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Udin& 2014

Enrico Zanisi 1

Enrico Zanisi è certamente uno dei personaggi più interessanti dell’attuale panorama jazzistico nazionale. Nato a Roma, Enrico si è laureato con lode al conservatorio de L’Aquila. A quindici anni ha incrociato il jazz e, poco dopo, è iniziata la sua brillantissima carriera. Dopo una serie di concerti nei piccoli locali della Capitale, Enrico entra in sala di registrazione e dà alla luce il suo primo album “Quasi Troppo Serio”per la giovane etichetta Nuccia. Nel 2012, dopo aver pubblicato “Life Variations”  per la Cam Jazz , arriva una sorta di consacrazione: il premio 2012 come Miglior Nuovo Talento. Nel 2014 esce un altro disco in trio sempre per la Cam Jazz, “Keywords”. Lo abbiamo intervistato dopo il concerto a “Udin&Jazz” inserito nel quartetto di .

-In pochissimo tempo tu sei passato dalle nebbie di un qualsivoglia anonimato, ai più lucenti riflettori delle ribalte importanti. Come stai vivendo questi momenti?

“Sempre con i piedi per terra poiché questa è una caratteristica del mio modo di essere. Mi era già capitata una cosa simile quando studiavo musica classica: avevo avuto una carriera molto veloce, avevo cominciato subito a fare concerti…insomma era facile montarsi la testa. Invece, anche grazie ad una famiglia molto attenta, che mi ha insegnato sani principi, ho capito che la cosa più importante è continuare ad impegnarsi, studiare con passione perché è ciò conta se si desidera fare musica”.

-Partendo da queste premesse, come ti trovi oggi a suonare non più musica classica ma jazz?

“Suonare jazz, per me, significa lavorare su quegli aspetti che mi contraddistinguono; il jazz ha avuto una storia ed un evoluzione peculiare, ad opera di grandissimi artisti, dunque è una musica la cui genesi e il cui sviluppo devono essere attentamente studiati. La pratica dell’improvvisazione, che è la caratteristica primaria del jazz, ha facilitato la contaminazione tra il jazz e le musiche più disparate, e oggi, non è più possibile parlare di “vero” jazz (forse non è mai stato possibile), ma di una musica che è espressione di differenti personalità artistiche, ognuna con un proprio diverso background culturale”.

-Tu hai tirato fuori due concetti che molto mi interessano: le tue caratteristiche e l’improvvisazione. Analizziamoli separatamente. Quali sono le caratteristiche che ti contraddistinguono?

“Lo studio e la pratica della musica classica hanno influito molto la mia visione della musica: per esempio, durante l’improvvisazione o nell’esposizione dei temi, cerco di sfruttare il più possibile entrambe le mani cosa che non sempre avviene nel jazz; cerco una polifonia orizzontale piuttosto che verticale, data dall’incastro di più linee melodiche contemporanee; spesso prediligo la composizione di forme ben definite da una chiarezza espositiva”.

-In tutto questo discorso, la tecnica che ruolo giuoca?

“La tecnica classica per me ha svolto un ruolo importantissimo; una preparazione classica, anche solo di base, la consiglierei a chiunque si accinga a suonare il pianoforte perché facilita molto l’approccio allo strumento. Certo, la tecnica classica non deve diventare una gabbia, un vincolo  stringente ma un mezzo che aiuti ad esprimersi meglio. Il grande pianista americano Kenny Werner, con il quale io ho avuto l’onore di studiare, sosteneva sempre che in alcuni momenti avrebbe desiderato possedere più tecnica pianistica, non per stupire l’ascoltatore, ma per avere la sicurezza di poter intraprendere sulla tastiera qualsiasi strada senza timore alcuno, lasciando scorrere le emozioni”.

Enrico Zanisi 3

-E passiamo all’improvvisazione; che significa per te improvvisare?

“Un tempo la pratica dell’improvvisazione era molto comune tra i compositori/esecutori; in un periodo in cui i committenti erano gli stessi destinatari del prodotto musicale e i musicisti sapevano bene a chi rivolgersi e con quali mezzi, l’improvvisazione era parte integrante del loro modo di operare, perché riusciva a riflettere i gusti dell’epoca. Oggi non è più così, perché la società e i gusti non sono più stabili e duraturi, ma sono molteplici e liquidi; in questo contesto studiare l’improvvisazione jazz come è stata codificata, è importante ma non ha nessun legame con il presente. Io cerco sempre di trovare un equilibrio tra ciò che i grandi jazz master ci hanno insegnato e le mie esigenze musicali di oggi, sì da creare un’improvvisazione che davvero sia espressione del mio modo di sentire, di intendere la musica.”.

-All’inizio di questa nostra conversazione, hai fatto cenno ad una certa ibridazione che nel jazz è oggi particolarmente forte… ma il jazz è per sua stessa natura una musica ibrida, nata ibrida…

“Certo , non c’è dubbio! La forza del jazz è da ricercarsi soprattutto nella commistione di culture e tradizioni musicali che sono alla sua origine. Mi viene in mente un pianista fenomenale, che io amo molto, Tigran Hamasyan,: lui è un armeno, ha studiato e imparato fin da giovanissimo il jazz canonico, ma oggi esegue una musica originalissima ,coniugando il suo patrimonio culturale con ciò che ha studiato del linguaggio jazzistico. Lo stesso si può dire di Brad Mehldau che pure è ormai un artista affermato e un jazzista di altissimo livello: la sua originalità è frutto di una grande conoscenza della musica classica, della tradizione rock, ma anche della sua passione per la letteratura romantica”.

-Il fatto di parlare di Mehldau mi sollecita un’altra domanda. Probabilmente sull’onda nefasta dei capricci di Jarrett, ora anche Mehldau pretende di stravolgere la scaletta delle serate, non vuole essere fotografato non vuole essere intervistato e via di questo passo in una sorta di galleria degli orrori. Da dove nascono simili atteggiamenti e soprattutto non pensi che tutto questo pseudo-divismo faccia molto male al jazz che resta comunque musica di nicchia?

“Evidentemente si tratta di personalità particolari: Jarrett è rimasto fermo un paio di anni per eccessivo stress psico/fisico. Il pubblico preferisce ascoltare maggiormente un Hancock che suona per tutti, si fa fotografare ed è sempre affabile (e suona da dio!). Io, però, capisco anche chi, per suonare, abbia la necessità (spesso maniacale e paranoica) di sentirsi a proprio agio. Lo sbaglio, a mio giudizio, non è dei musicisti ma degli organizzatori che li invitano pur sapendo che probabilmente il contesto non sarà dei più adatti.”

-Io, infatti, Jarrett non lo chiamerei più… ma questa è una mia personalissima opinione…ma torniamo a te. Qual è l’esperienza musicale che più ti è rimasta nel cuore?

“L’esperienza con Sheila Jordan con la quale ho avuto la possibilità di fare un concerto: in quell’occasione ho avuto modo di toccare con mano cosa significhi suonare con una cantante di jazz, una magnifica artista spinta sempre da grandissima onestà e sincerità; la sua generosità, il suo desiderio di continuare a ricercare con curiosità e coraggio, la sua passione e la sua  dolcezza mi conquistarono”.

Enrico Zanisi 2

-E il raffronto fra questa esperienza e il suonare in Italia con musicisti italiani?

“In Italia abbiamo un sacco di musicisti validissimi; sono molto contento di aver suonato con alcuni dei più validi artisti in circolazione e, devo dire, mi sono sempre trovato benissimo. Un nome su tutti: Ares Tavolazzi è uno che ancora ama mettersi in gioco, rischiare, cercare di fare qualcosa di nuovo. Non ho ancora avuto la possibilità di suonare con molti musicisti americani per poter operare un raffronto oggettivo come tu mi chiedi, ma solitamente quel che mi piace è saper affrontare ogni situazione, ogni nuova sfida, facendo musica insieme agli altri”.

-Come ti è capitato di inserirti in questo nuovo gruppo di Enzo Favata?

“Enzo è un musicista che ho conosciuto nel 2009  dopo un mio concerto in piano solo all’European Jazz Expo di Cagliari . Era una situazione un po’ particolare perché c’erano molti concerti in contemporanea: c’erano Rava da una parte, Bosso dall’altra per cui in realtà al mio concerto non c’era molta gente, una quarantina di persone tra cui Marcus Roberts, un pianista straordinario , che poi è venuto a farmi i complimenti.  Alla fine del concerto si è presentato  anche Enzo che mi ha chiesto il  disco dopo avermi parlato del suo festival a Santa Teresa Gallura. In realtà non si fece mai sentire fino all’anno scorso, quando mi invitò a fare un piano solo al Festival Musica Sulle Bocche, con una particolarità: suonare all’alba. La spiaggia, all’alba, era piena, l’atmosfera era meravigliosa e fu un concerto davvero splendido. Enzo mi richiamò a dicembre per fare un concerto in piano solo in un teatro di Alghero, e la sera successiva mi chiese di sostituire un componente del suo gruppo. Da lì è partito il quartetto, con Danilo Gallo al contrabbasso e U.T. Gandhi alla batteria”.

-Come abbiamo sentito, tu suoni spesso sia in piano-solo sia inserito in gruppi. Qual è il contesto che preferisci?

“Per un pianista, credo che quella del piano solo sia l’esperienza più difficile da affrontare ma anche la più stimolante, appagante. Anche questa estate ho avuto concerti in piano solo; molti mi chiedono di incidere un disco ma non mi sento pronto. Il live è un’esperienza molto bella,  ma per incidere un disco ci vuole una certa maturità, una preparazione specifica, e io non voglio affrettare i tempi. La situazione che voglio portare avanti al momento è il mio trio con cui ho già inciso due album con la CamJazz (Alessandro Paternesi alla batteria e Joe Rehmer al contrabbasso). Il trio per me è molto importante perché ho modo di far sentire le mie composizioni, la mia musica”.

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