Lorenzo Tucci with Fabrizio Bosso – Jandomusic

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drumpet copertina“Talking drums”: potrebbe essere il titolo di questa recensione oltre che del primo brano di questo cd in cui Lorenzo Tucci dispiega tutte le sue qualità tecniche ed espressive facendo parlare davvero il suo strumento. Insieme a lui l’ amico di una vita, il trombettista Fabrizio Bosso, che decide di assecondare un progetto ardito: un progetto pianoless senza nemmeno il contrabbasso è una sfida. Ma Tucci ama le sfide, e di certo sceglie bene il suo compagno di viaggio, che con lui ha suonato, improvvisato, creato per un’ intera vita artistica. Il titolo riassume questa fusione: Drum + Trumpet = Drumpet. I risultati si ascoltano, evidenti, in un lavoro che è connotato da energia, creatività, musicalità. E non ultimi una grande varietà stilistica, buon gusto, costante eleganza, percettibili nella scelta efficace di brani originali molto brevi in cui accadono musicalmente cose inaspettate, emozionanti, nelle quali non c’è tempo di assuefarsi. Poco più di 40 minuti: Tucci ha pensato fosse il tempo giusto, data la sonorità particolarissima che deve essere goduta appieno, a piccole ma intense ed appaganti dosi.

Troverete nel canto tradizionale abruzzese “Lu piante de le foje” il tema melodico destrutturato dalla , mentre la batteria esplode in una serie di riff irresistibili: un attimo di pausa e il canto si irreggimenta in una esecuzione quasi fedele e dai tratti nostalgici. Oppure vi imbatterete nell’ iniziale “valanga perfetta” di suoni dati dai tom e dal tintinnio dei ride di “Don’t kill him”, per poi divertirvi nel rocambolesco inseguimento tra la batteria di Tucci e la di Bosso. Riprenderete poi fiato con “Happy End”, quasi una ninna nanna: melodia dolce e un’ armonizzazione inusuale garantita da loop della di Bosso, fatta anche di ottave parallele, ed il cui cullare dei sei ottavi è variegato, camuffato dalle trovate ritmiche inattese, imprevedibili della batteria. L’ effetto all’ ascolto è inaspettato, suggestivo, agrodolce. E ancora, “Alone with drums” , le pelli regolate ad arte per tamburi dalle vibrazioni profonde, una brevissima meraviglia di contrasti tra suoni gravi e secchi .
Vi affascinerà l’ intro pentatonica di Bosso in “Kenzia”, poche battute, che cadono d’ improvviso in un semitono, li dove musicalmente il tuo orecchio non si aspettava: preludio di un brano meditativo cui la batteria inscrive sapientemente le digressioni della in una morbida e inesorabile marcia lenta. “Nature”, suoni della natura veri e propri, che quasi ti dispiace non vederlo davanti ai tuoi occhi, Tucci, per capire come riesce a rendere quell’ atmosfera con solo due bacchette. E poi c’è John Coltrane, in “Impression”: Bosso ne disegna il tema, Tucci si aggancia al Jazz puro ricordandolo solo con il charleston nei tempi deboli, per discostarsi dal noto con il rullante ed i tamburi: il contemporaneo coesistere del tradizionale e dell’ innovativo. O l’ attraente versione di Juju di Shorter, il tema geniale cantato da Bosso ridisegnato timbricamente proprio da Tucci che ne esalta il lato afro in chiave quasi tribale. Dodici brani in tutto, grande ricchezza timbrica, fantasia, novità e sintonia perfetta per un duo rodato e allo stesso tempo sorgente di spunti nuovi. Talmente tanti che hai l’ istinto di riascoltare immediatamente per coglierli tutti. Vi sembra poco?

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