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Come ben sapete, le recensioni dei concerti dalla carta stampata sono praticamente scomparse. Di qui l’importanza della Rete che in qualche modo tiene informati gli appassionati su ciò che succede. Ovviamente tutto questo va fatto con la necessaria tempestività…motivo per cui Vi chiedo scusa se queste recensioni appaiono con un po’ di ritardo. Il fatto è che subito dopo il Concerto dei due pianisti all’Auditorium di Roma, sono partito per la Lapponia Finlandese per seguire un Festival Jazz di cui vi riferirò nei prossimi giorni. Insomma non ho avuto il tempo di scrivere sui due eccellenti concerti che, approdato all’, il “Roma Jazz Festival” ci ha proposto il 15 e 16 novembre scorsi.

Barron Holland

Venerdì 15 sul palco un duo d’eccezione composto dal Kenny Barron e dal contrabbassista Dave Holland ed è stato grande jazz. Un’ora e mezza di musica raffinata, elegante, tutta giocata sull’empatia non disgiunta dalla grande maestria dei due artisti…con una nota insolita almeno per chi poco conosceva Kenny e Dave.

In effetti, da un duo pianoforte-contrabbasso, ci si attende che in primo piano ci sia la tastiera mentre le corde ricoprono un ruolo di complemento: invece è stato proprio il contrabbasso di Holland a intonare più spesso complesse linee melodiche come se si trattasse di uno strumento assai più agile; dal canto suo a Barron bastavano pochi accordi messi lì quasi per caso, alcuni accenti mirabilmente spostati, un fraseggio di una leggerezza strabiliante, un senso dello spesso sotteso ma sempre trascinante per deliziare gli spettatori che non mancavano di lesinare entusiastici consensi.

Il concerto si apriva con una ballad di Barron che esponeva il tema mirabilmente contrappuntato da un ostinato del contrabbasso. A seguire un pezzo di Charlie Parker, “Segment”, magistralmente condotto dai due ma è soprattutto Holland ad infiammare la platea facendo letteralmente cantare il suo strumento sulle difficili articolazioni disegnate dal genio di Parker; nel corso dell’esecuzione ascoltiamo una serie di scambi in cui i due hanno modo di esibirsi in solitudine prima della ripresa finale del tema. E’ quindi la volta di un’altra ballad, davvero struggente, “Waltz For K.W.” , dedicata da Dave Holland all’amico Kenny Wheeler, da poco scomparso. Il clima cambia subito dopo grazie ad un calipso di Kenny Barron che evidenzia tutta la sua straordinaria capacità di fraseggiare in modo veloce e complesso facendo apparire il tutto estremamente semplice, anche se è Holland a scatenare l’entusiasmo del pubblico grazie ad un lungo, prodigioso assolo. E’ ancora Barron a firmare il brano successivo, “Rain”, una suadente ballad incisa recentemente dai due nell’album “The art of conversation”.

Il concerto si chiude ma gli insistiti applausi richiamano i due che come bis eseguono, sempre magistralmente, “In Walked Bud” di Monk.

 

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Domenica 16 avrebbero dovuto esibirsi i “3 Cohens Sextet” ma il concerto è stato annullato e così veniamo a lunedì 17 con l’esibizione dei due pianisti Jason Moran e Robert Glasper. Quindi un altro duo ma con una cifra stilistica diversa. Si tratta, in effetti, di due giovani ma talentuosi artisti che hanno assorbito la lezione del jazz canonico filtrandola attraverso la propria sensibilità di artisti contemporanei. Di qui una musica fresca, originale, ricca di influenze “altre”, impreziosita dalla diversità che contraddistingue i due pianisti: l’uno, Glasper, ha forgiato uno stile basato sulla commistione fra hip hop, blues, soul e jazz, caratterizzato altresì da una immediatezza espressiva mentre Moran presenta un linguaggio più prettamente jazzistico, assai moderno seppur saldamente ancorato alle lezioni di Fats Waller e James P. Johnson e sicuramente un più ardito senso della costruzione. Di qui un dialogo sempre molto aperto, ricco di suggestioni, rimandi in cui i due mostrano una particolare sensibilità nel riuscire ad ascoltarsi e nel tenere vivo il discorso musicale seppure in assenza di una sezione ritmica. Spesso si perde la sensazione di ascoltare due distinti pianoforti per apprezzare un unico solido flusso sonoro che si sprigiona dalle quattro mani impegnate simultaneamente sulle tastiere, in un continuo scambio di parti: ora è Glasper a disegnare la linea portante e Moran ad accompagnare, ora spetta a Moran il compito di portare avanti il discorso e a Glasper di punteggiarlo, sostenerlo. Il tutto con una perfetta padronanza della dinamica complessiva.

Durante il concerto non sono comunque mancati momenti in cui i due si sono esibiti in solo e questo non ha nuociuto all’omogeneità della prestazione. Tutto bene, allora? Sì…ma con un ma… nel senso che il concerto è stato abbastanza lungo e presentato in forma di suite quasi senza interruzione alcuna. Sarebbe stato, forse, più opportuno ogni tanto fermarsi, magari presentare i brani sì da fornire all’ascoltatore… e fors’anche al vostro cronista, la possibilità di metabolizzare quanto ascoltato fino a quel momento e ripresentarsi più fresco al successivo ascolto.

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