di vista discografico?

“Ci sono attese. Qualche disco esce. La cosa che mi diverte è che nonostante io faccia molti concerti, soprattutto all’estero, c’è una attesa per fare i dischi. In questo momento però è necessario che ci sia una big label che supporti le iniziative. La cosa che mi interessa è lavorare proprio su questo fronte”.

 

E con l’auspicio che tale desiderio diventi al più presto realtà salutiamo Enzo Favata e la sua musica.

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