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A Sant’ Anna Arresi si svolge un festival del che ha un legame fortissimo con il territorio sardo: ma questo legame fortissimo è tutt’ altro che una catena o una zavorra che tiene musica e/o musicisti chiusi o affondati nella loro stessa forte specificità.
A Sant’ Anna Arresi si svolge invece proprio il processo contrario. Le radici salde permettono digressioni anche spericolate ed incontri inaspettati: e anche se non in tutte le serate è in scena il “ “ propriamente detto, ha la valenza dell’ estemporaneità, della creatività tracimante ed anche del rigore dovuto alla tradizione , che sono aspetti fondanti proprio del .

Ho assistito a due serate di questo importante Festival del Jazz, che adesso andrò a descrivere cercando di renderne l’ atmosfera particolare.



Palanuraghe, 19 dicembre, ore 21
Le Mystere de voix Bulgares – Elena Ledda, progetto “Suliru” (con Mauro Palmas alle mandole, Marcello Peghin alle chitarre e Silvano Lobina al basso) Dirige Dora Hristova

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Se non avete mai ascoltato questo coro femminile non perdete l’ occasione di farlo, perché è un’ esperienza emozionante, un arricchimento del proprio orizzonte sonoro e musicale, e non ultimo uno spettacolo di colori, di visi di espressioni, di movenze e di postura. La Bulgaria non è così lontana da noi eppure è una terra di confine che mostra musicalmente tutta la ricchezza di mondi sonori tra oriente ed occidente. Ritmi dispari e sincopati, sistemi scalari per noi inusuali eppure non totalmente estranei, soluzioni polifoniche che nel nostro severo sistema temperato sarebbero proibite, come l’ andamento per quarte parallele, un’ emissione vocale dritta, tagliente, che evidenzia accordi incredibili, colmi di armoniche dissonanze, e che può capitare di ascoltare nell’ apparentemente lontanissimo mondo armonico del Jazz. 
Un concerto strutturato con grande varietà di soluzioni: soli con strumenti, quartetti, duetti, coro completo, in cui le emozioni viaggiano con le dinamiche a contrasto, con la profondità delle voci gravi che tengono eroicamente bordoni possenti, con l’ apparente atonalità delle voci centrali che creano (al nostro orecchio occidentale) quel “mistero” (dovuto alla nostra “ignoranza” di altri sistemi musicali) che è insito nel nome stesso del coro, che è perfettamente consapevole di quale sia il suo impatto sonoro fuori dalla propria terra; e non ultima con la chiarezza sfacciata e cristallina delle voci acute, in cui il palato si chiude per dare il via a suoni che parlano di una terra misteriosa si ma contadina, e che ricordano i canti di lavoro che si ascoltavano in Toscana, o tra le mondine lombarde e venete, o tra le contadine del profondo sud dell’ Italia. E allora è lì che si ascolta anche l’ ancestrale comunanza di suoni non così estranei in fondo. Tanto che all’ arrivo di Elena Ledda, potente ed appassionata interprete della tradizione sarda stupisce, attrae, incanta proprio quella similarità tra donne di terre lontane, che raccontano, ridono, si dolgono, ricordano esperienze comuni. Le voci si intrecciano, le lingue diventano una sola lingua, la musica abbatte le differenze e porta alla dimensione umana femminile unica. 
Una grande interprete della nostra tradizione abbraccia un intero coro femminile. E intreccia canto, musica, pubblico in un abbraccio suggestivo e potente, che dovrebbe anche spiegare quanto, essendo diversi, possiamo permetterci di essere simili senza perdere la nostra identità. A quel punto poco conta l’ essere sarde o bulgare. Gli applausi scroscianti, emozionati danno ragione a quell’ abbraccio che è difficile lasciar scendere dal palco.



20 dicembre, ore 21
Armonias: Luigino Cossu voce; Emanuela Puggioni voce; Giovanni Puggioni chitarre

La seconda serata è connotata, nella sua prima parte da un cambio di programma dovuto all’ assenza (giustificata) di e Hugh Warren. 
Sul palco i canti della tradizione sarda del Armonias: le voci bellissime di Luigino Cossu ed Emanuela Puggioni accompagnate dalla chitarra di Giovanni Puggioni. Alcuni momenti emozionanti, altri divertenti, il tendone teatro che diventa piazza, il pubblico che canta antiche ballate e nuove canzoni sempre nello stile popolare della canzone sarda tradizionale. Giovanni Puggioni recalcitra a lasciare il palco, forse un po’ troppo, un po’ incurante dell’ artista che si avvicenderà dopo Armonias: il che un po’ dispiace perché non si intravede quella sorta di “fratellanza” ammirata e reciproca che si era respirata la sera prima. Ma questa è una considerazione di una sognatrice che probabilmente lascerà il tempo che trova e forse non importa poi così tanto. La gente balla, canta, si abbraccia, ride. Si percorrono tutte le lingue sarde e la bellissima Corsicana commuove.


Mohammad Reza Mortazavi in solo Tobak e Daf

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Mohamed sale sul palco, silenziosamente. Le luci si abbassano. L’ atmosfera cambia. Il pubblico ammutolisce. Mohamed Reza Mortazavi è un percussionista iraniano, che affronta un concerto completamente da solo. Ha portato con se due strumenti tradizionali del suo paese, il TOMBAK ed il DAF. E con quelli comincia un concerto di rara bellezza. Mohamed con le sue mani prende il tombak e quella pelle tesa comincia a produrre suoni, battiti, melodie, accordi, ritmi, che scorrono incantevoli rapendo i sensi di chi ascolta. Tanto che dapprima il silenzio è quasi un silenzio atterrito di timidezza, quasi di soggezione, davanti ad un musicista che appare quasi inarrivabile, incute forse una soggezione data dalla meraviglia. Suona con le mani? Non è così semplice. Mohamed suona due strumenti, le mani ed il tombak, e le mani sono fatte di palmo, di unghie, polpastrelli, falangi, nocche, polsi, e ogni elemento tocca ogni singolo centimetro dello strumento, che produce milioni di suoni. 
Ma non siamo davanti ad un virtuosismo da circo: no. Siamo davanti alle mille possibilità che ha un virtuoso di creare musica e non di mostrare narcisisticamente la propria bravura. Tanto che Mohamed vuole quasi il buio in sala. Vuole che la gente ascolti quella musica senza pensare a lui ma viaggiando insieme a lui. Sa essere ipnotico ed evocativo ma anche il contrario di questo, se decide che il ritmo segua il battito cardiaco o acceleri o rallenti, e che il volume gridi o sussurri lunghi soffi che sono quasi frullii d’ ala. Vibra e percuote, armonizza e canta. Quando interrompe per ricominciare con il DAF quasi lo svegliarsi è traumatico, eppure non si è dormito: si è volato, camminato, viaggiato. E si ricomincia con un suono diverso, e la stessa strenua volontà di creare, da solo, la musica, il respiro, una danza leggera e una danza tribale, i suoni profondi e terribili della terra e l’ angoscia e la bellezza, la fretta e la lentezza, i tonfi e i salti leggeri: se sai lasciarti andare in quei suoni ci sei tu e la tua vita con tutte le percezioni sensoriali che ti tornano in mente, e addosso.
La platea davanti a tutto questo perde la soggezione e butta via la soggezione. E si alza in piedi tentando di ballare una danza che però prima di tutto rimane un viaggio onirico. Non perdetevelo: tornerà presto in Italia.

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